La Fratellanza: recensione del film con Nikolaj Coster-Waldau

Il regista Ric Roman Waugh dipinge la cruda realtà del sistema carcerario americano nel suo ultimo film, in uscita il 7 settembre.

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Prendete un uomo istruito, con un buon lavoro, una moglie che ama e un figlio piccolo. Prendetelo e infilatelo nel sistema carcerario americano, dove uomini che hanno commesso crimini minori si ritrovano rinchiusi insieme a criminali potenti e pericolosi. Le opzioni a questo punto sono poche: può scegliere di isolarsi e quindi essere preso di mira dagli altri detenuti, oppure può adeguarsi al sistema, scendere a patti con la morale e sopravvivere fino alla fine della pena. Jacob Harlon (Nikolaj Coster-Waldau, famoso soprattutto per il ruolo di Jaime Lannister in Game of Thrones) sceglie di sopravvivere e lo fa a caro prezzo in "La Fatellanza", nuovo film di Ric Roman Waugh, nelle sale italiane dal 7 settembre. Il titolo in inglese è "Shot Caller", termine slang che identifica il capo di una gang, spesso colui che delega il lavoro sporco ad altri. È ciò che diventa Jacob, un agnello trasformato in lupo che resta vittima di un sistema che ammassa uomini diversi nello stesso posto, abbandonandoli al loro destino senza alcun interesse per il loro reinserimento in società.

Costretto a reinventarsi per sopravvivere

Jacob Harlon ha una vita ideale, ma tutto cambia quando, complice un bicchiere di vino di troppo, attraversa un incrocio col rosso e uccide accidentalmente il suo migliore amico (Max Greenfield), in auto con lui e le rispettive mogli al momento dell'impatto contro un'altra vettura. Arrestato, decide di patteggiare e di accettare quindi una pena a sedici mesi di reclusione in un carcere di massima sicurezza. Ne uscirà invece dieci anni dopo e profondamente cambiato, nel fisico (Coster-Waldau si è sottoposto a massacranti allenamenti per aumentare la propria massa muscolare) ma soprattutto nella mente. "La Fratellanza" segue due narrazioni parallele: quella principale vede Jacob - "Money" per la gang - uscire di prigione e darsi alla criminalità organizzata, ma è intervallata da continui flashback che ci mostrano l'evoluzione del personaggio da Jacob a Money, da uomo d'affari e padre di famiglia a membro di una gang, da borghese dall'aspetto impeccabile a colosso muscoloso ricoperto di tatuaggi.

"White pride": la questione razziale

Uno di questi tatuaggi è una grossa scritta sulla schiena che recita "White Pride", orgoglio bianco. E tuttavia nel film non si parla mai di supremazia razziale, e Jacob Harlon non è un neo-nazista come i suoi compagni di gang quando esce di prigione. Quel tatuaggio è il simbolo dell'adattamento forzato alle regole del carcere dove, se non vuoi soccombere, devi stare solo con "quelli della tua razza". L'adesione a un gruppo etnico preciso è il primo passo per entrare in una gang e per avere le spalle coperte, ma costa sacrificio e abnegazione, perché ciò che si richiede ai nuovi "fratelli" è di eseguire gli ordini senza fiatare. Anche quando l'ordine è accoltellare a morte un altro carcerato. Jacob non ha alternative, perché non eseguire gli ordini significa essere quello che viene accoltellato o stuprato. E quindi il suo non è orgoglio bianco: è spirito di sopravvivenza.

Un grande Nikolaj Coster-Waldau

Nikolaj Coster-Waldau regala un'interpretazione magnifica, intensa e carica di umanità. Il Jacob che esce dal carcere è cupo e silenzioso, ma lo sguardo rivela tutta l'angoscia che lo attanaglia, la vulnerabilità nel ritrovare la moglie dopo anni di voluto silenzio, la paura del giudizio del figlio ormai cresciuto. È un protagonista che si svela man mano grazie alla solida sceneggiatura di Waugh, grazie alla quale possiamo seguire tutta l'evoluzione caratteriale e psicologica - ma anche fisica - del personaggio. Jacob Harlon è prima di tutto umano: messo alle strette, deve reinventare se stesso per andare avanti, anche se questo significa essere risucchiato dal crimine. Non è un personaggio reale ma potrebbe esserlo, come ha spiegato Coster-Waldau in un'intervista a Collider: "Mentre facevo ricerche per il film ho incontrato questo tizio che era stato a sua volta uno shot caller, e la sua storia era molto simile alla nostra", ha raccontato. "Quando è finito dentro era più giovane, ma era un criminale non-violento quando è stato condannato, ed è diventato estremamente violento una volta dentro. [...] Il sistema penitenziario oggi è un casino. So che è una tagline del film, ‘alcuni criminali nascono in prigione', ma è vero".

La rappresentazione del sistema carcerario americano

Ric Roman Waugh non si scaglia apertamente contro il sistema carcerario americano nel film, ma lo tratteggia con crudo realismo, mettendo lo spettatore di fronte a un microcosmo in cui sono le gang a farla da padrone e le istituzioni abbandonano criminali minori (come Jacob, dentro per guida in stato di ebbrezza e omicidio colposo) alla loro mercé, condannandoli di fatto a diventare veri criminali per sopravvivere alla galera. Non c'è nulla di romanzato nelle vicende sullo schermo, perché Waugh ha lavorato come volontario nel Dipartimento Penitenziario della California, come ha raccontato in una recente intervista a Variety. "Noi possiamo controllare le porte e i cancelli, ma sono le gang a gestire le prigioni", gli dicevano gli altri agenti, e nel film è evidente il potere di questi gruppi organizzati.

Un film duro e autentico

La violenza è presente, sia in carcere che fuori, ma Waugh non la rende mai esasperata, né tantomeno fonda il film su di essa. L'azione è presente ed è cruda ma sempre repentina, non viene mai prolungata. Tutto viene gestito "in maniera emotiva", ha spiegato Waugh a Variety, precisando che il suo intento non è quello di "scioccare le persone". Infatti "La Fratellanza" non è scioccante, ma resta un pugno in pieno stomaco per lo spettatore, che segue con angoscia il percorso di trasformazione di Jacob. L'alternanza tra scene al presente e flashback mantiene il pubblico sul filo del rasoio grazie anche alla scrittura, lenta ma efficace nel dipingere un protagonista a tutto tondo e dall'intensa carica umana data dall'interpretazione di Coster-Waldau. Un po' più debole e meno convincente solo l'ultima scena di un film altrimenti autentico, con fotografia e dialoghi essenziali che non si perdono in velleità artistiche ma che arrivano dritto al punto con schiettezza e senza forzature, tratteggiando una realtà che potrebbe esistere davvero. E che con ogni probabilità esiste già.

La Fratellanza “La Fratellanza” non è scioccante nelle sue scene di violenza, ma resta un pugno in pieno stomaco per lo spettatore, che segue con angoscia il percorso di trasformazione di Jacob da uomo di famiglia a membro di una gang. L’alternarsi di scene al presente e flashback mantiene il pubblico sul filo del rasoio grazie anche alla scrittura, lenta ma efficace nel dipingere un protagonista a tutto tondo che convince anche grazie alla carica umana data dall’interpretazione di Coster-Waldau.

8

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