Torino 2015

Recensione La felicità è un sistema complesso

Otto anni dopo l'acclamato Non pensarci, il regista Gianni Zanasi e l'attore Valerio Mastandrea tornano a lavorare insieme in La felicità è un sistema complesso, che dal film precedente recupera anche Giuseppe Battiston.

Recensione La felicità è un sistema complesso
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Tra i titoli più apprezzati in mezzo a quelli passati nel 2007 sugli schermi della Mostra internazionale d'arte cinematografica di Venezia, tanto da far aggiudicare a Giuseppe Battiston il David di Donatello come miglior attore non protagonista e da generare una serie televisiva, Non pensarci di Gianni"Nella mischia"Zanasi vide l'ottimo Valerio Mastandrea nei panni di un trentaseienne musicista rock che, non più sicuro di come sarebbe potuta proseguire la sua esistenza, faceva un momentaneo ritorno presso la propria famiglia a Rimini, assumendosi il senso di responsabilità e facendosi carico dei problemi altrui.
Lo stesso Mastandrea che, sempre sotto la regia di Zanasi, ricopre in La felicità è un sistema complesso il ruolo di Enrico Giusti, il quale, per lavoro, avvicina quei dirigenti totalmente incompetenti e irresponsabili che rischiano ogni volta di mandare in rovina le imprese che gestiscono; frequentandoli, diventando loro amico e, infine, convincendoli ad abbandonare il posto facendo sì che si eviti il fallimento delle aziende e la conseguente perdita di migliaia di occupazioni.

Non ripensarci

Un mestiere che, in un certo senso, lo rende quasi cinematograficamente vicino al George Clooney di Tra le nuvole; man mano che, al di là del Paolo Briguglia de I cento passi coinvolto in una breve apparizione, il cast tira in ballo sia il già citato Battiston che Teco Celio e Domenico Diele, entrambi visti nella fiction tv 1992.
Un mestiere nel quale dimostra di non sbagliare mai un colpo; almeno fino al giorno in cui viene chiamato per impedire che due adolescenti diventino i dirigenti di un gruppo industriale di rilevanza nazionale: il diciottenne Filippo e la sorella di tredici anni Camilla, ovvero gli esordienti Filippo De Carli e Camilla Martini, rimasti orfani di una importante coppia di imprenditori finiti con l'automobile in un lago.
Un caso che, sulla carta, si presenterebbe come il più facile della sua carriera, ma che sembra invece essere destinato a cambiarla totalmente, oltretutto complice l'inatteso arrivo di Avinoam alias Hadas Yaron, fidanzata straniera del fratello Nicola, interpretato dal Daniele De Angelis di Ma che ci faccio qui!.
E sono sia il progressivo rapporto che sviluppa con quest'ultima che quello che instaura coi due ragazzi a finire al centro della oltre ora e cinquanta di visione, mirata a ribadire, tra l'altro, che nella semplicità si nasconde il divino.
Oltre ora e cinquanta di visione che, però, nonostante riesca nell'impresa di strappare qualche risata proprio grazie al protagonista, non sembra in alcun modo possedere la verve della sua succitata, precedente collaborazione zanasiana, rientrante tra le migliori commedie italiane d'inizio XXI secolo.
Soprattutto perché le troppe sequenze commentate da canzoni non contribuiscono altro che ad infiacchire l'evolversi della vicenda, rendendola tempestata di passaggi narrativi quasi "allucinogeni" che non possono fare a meno di spingere lo spettatore a distogliersi.

La felicità è un sistema complesso Regista, tra l’altro, di Nella mischia (1995) e Fuori di me (2009), Gianni zanasi torna a dirigere Valerio Mastandrea e Giuseppe Battiston otto anni dopo la riuscitissima commedia Non pensarci (2007), dalla quale venne anche tratta una serie televisiva. Squadra che vince, però, stavolta non si mostra capace di regalare il bis agli spettatori, perché La felicità è un sistema complesso non si rivela altro che un lungo e noioso elaborato che spinge quasi a pensare sia stato diretto dal peggior Richard Kelly (l’autore di Donnie Darko, per intenderci), oltretutto complici i confusi passaggi che penalizzano la mancanza di verve già presente.

5

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