La Favorita, recensione del film con Emma Stone e Rachel Weisz

Emma Stone e Rachel Weisz protagoniste di una guerra grottesca senza esclusione di colpi, guidate dal sapiente Yorgos Lanthimos.

recensione La Favorita, recensione del film con Emma Stone e Rachel Weisz
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Negli ultimi anni, con il suo cinema diretto, surreale, animalesco (in senso sia letterale che metaforico) di The Lobster e Il Sacrificio del Cervo Sacro, Yorgos Lanthimos è riuscito a spaccare sia il pubblico che la critica.
Mentre i cinefili più navigati hanno rivisto nelle sue immagini stralci di opere passate, messi insieme in modo elegante ma poco incisivo, i più giovani vi hanno trovato un nuovo condottiero spirituale, che li guidasse attraverso un percorso pieno di incalzanti ostacoli e visioni. Oggi, con La Favorita, il regista e sceneggiatore greco cambia completamente volto, pelle e linguaggio, sorprendendo non poco e mettendo - forse, o almeno si spera - tutti d'accordo.
A restare è il suo stile diretto, senza peli sulla lingua, che anzi qui si fa ancora più sboccato, ironico, tagliente come lama rispetto al passato, mentre l'intero impianto narrativo si fa più concreto, meno fantastico.

Guerre diverse

Siamo all'inizio del XVIII secolo e l'Inghilterra è impegnata in un sanguinoso scontro con i vicini francesi, i cui fili sono tenuti nelle distratte mani della regina Anna. Sua Maestà ha poca dimestichezza con l'arte della guerra, o almeno è ciò che lascia trasparire dinanzi alla sua corte, motivo per cui tende a delegare i compiti più delicati e strategici - investendo il suo tempo in divertimenti più gustosi come la corsa delle anatre e succulenti banchetti.
Il suo spirito poco battagliero, incline ai piaceri più superficiali e nemico giurato della noia, ha lasciato campo libero a Lady Sarah, sua amica intima (molto intima), dama di corte e consigliera. Al contrario della regina, Sarah è una donna che non si accontenta della superficie ma ama andare al cuore dei problemi e dei piaceri, e questo per lei significa avere potere decisionale fra le mani.
Grazie al suo fare raffinato e alla sua spiccata e ambigua intelligenza, riesce a far fare alla regina tutto ciò che vuole, anche prendere decisioni sofferte e impopolari come alzare in modo insostenibile le tasse per finanziare una guerra senza fine apparente. L'Inghilterra è, praticamente, ai suoi piedi, il suo sorriso o il suo pianto regolano l'andamento del regno, decretano la pioggia o il sereno.
Una condizione destinata a cambiare, quando a corte bussa la minuta Abigail: imparentata alla lontana con la famiglia reale, la giovane donna è caduta in rovina dopo uno screzio con il marito e ora mendica un modesto posto da cameriera, per salvare quel che resta del suo nome.

Il potere logora chi lo ha

Quello che sembra, a primo acchito, uno script da pomposo dramma in costume, si trasforma dopo pochissimi minuti di visione: molto di ciò che appare sullo schermo prende connotazioni surreali, grottesche, fra situazioni imbarazzanti e linee di dialogo brillanti, che non impiegano molto a far sorridere lo spettatore.
Sotto i riflettori, minuto dopo minuto, prende infatti vita un'appassionante gara fra Sarah e Abigail per il controllo dei sentimenti e della fiducia della regina, marionetta strattonata da una parte e dall'altra. Seppur entrata a corte come semplice domestica, l'ultima arrivata dimostra sin da subito un carattere combattivo, intenta a riprendersi parte dell'onore perduto con la fine del matrimonio.
La vita da serva infatti poco le si addice, addosso le si ricama più un ruolo da stratega pura, a 360 gradi, ben più subdola e spudorata dell'antagonista Sarah, che ha però dalla sua anni di onorato servizio e l'esser moglie del più importante generale dell'esercito, condottiero delle truppe al fronte.
Se in trincea a fendere l'aria è il sangue dei soldati, a palazzo si respira una sfaccettata tensione, con sfumature anche sessuali. Se Sarah ha costruito attorno ad Anna una solida routine, Abigail mira a distruggerla nel profondo, mostrando alla regnante i piaceri dell'improvvisazione e dell'inaspettato.
È in questo modo che la regina apre, come d'incanto, gli occhi, risvegliandosi da un torpore durato per svariati anni: comprendere d'esser stata manipolata la cambia radicalmente, le riempie la testa di fumo e rabbia cieca, allo stesso tempo però la consegna a una nuova maniaca del controllo. Cambia dunque il burattinaio, non il pupazzo.

Tre donne al comando

Yorgos Lanthimos prende un'eccezionale sceneggiatura di Deborah Davis e Tony McNamara e la trasforma in un'opera cinematografica geniale, divertente, stilisticamente rigorosa e psicologicamente brutale, che fa dei contrasti il suo vero valore aggiunto. Mentre gli ambienti reali risultano puliti e signorili all'estremo, il linguaggio e le azioni di chi li abita sono sporchi, ruvidi, di una bassezza inenarrabile.
Ennesima conferma di come le apparenze ingannino senza possibilità di appello, al servizio di un animo umano che per profitto personale e potere è sempre disposto a tutto, anche a sorprendere un avversario alle spalle o a svendere il proprio orgoglio.
Se la narrazione appare quantomai asciutta, spoglia di qualsivoglia fronzolo superfluo, lavora allo stesso modo la regia dell'autore greco, fatta di incastri perfetti e un ritmo che non lascia respiro al pubblico fra una freddura e un'altra. Certo buona parte del merito va dato a un cast femminile davvero in grazia divina, capace di esaltare l'animo oscuro e grottesco dello script.
Nei panni di una spietata Lady Sarah troviamo una Rachel Weisz bellissima e inquietante, che non ha paura di toccare il fango con mano o di affrontare a muso duro zotici magnaccia dell'epoca; in quelli di Abigail dovete invece immaginare una Emma Stone superba, capace di passare dalla povera cameriera bisognosa di aiuto a una fine stratega senza scrupoli in una frazione di secondo - sfruttando come tradizione la sua innata ironia.

La loro guerra senza esclusione di colpi è davvero un piacere per l'animo e per gli occhi, non avrebbe alcun senso di esistere però senza il terzo polo: a interpretare la regina Anna vi è una Olivia Colman eccezionale, una scheggia impazzita che non è mai davvero ciò che appare, conserva costantemente qualcosa di non detto, di non fatto, che alimenta la tensione e l'imprevedibilità del racconto.
Un lavoro curato sin nei minimi dettagli che non a caso le è valso la Coppa Volpi femminile alla 75esima Mostra del Cinema di Venezia, così come a La Favorita è andato il Gran Premio della Giuria per la sua sboccata e solida messa in scena.

La Favorita Yorgos Lanthimos cambia volto al suo cinema, dirigendo un'opera solida e grottesca che fa dei contrasti la sua vera forza. Nonostante il pomposo impianto in costume e le opprimenti ambientazioni d'epoca, si parla un linguaggio sboccato, ruvido, paradossale, con tre donne a dominare la scena. Olivia Colman, Emma Stone, Rachel Weisz sono a dir poco eccezionali, in grado di donare al racconto ironia e ritmo, emozione e risate, elevando ancor di più le brillanti righe di sceneggiatura. Un film da vedere e rivedere togliendo qualsivoglia freno alla decenza, preparandosi all'imprevedibile.

8

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