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La donna più assassinata del mondo, la recensione del film originale Netflix

Paula Maxa è la celebrità del sanguinolento teatro Grand Guignol, ma ora qualcuno vuole ucciderla e non per finzione.

recensione La donna più assassinata del mondo, la recensione del film originale Netflix
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Parigi, 1932. Il teatro Grand Guignol è sulla cresta dell'onda ma anche nell'occhio della bufera da parte di diversi cittadini che vorrebbero farlo chiudere. Le attrazioni proposte sul palcoscenico sono a tema horror, violente, e la recente serie di brutali uccisioni di giovani donne della zona, perlopiù prostitute, sembra esservi potenzialmente collegata.
Proprio per questo un giovane giornalista locale viene inviato dal suo direttore a osservare sul campo lo spettacolo, sold-out praticamente ogni sera: la star più apprezzata e osannata dello show è Paula Maxa, la quale ama ella stessa definirsi in prima persona La donna più assassinata del mondo.
La carismatica attrice, che ha un profondo e drammatico trauma nel suo passato, vorrebbe smettere prima o poi di recitare quello scomodo ruolo (vittima, giorno dopo giorno, di finte torture ed esecuzioni a sollazzo del pubblico pagante), anche per via di alcune lettere minatorie di un misterioso ammiratore che palesa la volontà di ucciderla nella realtà.

Omicidio in diretta

Paula Maxa è una donna realmente esistita che fin dagli anni '20 divenne una vera e propria celebrità del palcoscenico, morendo per finzione oltre 10.000 volte grazie anche all'ausilio del fido collaboratore Georges, i cui trucchi ed effetti di make-up erano talmente realistici da essere considerati rivoluzionari per l'epoca, capaci di suscitare sentimenti di vero disgusto e terrore nelle platee che accorrevano in massa a godere dei discussi spettacoli.
Il produttore francese Franck Ribière sceglie proprio un personaggio femminile così complesso e ricco di sfumature per il suo debutto dietro la macchina da presa, i cui diritti sono stati acquistati in esclusiva da Netflix che lo rende disponibile come film originale.
L'impronta scelta dal novello cineasta viaggia costantemente tra toni melodrammatici e altri più tipici del noir, con un'ambientazione narrativa che riporta alla memoria in più occasioni le buie strade di Whitechapel e la scia di morti compiuta dal tuttora misterioso Jack lo squartatore.
Sin dal prologo in cui un assassino segue le gambe femminili e il rumore dei tacchi risuona fragoroso in una via deserta, La donna più assassinata del mondo vive proprio su questi contrasti tra atmosfere tensive ed eccessi introspettivi, dando vita a un mix a volte poco equilibrato ma comunque pregno di un morboso fascino.

La morte ti fa bella

Vero è che la sceneggiatura segue una strada sicura e non si prende mai un rischio, prevedibile colpo di scena finale incluso. La potenziale love-story con il giovane giornalista affamato di notizie, la volontà del manager teatrale di spingere al limite la sua interprete nella miglior tradizione da pigmalione-villain del filone, i flashback che ci trasportano (in scene dalla luminosità marcata in aperto contrasto con il buio della sala) fino all'evento chiave che ha cambiato per sempre l'esistenza della protagonista, si rifanno a uno schema base che non offre sorprese di sorta. La violenza, per quanto introdotta nella pura finzione teatrale, ha comunque un suo peso e una manciata di sequenze possono risultare vagamente disturbanti per il pubblico più impressionabile, mentre le parallele vicende del reale serial killer sono smorzate dal fatto che l'identità di questi è praticamente svelata sin dai primi minuti, togliendo quella sana curiosità che avrebbe sicuramente attirato maggiormente l'attenzione dello spettatore.
Interessante, pur nella sua esiguità, il paragone tra cinema e teatro, due mondi simili e distanti al contempo, con il primo che ben presto avrebbe soppiantato il secondo, e non è un caso che i personaggi principali assistano alla proiezione di Doctor X (1932), pellicola diretta da Michael Curtiz che vedeva al centro del racconto proprio un giornalista a caccia di un assassino mascherato.
La colonna sonora gioca un luogo predominante nelle scene chiave, con una partitura musicale che sottolinea i turbolenti stati d'animo e un paio di canzoni d'epoca, e le interpretazioni del cast si rivelano più che efficaci, con una nota di merito per la performance di Anna Mouglalis, sublime nel dar vita con equilibrio a una figura a forte rischio overacting.

La donna più assassinata del mondo Tra melodramma e noir, l'esordio dietro la macchina da presa del produttore Franck Ribière convince in particolar modo per la calibrata messa in scena, che restituisce senza risultare pedante o monotematica le atmosfere del teatro mettendole in sintonia con le personali vicende della tormentata protagonista: una vera e propria celebrità che ogni sera muore sul palco per il visibilio del pubblico pagante. La donna più assassinata del mondo trova il maggior merito nell'intensa prova di Anna Mouglalis, capace di sfumare un personaggio complesso con straziante naturalezza, e la sceneggiatura non sempre coesa trova comunque ideale compensazione nell'affascinante messa in scena e nella gestione tensiva di un racconto che ripercorre, ovviamente in chiave romanzata, quanto realmente vissuto dalla vera Paula Maxa e lo straordinario successo del teatro Grand Guignol.

6.5

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