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La donna alla finestra, la recensione del film Netflix con Amy Adams

Esce in streaming la trasposizione del romanzo di A.J. Finn, un maldestro thriller risollevato solo dalla regia dell'autore de L'ora più buia.

La donna alla finestra, la recensione del film Netflix con Amy Adams
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Annunciato quattro anni fa e girato nel 2018, l'adattamento cinematografico de La donna alla finestra di Joe Wright è uno dei film d'autore più posticipati dell'ultimo periodo. L'arrivo della Pandemia di Coronavirus non ha purtroppo aiutato le sorti distributive della trasposizione del romanzo di A.J. Finn, che saltando l'uscita in sala è finito in conclusione su Netflix, già disponibile in streaming mentre scriviamo. Il successo del libro, tre anni fa, ha spinto la 20th Century Studios ad acquistare celermente i diritti di sfruttamento dell'opera, impalcando in pochi mesi la produzione del film e chiamando alla regia il londinese Wright, appena uscito con successo dall'esperienza de L'ora più buia con Gary Oldman.
Essendo un titolo principalmente d'interni, la lavorazione non è durata a lungo, con un impegno più importante svolto invece in post-produzione, ma di base l'uscita del progetto è stata rimandata di due anni, posticipo poi terminato - come spiegavamo - con la vendita finale al colosso streaming di Reed Hastings.

La storia del film segue comunque la psicologa Anna Fox (Amy Adams), affetta da agorafobia, la paura degli spazi aperti, non familiari o affollati. Per questo la donna trascorre tutto il suo tempo rinchiusa in casa, a New York, interagendo soprattutto online e con il suo inquilino David salvo qualche rara visita del suo terapista. Incuriosita dai nuovi, misteriosi e un po' chiassosi vicini, Anna comincia a interessarsi veracemente alle sorti della famiglia Russell, spiandoli dall'altro lato della strada, dalla sua finestra. Ed è durante una di queste sbirciatine che accidentalmente assiste a un tremendo crimine. Da quel momento, la sua vita prende una piega inaspettata e dovrà prima di tutto convincere se stessa e gli altri di non essere fuori di testa a causa della sua depressione e dell'abuso di alcool e farmaci. Cos'ha visto realmente Anna? C'è stato davvero un crimine o si è immaginata ogni cosa?

Un thriller svogliato

A suo modo, La donna alla finestra voleva e forse doveva essere una sorta di instant movie correlato al grande successo del romanzo originale, ma così non è stato. Paradossalmente, il film di Joe Wright è però adatto a questi tempi pandemici, specie guardando al recente passato di lockdown e restrizioni, ma questo non lo rende né socialmente utile, né riuscito. Anzi, è quasi l'esatto contrario, se non fosse per una cura registica estroversa e molto curiosa dell'autore di Hanna ed Espiazione, che in un impianto chiuso e praticamente scevro di riprese in esterna riesce a metterci del suo, provando anche a giocare - c'è da dire, a volte maldestramente - con i contrasti di luci e toni e con la CGI.
La verità dolorosa da accettare è però questa: che dopo l'apice raggiunto con L'ora più buia, con una direzione puntuale, raffinata, d'impatto, il Joe Wright di Una donna alla finestra sembra retrocedere fino al controverso Pan del 2015, in un susseguirsi di trovate visive accessorie e respingenti atte solo a un tocco di stravaganza autoriale non richiesto ma soprattutto poco chiaro all'interno di un film del genere.

Il problema principale non è però Wright, che fa del suo meglio per abbellire e personalizzare un thriller senza spina dorsale con un cast all-star interamente sprecato (Gary Oldman, Julianne Moore e Jennifer Jason Leigh chiedono giustizia), quanto il derivativo e poco convincente materiale nel libro ma soprattutto la sceneggiatura male articolata firmata da Tracy Letts.

La donna alla finestra non si inventa nulla di nuovo e prova anzi a imitare La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock, senza però raggiungere lo stesso valore cinematografico e concettuale del film del 1954, ragionato all'eccesso per essere "un trionfo della soggettività" in senso tanto tecnico quanto contenutistico ed elaborato per restituire un senso d'angoscia e di scarsa mobilità allo spettatore proprio come quello vissuto dal mitico personaggio di James Stewart.

È così che andrebbero pensati titoli simili: con criterio stilistico e autoriale, e invece La donna alla finestra è un goffo tentativo di proporre qualcosa di nuovo nel genere, quando di nuovo non c'è proprio nulla.

La prospettiva al femminile non gioca nemmeno un ruolo così fondamentale all'interno del film (e sì che Wright è un grande direttore di donne), e persino il talento e l'impegno di una convincente Amy Adams non aiutano a risollevare le sorti di un thriller più convincente su carta che su schermo, mal assortito e con un crescendo finale (per altro accelerato in un frustrante 1.5x) che si fa quasi body-horror psicologico, respingendo ancora di più lo spettatore a un passo dalla conclusione.

La donna alla finestra La donna alla finestra di Joe Wright si rivela un goffo tentativo di riproporre una situazione simile a La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock, solo in modo sbagliato. La regia estroversa e sopra le righe dell'autore de L'ora più buia e Hannah aiuta a dare stile e personalità a un film altrimenti povero e spento, che infatti collassa su stesso per quanto riguarda l'intreccio e la sceneggiatura firmata da Trecy Letts, colpevole forse di aver adattato un po' svogliatamente un materiale di partenza già scarico di suo. La prospettiva femminile non gioca poi un ruolo così fondamentale e la stessa Amy Adams non riesce a risollevare le mediocri sorti di un progetto nato come instant movie e finito nella bacheca discount Netflix senza troppa gloria.

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