La Cosa, recensione del capolavoro firmato John Carpenter

Riviviamo l''immortale horror/sci-fi di John Carpenter nella nostra recensione completa. Un'opera senza tempo.

La Cosa, recensione del capolavoro firmato John Carpenter
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Tutto ebbe inizio nell'agosto del 1938, quando sulla rivista di fantascienza americana Astounding Science-Fiction venne pubblicato il racconto Who Goes There? di John W. Campbell, Jr., scritto dall'autore sotto lo pseudonimo di Don A. Stuart. Entrato poi nella storia della letteratura di genere, essendo votato nel 1973 tra le migliori storie sci-fi di sempre dalla Science Fiction Writers of America, lo scritto ottenne già in precedenza una clamorosa notorietà grazie alla sua prima trasposizione su celluloide, La cosa da un altro mondo, ad opera nel 1951 di Christian Nyby e del maestro Howard Hawks. Regia sul quale aleggia un mistero, tanto che anche tra gli stessi attori del film vi furono diversi opinioni su chi fosse realmente dietro la macchina da presa, ma che comunque non inficiò al titolo il suo rango di cult della sci-fi classica. Trentun'anni dopo è toccato a John Carpenter, fresco fresco di un capolavoro come 1997: Fuga da New York, girato solo l'anno prima, riprenderne il mito affidando il ruolo di protagonista nuovamente al magnetico Kurt Russell.

La creatura venuta dal freddo

Antartide, 1982. Nei pressi della base scientifica americana Outpost 31, un husky di proprietà di uno dei ricercatori viene braccato da un elicottero, proveniente dalla vicina stazione norvegese. Uno dei norvegesi, cercando di abbattere l'animale, sfiora con colpi di fucile gli studiosi statunitensi, venendo così abbattutto per leggitima difesa, mentre il velivolo prende fuoco a causa di uno scoppio accidentale di dinamite. Incapace di comprendere lo strano comportamento degli stranieri, il pilota MacReady decide di recarsi alla vicina struttura norvegese per scoprire che fine abbiano fatto i suoi occupanti, trovando però soltanto macerie e i resti bruciati di una strana ed inquietante creatura. MacReady rinviene inoltre una strano contenitore di ghiaccio rettangolare, ora vuoto, che probabilmente conteneva qualcosa al suo interno. Di ritorno alla base, iniziata l'autopsia sui resti dell'essere mostruoso, il team medico ritrova tracce di un anormale dna, scoprendo che il cadavere è formato da esseri umani vittime di un'orribile mutazione. Prima di comprendere appieno cosa sta accadendo, l'husky in fuga all'inizio del racconto comincia anch'esso a mutare brutalmente, divenendo un essere pericoloso e potenzialmente contagioso. Per MacReady & co. sarà solo l'inizio del loro peggior incubo.

Cose dell'altro mondo

Se il film del '51 ad oggi, pur ancor meritevole di visione, è un titolo godibile tranquillamente anche dal pubblico più piccolo, complice la caratterizzazione molto più soft della creatura aliena (a forma di carota), la versione di Carpenter riesce invece a disturbare anche ai giorni nostri (e, paradossalmente, ancora di più del prequel uscito recentemente e dalla cui fine qui ha inizio la storia), grazie soprattutto all'efficacia degli effetti speciali, curati dall'allora ventitreenne Rob Bottin (con l'aiuto, non accredidato, del "guru" Stan Winston). Oltre un anno di lavoro per produrre ogni singola reazione della creatura, pronta sempre a trasformarsi in qualcosa di nuovo assimilando i corpi viventi che trovava sul suo cammino, con un ragionato uso di Animatronics che trasmettono un sapore artigianale sicuramente più realistico e bello alla vista di qualsiasi rimaneggiamento al computer, infondendo a La cosa un fascino orrorifico ineguagliabile. Carne che si apre, membra dilaniate dalla furia incontenibile di un virus divoratore che rimanda anche ad un certo cinema cronenberghiano, ma che spicca per originalità e inventiva ed è in grado di suscitare svariati ed impauriti sintomi di sorpresa nello spettatore, che rimane anch'egli braccato, come i suoi protagonisti, dall'incognita, dal timore che il "nemico" si celi dietro l'angolo, proprio nel sangue e nel corpo di uno qualsiasi dei personaggi. E' la paranoia che assilla incessantemente MacReady e i suoi compagni, pronti a dubitare di loro stessi (la creatura è infatti in grado di assumere le sembianze di chiunque, prima di rivelare la sua reale identità) e a non avere più certezze, salvo che nel drammatico finale dove una sola decisione può essere presa. "Nessuno si fida più di nessuno" dice ad un certo punto MacReady: è già impossibile fidarsi di qualcuno della stessa specie, specifica il regista optando per una riflessione sociale non banale e quanto mai attuale.

Terrore dell'ignoto

Carpenter riesce a trasmettere magnificamente il senso di opprimente claustrofobia che aleggia sui personaggi, topi in gabbia impossibilitati alla fuga e costretti a difendersi da una forza sconosciuta all'interno delle quattro mura della base. Fattori che danno modo alla follia di far breccia nella loro psiche, e rendere il racconto più asfissiante e lugubre, una pazzia contagiosa dove la speranza non trova spazio in favore di un crescente e desolante pessimismo. Una sorta di Alien (girato tre anni prima) ambientato non nelle profondità dello spazio ma nella solitudine, fredda e innevata, dell'Antartide (le riprese esterne vennero girate in Alaska), che sembra non lasciar scampo dopo che l'unico mezzo di trasporto, l'elicottero, viene irremediabilmente manomesso da uno dei "contagiati". Una freddezza che si rispecchia anche nel lato registico, laddove Carpenter gioca con le ombre, trasformando l'oscurità in una vera e propria figura vibrante della narrazione, laddove i dettagli più crudi si spalancano sullo schermo nella loro macabra nitidezza. Ed ecco così che questa lotta senza quartiere tra l'umanità, incarnata dai membri della base, e l'alieno assume connotati assolutamente primordiali, una vera guerra per la sopravvivenza di esseri tra loro sconosciuti il cui unico fine è mantenere la propria essenza vitale. La tensione è continua, esasperante, ogni istante sembra presagire il peggio in un crescendo di emotività sofferta e destabilizzante, giocando con la logica del sospetto che non pare aver mai fine, modificando, o meglio eliminando, i punti di riferimento classici e iniettando il caos negli occhi del pubblico.

Vittorie e delusioni

Dal punto di vista tecnico è da segnalare la colonna sonora del grande Ennio Morricone (in origine doveva comporla Jerry Goldsmith), utilizzata saggiamente con parsimonia ma capace di imporsi quando viene utilizzata, mentre di gran merito la fotografia capace di rendere appaganti anche le svariate sequenze notturne nel terreno innevato. Il cast, capitanato da un Kurt Russell in splendida forma, proclamatosi leader prima con il carisma ed in seguito con la forza (un personaggio che ricorda per più particolari proprio Jena Plissken), può contare su un buon numero di conosciuti caratteristi, tra i quali l'allora esordiente Keith David (Cloud Atlas, Essi vivono, Armageddon) e Donald Moffat (Sotto il segno del pericolo, Popeye, Ai confini della realtà). Il riscontro del film però, sia di pubblico che di critica, fu alquanto deludente e tolse a Carpenter la possibilità di ottenere la regia di Fenomeni paranormali incontrollabili, affidata poi a Mark Lester, e negando a Rob Bottin l'Oscar per i miglior effetti speciali, andata a Carlo Rambaldi per il più rassicurante E.T. Ciò non impedì comunque al titolo di divenire una vera e propria opera di culto amata da milioni di spettatori di diverse generazioni.

La Cosa Diverso dal classico di Hawks e Nyby e assai superiore al suo prequel/remake, La Cosa di Carpenter è un film in grado ancor oggi di lasciare il segno, un cult dell'horror sci-fi diventato leggenda soprattutto grazie ai fantastici effetti speciali e make up, realizzati da Rob Bottin. Un racconto paranoico, inquietante e inquieto, che ci trasporta nel freddo dell'Antartide per scoprire un mistero celato da migliaia di anni e il cui risveglio è sinonimo di morte e distruzione. Kurt Russell guida la lotta contro la creatura in un'ambientazione cupa e claustrofobica, permeata da un perenne pessimismo e in grado di offrire un'analisi sull'ineluttabile declino dei rapporti umani.

8.5

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