Recensione La città proibita

Dopo Hero e La foresta dei pugnali volanti, Zhang Yimou porta a conclusione la sua trilogia wuxiapan

recensione La città proibita
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Cina, decimo secolo. All’interno della Città Proibita fervono i preparativi per la festa di Chong Yang, in occasione della quale migliaia di fiori dorati saranno allestiti per decorare il palazzo reale. L’Imperatore Ping (Chow Yun-fat) ritorna dalle sue trionfali campagne militari insieme al figlio secondogenito, il Principe Jai (Jay Chou). Nel frattempo l’Imperatrice Phoenix (Gong Li), affetta da una misteriosa malattia, conduce una relazione clandestina con il figliastro Wan (Liu Ye), figlio di primo letto dell’Imperatore; costui, a sua volta, è legato sentimentalmente in gran segreto a Jiang Chan (Li Man), la giovane figlia del medico di corte, Jiang Yiru (Ni Dahong). Phoenix è convinta che qualcuno le stia somministrando del veleno e tenta di convincere il figlio Jai ad allearsi con lei allo scopo di detronizzare l’Imperatore, di modo che Jai possa salire al trono. La grande festa si avvicina, e una donna misteriosa (Chen Jin) si presenta al cospetto dell’Imperatrice, informandola che suo marito ha ordinato di aggiungere ai medicinali della donna il fungo nero di Persia, i cui effetti potrebbero rivelarsi letali: fra i due coniugi è l’inizio di una lotta per il potere senza esclusione di colpi...

LA MALEDIZIONE DEL FIORE DORATO

Dopo Hero (2002) e La foresta dei pugnali volanti (2004), La città proibita è il film che, nel 2006, ha portato a conclusione la fortunatissima trilogia wuxiapian del regista cinese Zhang Yimou. Ambientato al tramonto della dinastia Tang, ma costruito su eventi e personaggi privi di attinenze con la realtà storica, La città proibita è ispirato all’opera teatrale Thunderstorm, scritta nel 1934 da Cao Yu, mentre il titolo originale del film è ripreso dal verso di un poema composto nel nono secolo dal leader ribelle Huang Chao, il quale recita che «quando la fragranza dei crisantemi sarà arrivata fino al cielo e avrà permeato Chang’an, l’intera città sarà rivestita di un’armatura dorata». Un’immagine rievocata anche dal titolo internazionale del film, Curse of the golden flower, ad esaltare la dicotomia fra lo splendore abbacinante dell’oro dei crisantemi, che rivestono la Città Proibita in occasione dei festeggiamenti di Chong Yang, e le tenebre che si annidano nell’animo dei membri della famiglia imperiale, dilaniata da una sfibrante lotta per il potere a base di intrighi, avvelenamenti, seduzioni ai limiti dell’incesto e omicidi. Ai temi del sacrificio in nome di un’ideale - Hero - e di una passione sospesa fra romanticismo e tragedia - La foresta dei pugnali volanti - il regista Zhang Yimou fa subentrare, in questo terzo atto del suo avventuroso ciclo di cappa e spada, un’esacerbazione dei conflitti familiari e un disincantato affresco dell’ambizione umana.

Il trono di sangue

Ne La città proibita, d’altra parte, risultano immediati gli echi della tragedia shakespeariana, già alla radice di una larga parte della filmografia di un altro maestro del cinema asiatico, Akira Kurosawa (Il trono di sangue, Ran), e qui rivisitata da Zhang secondo le regole del wuxiapian per dar vita a un dramma a sfondo storico di inaudita ferocia. Il tono inesorabilmente cupo del racconto trova il suo contrappunto estetico nella straordinaria sontuosità della messa in scena (non a caso si tratta della produzione più costosa negli annali del cinema cinese, con un budget di 45 milioni di dollari), a partire dalle scenografie di Huo Tingxiao e dai magnifici costumi di Yee Chung-Man, candidati all’Oscar. La fotografia di Zhao Xiaoding genera un suggestivo contrasto fra l’oro degli abiti imperiali e dei crisantemi e l’oscurità delle sequenze notturne, mentre Zhang accentua la dimensione spettacolare del film, ricorrendo ancora una volta ai duelli coreografici orchestrati da Ching Siu-tung e ad un ampio utilizzo della computer-grafica per moltiplicare le comparse nelle scene di battaglia, nel segno di una magniloquenza che sembra strizzare l’occhio anche ai gusti del pubblico occidentale (una scelta che difatti è valsa a Zhang diverse critiche). In questo kolossal dalle dimensioni imponenti, in cui il fascino estetico prende più volte il sopravvento sulla riflessione riguardante il potere e le sue nefaste conseguenze, si distinguono per presenza scenica i due interpreti principali: Chow Yun-fat, già attore feticcio di John Woo e protagonista de La tigre e il dragone di Ang Lee, è un Imperatore di beffarda crudeltà, ma a conquistare l’attenzione è innanzitutto la magnifica Gong Li, primadonna del cinema orientale, che per l’occasione è tornata a farsi dirigere da Zhang Yimou a oltre un decennio di distanza dalla loro ultima collaborazione, La triade di Shanghai (1995).

La città proibita Dopo Hero e La foresta dei pugnali volanti, Zhang Yimou porta a conclusione la sua trilogia wuxiapan con La città proibita, dramma del potere ambientato al tramonto della dinastia Tang, in cui all’abbacinante splendore formale della messa in scena e alla dimensione spettacolare da kolossal storico fanno da contrappunto i sinistri echi shakespeariani nella narrazione della spietata lotta per il potere fra i membri della famiglia imperiale nella Cina del X secolo.

7.5

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