Recensione La casa delle estati lontane

La casa delle estati lontane Shirel Amitay debutta alla regia e fa coincidere pubblic e privat. Opera delicata che indaga il processo di pacificazione

Recensione La casa delle estati lontane
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Nel 1995 le tre sorelle francesi Darel, Asia e Cali si ritrovano nella ‘vecchia' casa di Atlit (Israele) per occuparsi della vendita dell'immobile, luogo unico dei ricordi legati all'infanzia e ai due genitori defunti (interpretati da Pippo Delbono e Arsinée Khanjian), ovvero La casa delle estati lontane. Ritorno alla loro terra e alle origini di tutto, a simboleggiare il segno di questa riunione famigliare, rendez-vous tra sorelle sarà l'immagine simbolica di un asino morente, il Raspoutine della loro infanzia omaggiato da una lapide che porta su inciso l'anno 1970. Ma ora è il 1995, le tre sorelle sono diventate donne e Israele sta forse sperimentando un attimo di tregua, una breve concessione di pace a quel conflitto sfiancante, destinato a riaprirsi di lì a poco con l'assassinio del presidente israeliano Rabi. Tempo di ricordi e resoconti, nostalgie e anche risentimenti che monteranno tutti tra le mura e nel (bellissimo verde) di quel luogo allegorico e magico, convogliati attorno alla decisione sofferta, combattuta ma anche determinata di vendere quelle radici di un tempo andato ma ancora presente, e nella speranza di costruire un futuro migliore. C'è chi vuole vendere (Cali), chi si oppone all'idea (Darel), e chi sogna di partire, forse per l'India (Asia). Il tempo storico e quello intimo e personale si sommano dunque nel consuntivo di questo momento a tre (di sole donne), sancito per riconciliare il passato e raccordarlo a presente e futuro. Ma il passato non è solo "una terra straniera", rappresenta infatti anche lo zoccolo duro di un ricordo che si lega all'origine di tutto, ai ricordi dell'infanzia, alle nostalgie più belle. Così come per magia i fantasmi del passato (dalla figura di Raspoutine a quella dei genitori, e ancora a quella di un bambino morto tanti anni addietro per colpa del conflitto) andranno a movimentare e "significare" quel Rendez-Vous ad Atlit, rendendo la transizione e il passaggio di consegne da una stagione all'altra ancora più duro, impegnativo, ma emozionante. D'altronde il tempo scandisce la vita mutandola in una realtà relativa: "i secondi si trascinano, i minuti sono eterni, le ore scorrono lentamente, ma gli anni scorrono a tutta velocità".

Casa di 'bambole'

Shirel Amitaï debutta alla regia di un lungometraggio con La casa delle estati lontane, rendez-vous innervato di dramma e commedia che parla soprattutto di conflitti, di quei legami inscindibili con le propri origini che bruciano soprattutto quando si è costretti a mediarli, interromperli. Lei, israeliana in Francia, ripercorre quindi la bellezza e il dolore di un distacco necessario e letale che la casa di Atlit incarna ed esalta. Con delicatezza narrativa a e partecipata bellezza la Amitaï descrive i rapporti speciali: quello tra sorelle (lo smalto, le chiacchiere gambe all'aria, le risate, gli scontri), quello con la propria terra (per la quale si prega sempre per la pace) e con la propria casa (custode insostituibile delle fotografie più belle, assieme ai genitori e memorie indimenticate del nucleo d'origine). Attraverso il realismo e il realismo magico esercitati in consonanza, la regista israeliana racconta una casa di bambole (belle, solari, dai capelli fluenti) costrette a prendere coscienza del proprio ruolo (come spesso accade) nel momento più doloroso e formativo, ovvero quello di transizione, di passaggio generazionale. Per diventare adulte, donne. Per crescere.

La casa delle estati lontane Shirel Amitaï debutta alla regia con La casa delle estati lontane, commedia dolceamara di tre sorelle tornate nel luogo della loro infanzia per mediare tra passato e presente, esercitare la transazione generazionale senza perdere contatto con le origini. Una transizione doppia che la regista fa coincidere tra pubblico e privato, dimensione politica e intima, tessendo le fila di un discorso di possibile ‘pacificazione’ che passa per la consapevolezza del proprio punto di partenza (e dunque di arrivo), e della possibilità di guardare indietro per andare avanti. Un’opera che mischia la leggerezza del disincanto giovane con l’incombenza del retaggio adulto, parlando di pace e guerra nel microcosmo dei propri affetti, così come nella complessità dei tanti mondi che viviamo. Parlando del conflitto in Medio Oriente, ma non solo.

6.5

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