Recensione La Buca

Sergio Castellitto e Rocco Papaleo caricature umane di esistenze diverse ma ugualmente smarrite in una società decadente

recensione La Buca
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Nel nuovo film di Daniele Ciprì incontriamo Oscar (Sergio Castellitto), avvocato cinico e senza scrupoli, un azzeccagarbugli moderno che vive grazie a 'causette' dell'ultima ora e truffe creative ai danni del prossimo; e Armando (Rocco Papaleo) un ex galeotto, uscito da poco di prigione avendo scontato una pena ingiusta, conseguenza di quel suo animo fin troppo onesto e sensibile. Il loro incontro (casuale) all'interno di un bar di fronte casa di Oscar (osservatorio speciale di tutte sue le manovre truffaldine) sarà infatti un'ulteriore occasione di guadagno per il misantropo e avaro avvocato, pronto a fingere di esser stato morso dal cane di Armando (di fatto un innocuo e arruffato cane randagio) per spillargli un bel po' di quattrini. Quando poi Oscar scoprirà che Armando altri non è che un povero disgraziato vittima della mala-giustizia e che ha scontato ingiustamente 25 anni di carcere, il suo sesto senso per gli affari brillerà di nuova luce, intravedendo egli la possibilità di riaprire il processo e ottenere un cospicuo risarcimento causa l'enorme errore giudiziario commesso. I due si ritroveranno dunque a convivere sotto lo stesso tetto, spinti da un fine unico ma motivazioni diverse (Oscar vuole arricchirsi, Armando dimostrare la propria innocenza), e portando alla luce le enormi differenze caratteriali e soprattutto umane, evidenti infine anche nel loro modo di relazionarsi a Carmen (Valeria Bruni Tedeschi), l'affascinante barista che sarà in grado di catalizzare e mediare quei due modi così diversi di stare, sopravvivere al mondo.

L'iperrealismo grottesco di Ciprì

Dopo il successo di È stato il figlio (film del 2012, passato alla Mostra del Cinema di Venezia tra grandi consensi di pubblico e critica) il palermitano Daniele Ciprì (qui orfano del fedele compagno d'arti Maresco) torna a sfruttare quella sua verve caricaturale, quel suo tono grottesco per parlare (ancora una volta) di esistenze disagiate e inopportune, mine vaganti di un dissesto sociale sempre più lancinante che miete ingiustizie a più non posso, infliggendo carcere o (perfino) morte a suo piacimento. E se in È stato il figlio al centro della lente deformante di Ciprì si muoveva il sud pericolante tratteggiato nella insana voglia di riscatto (poi ridottasi in tragedia) della famiglia Ciraulo, qui in La buca al centro del racconto si incontrano e scontrano due esistenze agli antipodi, carnefice e vittima di uno stesso sistema sociale in cui la (in)giustizia è incarnata dal tragicomico quartetto di ‘braccianti della legge' tanto disinteressati al dibattimento quanto schiavi di un risultato calcistico. Mentre l'avarizia dickensiana di Oscar risulta perfetta parte integrante di un sistema corrotto dove i buoni, gli ingenui, quelli senza santi in paradiso, finiscono per pagare per ‘le pene' altrui. All'interno di una realtà (in)connotabile ed evanescente (che Ciprì rende ancora più desolata grazie a una fotografia sbiancante che tende al bianco e nero) assumono sempre più forza i personaggi e quegli elementi connotativi che sono simbolo e metafora dell'intero film. La buca, rappresentazione sostanziale e inalterata di uno stato di disagio/incuria della nostra società sfruttata al bisogno per alimentare il circolo vizioso di corruzione e mala-società; e il cane, entità fedele, benevola ma anche sbandata, che arricchisce la storia con il suo senso di ottimismo e potenziale di redenzione. A fronte di una prima parte introduttiva più fiacca dove la presentazione dei personaggi e delle loro caratterizzazioni prende (per necessità narrative) tutto lo spazio, La buca assume poi vero corpo dalla seconda metà in poi quando l'iperrealismo grottesco, la metafora e il caos esistenziale dei protagonisti convogliano tutti verso un unico, ingegnoso epilogo capace di conferire alla storia il suo significato umano e morale.

La Buca Daniele Ciprì affascina e convince ancora una volta con un film che fa dell’originalità estetica e della prospettiva (come avveniva anche nel film precedente) la sua carta vincente, avvalendosi anche del supporto di una coppia di protagonisti affiatati nella loro dissonanza esistenziale: un insolito Sergio Castellitto in un’interpretazione tutta tic e nevrosi, affiancato dalla bonaria rassegnazione dell’Armando di Rocco Papaleo, un uomo che sembra aver infine fatto pace con le vessazioni riservategli dalla vita. Attorno a loro gravitano tutto il senso di perdizione e di disillusione che fanno il paio con l’avvallamento di quella Buca, depressione sociale, vero nerbo narrativo e protagonista metaforica del film.

7

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