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La Belva, la recensione: l'Io vi troverò italiano targato Netflix

Ludovico Di Martino dirige un action thriller convincente e dal respiro internazionale, con un Fabrizio Gifuni austero, muscolare, bravissimo.

recensione La Belva, la recensione: l'Io vi troverò italiano targato Netflix
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Leonida Riva (Fabrizio Gifuni) è un ex-militare delle Forze Speciali italiane ritiratosi dalle missioni ormai da anni. È un sopravvissuto affetto da disturbo post-traumatico da stress, per cui si imbottisce di farmaci e tiene distante il più possibile la sua famiglia. Non una vita semplice, quella di Leonida, che proprio come l'omonimo condottiero spartano si ritrova a dover fermare un esercito di pensieri invasori e ferite dal passato nell'angusto spazio della sua psiche. Ha un look austero e trasandato: testa rasata, barba brizzolata lunga e incolta, un pesante giubbotto verde con la stampa di un orso inferocito sulle spalle; forse è per questo che viene soprannominato La Belva.

Tra rimorsi e sofferenze, Riva prova comunque un sincero e profondo amore per i suoi due figli, Mattia e Teresa, e quando quest'ultima, la più piccola, viene misteriosamente rapita, il nostro protagonista non esita un solo istante a tornare "in guerra" per salvarla, in un campo di battaglia notturno e urbano, contro nemici pericolosi, terroristi metropolitani, trafficanti di persone. Una rabbia incontenibile che Leonida incanala e sfrutta per abbattere uno dopo l'altro gli aguzzini della bambina, inimicandosi anche le forze dell'ordine lungo la missione forse più importante e fondamentale della sua vita.

Tra genere e identità

La Belva di Ludovico Di Martino inizia come il Joker di Todd Phillips - fatte le dovute distinzioni. Vediamo il personaggio interpretato da un muscolare e severo Gifuni parlare con la sua psichiatra in una sorta di ufficio stretto e asettico: vuole aumentare la dose dei farmaci "per stare calmo". La dottoressa lo ascolta ed estrae un flaconcino arancione di pillole mentre in sottofondo, ad accompagnare la sua uscita dallo studio, parte Iron di Woodkid.
L'idea dietro al secondo film del regista de Il nostro ultimo è evidentemente derivativa: ci si legge dentro Io vi troverò con Liam Neeson dopo appena quindici minuti di visione, dato il background militare del protagonista e tutta la storia del rapimento della figlia. Cambiano geo-coordinate, linguaggio scenico e formale, ma la sostanza è una rivisitazione in chiave italiana di quel concept, comunque rielaborato e con una fibra cinematografica differente.
La sensazione è quella di ritrovarsi davanti a un cinema di genere che nel Bel Paese difficilmente viene affrontato con tanto coraggio, esplicito e ricercato. E non un genere qualunque ma quello d'azione, che dati i costi produttivi e la difficoltà delle riprese è spesso omologato dalle nostre parti, senza spina dorsale, con poca verve, zero divertimento. Sorretto dalla Groenlandia di Matteo Rovere e dalla Warner Bros, invece, Di Martino sforna probabilmente uno degli action movie "stivaleschi" migliori di sempre, anche se questo non vuol dire perfetto, anzi tutt'altro.

Messe da parte alcune ingenuità in fase di scrittura, come un poco convincente terzo atto e in generale una qualità dialogica non proprio entusiasmante, La Belva sembra non voler guardare a una decisa identità nazionale o addirittura regionale - in questo caso capitolina - come facevano ad esempio Lo chiamavano Jeeg Robot o il più recente Ultras. Tutto è pensato per ossigenare l'intera produzione con respiro più che internazionale, guardando a particolarità soprattutto americane (i farmaci in tubetto, il quartier generale delle forze dell'ordine, le musiche, gli stalli, gli inseguimenti, i diner) che nel film funzionano discretamente ma che appaiono un po' naif, cinematograficamente credibili ma leggermente fuori posto e portata.

Non un vero problema, a dire il vero, considerando ad esempio la presenza di ben due piani sequenza d'azione che guardano ovviamente al meglio del genere su grande o piccolo schermo, che sia l'ormai cancellata Daredevil di Netflix o Atomica Bionda di David Leitch. Di Martino è un talento vero ma da sgrezzare: dovrebbe forse concentrarsi sulla ricerca di una più precisa identità autoriale, ma al secondo film in carriera (e dopo diversi videoclip musicali) regala comunque buone soddisfazioni.
La Belva è un titolo violento, ritmato e viscerale, e gran parte del merito è di Fabrizio Gifuni (Il Capitale Umano), che dona al suo Leonida caratteristiche fisiche ed emotive torbide e articolate, calandosi nei panni di un reduce tormentato dai fantasmi della guerra e sempre carico di adrenalina e tensione.

Parla perché deve ma non troppo, a bocca stretta, quasi sempre contrariato. Il suo aspetto intimorisce e turba ma al contempo affascina, perché tela piena di ferite e racconti come potrebbe essere quella di Frank Castle in The Punisher. All'atto pratico di menare le mani, Gifuni sorprende: non tanto per le coreografie - non troppo complesse a parte due - ma per il modo di affrontare la scena e il mood aggressivo eppure stoico con cui incassa e sferra colpi, come se non gli importasse, come se fosse fuori dal corpo, non provasse alcun tipo di dolore.

Eppure di sangue ne sputa e di fatica ne fa, accumulando acciacchi e ferite più o meno gravi. Anche in questo senso dentro al film c'è un forte respiro internazionale, nell'intenzione di raccontare il dramma e la missione del personaggio anche attraverso l'accumulo di lesioni che vanno a riempire e sformare fisico e volto del personaggio.
Da citare anche l'interpretazione ultra-caricaturale e divertita del villain, Mozart, interpretato da Andrea Pennacchi, che avrebbe forse meritato un po' più spazio per rendere ancore più credibile storia ed esasperazione di genere positiva. La Belva è comunque un film che funziona e incuriosisce, con alcuni momenti davvero appassionanti che soprattutto gli amanti dell'azione troveranno molto interessanti e riusciti. E anche la chiusura pensata dal regista, in tutta onestà, è qualcosa che il cinema italiano conosce poco: dedicata alle conseguenze, d'effetto, ricamata sull'intera vicenda e bellissima.

La Belva Ispirandosi e rielaborando il concept di Io vi troverò ma cambiandone geo-coordinate e metrica cinematografica, La Belva di Ludovico Di Martino regala al cinema di genere italiano un thriller d'azione anomalo per il panorama nostrano, viscerale, coraggioso, violento, dal respiro profondamente internazionale - quasi da apparire ingenuo, a volte. Eppure riesce ad appassionare e convincere in più di un momento (un piano sequenza in particolare) e la presenza di un fantastico, austero e muscolare Fabrizio Gifuni nei panni di Leonida Riva eleva il risultato finale del film, che certo non sarà consegnato alla gloria dei posteri come il ricordo dell'omonimo sovrano spartano, ma sarà comunque in grado di intrattenere per un'ora e mezza e dare una bella lezione d'imitazione positiva dei cugini stranieri.

7

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