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La Babysitter: Killer Queen, la recensione del sequel targato Netflix

McG torna alla regia del secondo capitolo della saga comedy horror, ingigantendo l'esagerazione senza renderla qualitativamente più appetibile.

recensione La Babysitter: Killer Queen, la recensione del sequel targato Netflix
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Cole Johnson (Judah Lewis) ha superato la pubertà. Due anni sono passati dai tragici e assurdi eventi che lo hanno visto uccidere (in realtà no) "a colpi di macchina" la babysitter Bee (Samara Weaving), fanatica ed esaltata leader di una setta satanica, e per il ragazzo si sono spalancate le porte del vero Inferno: il liceo. Con la sua stravaganza, la sua ingenuità e tutte le sue fobie, il ragazzo è la preda perfetta dei bulli, e come se non bastasse grava anche il fatto che - senza prove concrete - nessuno crede alla sua versione dei fatti. In fondo come si può dare peso alla storia di un ragazzino frustrato e un po' eccentrico su di una babysitter satanista e la sua setta di invasati?

L'adolescenza diventa così un incubo forse peggiore della pubertà, tanto che i genitori di Cole vorrebbero mandarlo in un liceo psichiatrico per farlo seguire e curare, affinché superi il suo trauma, ma lui è titubante e non vorrebbe nemmeno separarsi dalla sua unica amica, Melanie (Emyly Alyn Lind). Tutto precipita nuovamente quando Cole si ritrova invischiato ancora una volta - e suo malgrado - con dei satanisti psicopatici e mentalmente spostati, decisi a dissanguarlo per la sua purezza, sacrificarlo al Diavolo e realizzare così i loro sogni da generazione Z ("voglio diventare un influencer").

Di nuovo l'inferno?

Nient'altro che un more of the same senza spina dorsale, questo The Babysitter - Killer Queen. Un sequel che si crogiola divertito ma instupidito nella sua aura da B-Movie sfacciatamente consapevole, calcando la mano sugli aspetti più esagerati che avevano portato al successo il predecessore. L'home invasion dal gusto slasher del primo capitolo lascia qui il posto a un'accozzaglia di idee senza costrutto, che non vogliono essere inquadrate e sono anzi tirate svogliatamente su schermo solo per dare vita a una serie di siparietti comedy horror funzionali per un sorriso o due, tra citazioni spiattellate ovunque e un'evidente vena gore che non guasta mai.
È un sequel nel senso purista e ormai superato del termine: più grande, più immediato ma sostanzialmente identico. Non perde la sua anima ma la vende a una costruzione della sceneggiatura (di Dan Lagana) e della messa in scena davvero furbesca, che non punta in alcun modo a contenuto o stile e lascia spazio totale a trovate di genere di ogni tipo, siano esse teste mozzate da una tavola da surf, da una caduta in un canyon o da un'elica di una barca... In effetti ci sono un bel po' di teste mozzate e una varietà non così impressionante di sperimentazione sul fronte delle uccisioni splatter, il che la dice lunga anche sull'inventiva di McG, ormai da anni stantia e per nulla vibrante.

Curioso anzi come citi Terminator 2 per parlare "di uno dei sequel cinematografici più riusciti di sempre" all'interno di uno dei sequel più sciatti della recente storia dello streaming (tra l'altro non il suo primo, se pensiamo a Terminator Salvation o Charlie's Angels più che mai).

Il gioco è comunque chiaro: uscire dalla parodia horror-comedy di Funny Games per entrare in quella di Venerdì 13 e simili, con tanto di lago da circumnavigare, serial killer da cui fuggire e atmosfere stranianti anni '80 - anche nel vestiario -, nonostante l'ambientazione sia palesemente moderna. Persino gli omaggi sono a quegli anni lì e addirittura il volto di Judah Lewis cresciuto (e migliorato lato recitativo) somiglia a quello di River Phoenix in Indiana Jones e l'Ultima Crociata (che ovviamente viene citato).

In questo contesto hanno un loro perché anche i flashback sulle origini del gruppo di Satanisti, interpretati dagli stessi attori del primo capitolo che niente aggiungono e nulla tolgono alle loro performance, sempre sopra le righe, in perenne overacting (in questo Bella Thorne è eccezionale) ma a loro modo simpatiche. La new entry di Jenna Ortega, Phoebe, è invece tanto centrata e importante quanto la débâcle di Alyn Lind, la meno credibile e attorialmente più ottusa dell'intero cast insieme alla Sonya di Hana Mae Lee.
Conclusa la visione di The Babysitter - Killer Queen, in linea di massima viene da esclamare la stessa frase scritta a caratteri cubitali su schermo dopo la prima uccisione: "E che ca**o, di nuovo?!".

La Babysitter - Killer Queen The Babysitter - Killer Queen è un more of the same del precedente capitolo che abbandona le vibrazioni home invasion per abbracciare invece una sorta di parodia comedy horror di Venerdì 13 o simili. La varietà delle idee slasher per le uccisioni è davvero misera, anche se il gusto gore resta intatto, mentre la storia è un'accozzaglia di idee senza costrutto che vuole creare di volta in volta siparietti splatter e divertiti che non portano davvero a nulla se non alla gratificazione di genere nell'immediato. È un modo vecchio e stanco di girare questi sequel, che pur essendo sfacciatamente di serie B potrebbero ricevere comunque più attenzione qualitativa. Anche le categorie secondarie sono importanti e hanno le loro regole. Qui ci si diverte senza appassionarsi ma l'inventiva è davvero basica e la creatività inesistente. Ciò che sorprende di più è il volto di Judah Lewis, ormai identico a River Phoenix.

4.5

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