L'Uomo di Neve: la recensione del thriller con Michael Fassbender

Tomas Alfredson dirigere l'omonimo adattamento dell'amato romanzo di Joe Nesbø, con grandi nomi al seguito ma ambizioni ridotte all'osso.

recensione L'Uomo di Neve: la recensione del thriller con Michael Fassbender
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Seguire delle pesanti e chiare impronte lasciate sulla neve della cinematografia contemporanea potrebbe sembrare un compito abbastanza semplice, ma in realtà il tutto si riduce alle propria persistenza e determinazione. Per analogia, adattare per il grande schermo con coerenza e fedeltà un romanzo come L'Uomo di Neve poteva sembrare affare da poco, specie nelle mani di un regista come Tomas Alfredson, che con La Talpa o prima ancora con Lasciami Entrare ha saputo trasporre e costruire dei thriller di profonda introspezione e dalla grandissima atmosfera, ma la realtà si è rivelata purtroppo ben più crudele. I nomi coinvolti nel progetto erano altisonanti, da Martin Scorsese a Michael Fassbender, ma l'adattamento dell'amatissima storia di Joe Nesbø, la settima con protagonista il Detective Harry Hole, non ha saputo riflettere sul grande schermo quell'intrinseca tensione quasi palpabile nella controparte cartacea del film, lavorando più su di una certa fedeltà contenutistica e trascurando molti aspetti, anche tecnici, che rendono in parte L'Uomo di Neve un grande progetto fallito. In verità, nel suo voler essere così classico tanto nello sviluppo quanto nell'impostazione, il thriller di Alfredson lavora su piani narrativi e psicologici anche sufficienti, ma è in termini di purissime sorprese, prevedibilità e sostanza che fallisce, specie poi se scatta il confronto con un titolo a prima vista molto simile, Prisoners, ma dal coraggio e dalla tecnica nettamente superiori, in una storia molto semplice che però regala svolte inattese e una tensione crescente che non accenna a spegnersi.

Gelido nel modo sbagliato

Proprio come il romanzo, L'Uomo di Neve racconta una delle indagini di Harry Hole, uno dei più grandi personaggi dello scrittore norvegese e protagonista di decine delle sue storie. Nel film è interpretato da un Michael Fassbender anonimo, in un'interpretazione sicuramente corretta che traduce su schermo vizi e virtù del rinomato investigatore, dimenticanosi forse un pizzisco di empatia in più. Hole è un alcolizzato e un solitario il cui unico vero interesse è il lavoro. È un eccellente investigatore e i suoi casi sono studiati persino in accademia a Oslo, la sua città, ma la sua dipendenza mista a tendenze autodistruttive gli impedisce di essere costantemente lucido e quindi bersaglio facile del rimprovero dei superiori. La trama ce lo presenta mentre è stato messo k.o. dall'alcool in un parco pubblico, dopo una ricercata sbronza post morte del padre (patrigno?). Nel frattempo, durante la prima neve, una donna, Birte Becker, scompare in circostanze misteriose. L'unico possibile indizio sulla scena del crimine è un pupazzo di neve, lasciato proprio di fronte all'abitazione della donna. Con il procedere delle indagini, che Hole svolgerà insieme alla nuova collega Katrine Bratt (Rebecca Ferguson), il detective comincerà a collegare la scomparsa della Becker ad altri casi simili, convincendosi delle azioni premeditate di un serial killer che agisce ormai indisturbato da più di un decennio. Le premesse per un solido thriller d'atmosfera c'erano tutte, dall'ambientazione in pieno inverno norvegese all'investigatore outsider dai metodi particolari, ma a quanto pare non sono bastate per strutturare adeguatamente una storia dal ritmo serrato e dai toni inquietanti come probabilmente si desiderava, recludendo il tutto in una gelida e inaspettata mediocrità. La scrittura, priva di qualsiasi verve dialogica e povera di virtuosismi stilistici di Hossein Amini e Peter Straughan, è chiaramente un grosso problema, così come un montaggio poco chiaro e a volte molto sbrigativo. Se nel primo caso, però, c'è di fondo la questione del mantenere su schermo la stessa forma del romanzo -che a quanto pare funziona più su carta-, nel secondo non esistono scusanti e c'è da incolpare solo un certo grado di svogliatezza, che va a inficiare prepotentemente anche sul già di per se inesistente ritmo della storia, con tagli sbagliati e stress cut imperdonabili. Ma in generale il livello tecnico del film sembra cullarsi con molta non-chalance su di un livello davvero sconfortante di accettabilità, spesso davvero basilare e a prima vista favorito in un clima di laissez-faire cinematografico che non fa onore a nessuno.

Cade la neve

In un film dove a spiccare è sopratutto la fredda bellezza della Norvegia, nei suoi paesaggi costantemente innevati catturati con occhio placido da Anderson, di problemi ce ne sono decisamente troppi. L'impostazione della storia è fin troppo semplice e priva di ogni capovolgimento, a tratti molto prevedibile e con un livello di inquietudine e stress psicologico che pare non volersi alzare mai. A nulla servono inquadrature affascinanti, perché quello che vanno a contornare è nella sostanza il nulla.

Anche il confronto finale è decisamente sottotono e preda sempre di quel montaggio sfasato che toglie a questo punto persino comprensibilità all'azione, chiudendo una trama già di per sé poco articolata con una risoluzione frettolosa ma risoluta, comunque perfettamente in linea con il livello del film. Il Tomas Alfredson de La Talpa è qui irriconoscibile, ma forse la sua volontà autoriale è stata cannibalizzata da quella dello studio, magari impostosi con qualche pretesa alla quale il regista ha dovuto sottostare. Resta il fatto che l'ultimo lavoro del regista svedese non è assolutamente in linea con i suoi titoli passati, mai pessimo grazie a qualche solida base di Nesbø, ai nomi coinvolti e alla bella Norvegia, ma neanche entusiasmante ne minimamente memorabile. Insomma, nell'ancora breve carriera di Alfredson, questa potrebbere essere la prima vera caduta di stile del regista, attutita però dalla candida neve rimasta lì dai trionfi riscossi in precedenza. Ci si augura allora che un piccolo autore del suo calibro possa rialzarsi il prima possibile e continuare il suo cammino con ritrovato ottimismo, tanto poi tornerà a cadere nuovamente la neve a coprire il segno dell'insuccesso.

L'Uomo di Neve Il primo adattamento con protagonista il detective Harry Hole, nato dalla penna di Jo Nesbø, non centra purtroppo l'obiettivo di regalare agli appassionati e al grande pubblico una storia che possa dirsi del tutto intrigante e ricca di svolte inattese. Tutto fila fin troppo liscio, con ritmo blando e una tensione a volte inesistente. Si trattasse di tutt'altro genere sarebbe una mancanza perdonabile, ma in un thriller di questo tipo, che dovrebbe essere intriso di mistero e inquietudine, l'assenza di una tensione più ricercata non può essere giustificabile, anche insieme a un comparto tecnico che non tenta mai di brillare e a interpretazioni decisamente anonime. Un film insospettabilmente dimenticabile.

5.5

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