Recensione L'uomo nero

Arte, ricordi e apparenze nel nuovo, interessante affresco di Rubini

recensione L'uomo nero
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Oramai al decimo progetto in cui, oltre a recitare, il duttile Sergio Rubini cura anche la regia e il soggetto, l'artista pugliese trova forse la summa del suo cinema in L'uomo nero. Ritroviamo qui infatti, oltre a vecchi e nuovi spunti autobiografici, sia il rapporto con la sua terra madre, la Puglia, sia la relazione dell'uomo con l'arte, più volte indagate nei suoi precedenti lavori. A questi va aggiunto un nuovo spunto di riflessione e malinconia, ovvero la visione del mondo familiare tramite gli occhi di un bambino, e la successiva rielaborazione della stessa una volta divenuto adulto. Perché non tutto è ciò che sembra...a qualunque età.

Treni, caramelle, quadri e marachelle

San Vito dei Normanni, Puglia, ai giorni nostri. Le ultime parole del padre morente rievocano in Gabriele (Fabrizio Gifuni), tornato al paese dopo anni per occuparsi del genitore, ricordi sparsi della sua infanzia legati da un filo comune: la sua famiglia, e come questa sia stata condizionata dall'ossessione del padre per la pittura. Ernesto (Sergio Rubini), padre di Gabriele nonché capostazione della locale ferrovia, è stato infatti un'artista mancato, imbrattatele dal talento latente e dalla grande passione, svilito dalla falsità e dal pregiudizio di certe “caste” culturali di paese che rivendicano la cultura come loro dominio esclusivo.
Mentre Ernesto insegue il sogno di realizzare la copia perfetta di un Cézanne, un piccolo Gabriele (Guido Giaquinto) si allontana dal padre alienato per affezionarsi sempre più alla figura dello zio materno, Pinuccio (Riccardo Scamarcio), scapolone impenitente e viveur di provincia. Inoltre, influenzato dalla madre Franca (Valeria Golino), convinta di parlare nei sogni con le buonanime, Gabriele comincerà a sviluppare una fervida immaginazione. Ma l'immaginazione fa brutti scherzi, a volte, e le persone sono molto più di quello che danno a vedere, spesso.

La variopinta tela di Rubini

Per il modo di rappresentare le sue storie e le tematiche di molte delle stesse, Rubini è stato più volte accostato, con le dovute differenze, a Fellini e Tornatore. Effettivamente, sono innegabili certe influenze che si palesano nella sua filmografia, in questa pellicola più mai: L'uomo nero ricorda in più punti “Nuovo Cinema Paradiso”, pur non essendo un semplice viaggio nella memoria del regista e della Puglia tutta. Ma volendo piuttosto offrire anche una riflessione importante, sul significato degli affetti familiari e su come, a distanza di anni e con nuovi elementi a disposizione, il giudizio sulle persone può modificarsi, rivalutandole in bene o in male.
Operazione decisamente riuscita, a patto di riuscire a lasciarsi trasportare dalla dimensione quasi onirica di molti dei ricordi del piccolo-grande Gabriele, apparentemente slegati fra loro eppure di effetto e significativi, di per sé ma soprattutto nell'ottica generale del quadro che vanno a comporre.
Se difatti il ritmo della narrazione è a tratti dispersivo in maniera quasi fastidiosa, c'è da dire che l'espediente è funzionale, in quanto è il tipo di visione che chiunque avrebbe della propria infanzia a distanza di trenta, quarant'anni da essa: parziale e mediata da una visione infantile della stessa. Ed è quanto Gabriele, oramai adulto, richiama alla memoria, fino alla scoperta di un segreto fino ad allora rimasto tale, e venuto alla luce, infine, grazie ad un'intuizione dettata da un ultimo barlume di fantasticheria infantile. E' difatti la terza parte del film, quella in cui tiriamo le somme, la più interessante e riuscita, a dispetto delle interpretazioni degli attori che appaiono a volte un po' tirate e sopra le righe, ma comunque assai godibili. Convincenti soprattutto le prove di Scamarcio (che sta dimostrando una notevole crescita di pellicola in pellicola) e di Gifuni, decisamente assorto nel ricordo ma purtroppo poco presente nel metraggio finale per esigenze narrative.

L'uomo nero L'uomo nero è un ottimo rappresentante del modo di fare cinema italiano che guarda alle sue radici culturali, artistiche e territoriali, rendendogli un sentito omaggio nel frattempo e proponendo ottimi spunti sotto tutti i punti di vista. L'invito è a riappropriarsi del proprio passato, a guardare al di là delle convenzioni provinciali pur tenendosi saldi a ciò che di buono c'è nella nostra tradizione. Ma soprattutto è un invito a diffidare dalle apparenze, mantenendosi integri e coerenti per prima cosa davanti a sé stessi, più che agli altri. Non è un Cézanne, forse, ma sono le imperfezioni a rendere uniche le opere d'arte.

6.5

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