Recensione L'uomo nell'ombra

Recensione del thriller di Roman Polanski interpretato da Pierce Brosnan ed Ewan McGregor

recensione L'uomo nell'ombra
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Se non teniamo in considerazione Cinéma érotique, segmento incluso nel collettivo Chacun son cinéma ou ce petit coup au coeur quand la lumière s'éteint et que le film commence, era dai tempi di Oliver Twist, del 2005, che il francese Roman Polanski non dirigeva un film, ma, soprattutto, erano più di vent'anni che non tornava ad occuparsi di un thriller ambientato ai giorni nostri.
L'occasione per un ritorno al genere si è presentata all'inizio del 2007, quando il romanziere e giornalista britannico Robert Harris, ex cronista politico, cominciò a scrivere il libro L'uomo nell'ombra, poi vincitore dell'International Thriller Writers' Award, mentre lavorava proprio con il regista de L'inquilino del terzo piano all'adattamento di Pompei, altra sua opera letteraria. Adattamento che, a causa di diversi motivi, non andò avanti, portando quindi Harris ad inviare a Polanski - dal quale ritiene di essere stato influenzato durante la scrittura - una copia del suo romanzo prima della pubblicazione.
Quello che è successo in seguito potrebbe essere attribuito a una curiosa combinazione del destino: pare che il regista, alla ricerca, appunto, di un thriller da trasformare in celluloide, fosse in origine interessato a Fatherland, primo romanzo dello scrittore, apprendendo solo in seguito, però, che già era stato oggetto di una trasposizione su schermo e decidendo quindi di dedicarsi a L'uomo nell'ombra.

Alfred Hitchcock come punto di partenza

Robert Harris rivela che, durante l’elaborazione del romanzo, ha subìto non poco l’influenza del maestro inglese della suspense Alfred Hitchcock: “Ammiro moltissimo i thriller di Hitchcock, il modo in cui una persona qualunque si ritrova coinvolta in un mondo altro; anche se ogni passo che fa ha una sua logica, tuttavia la storia diventa sempre più folle. Amo quel genere e Hitchcock ne era il maestro. Sicuramente, ho cercato di inserire un elemento simile ne L’uomo nell’ombra. E’ un tipo ordinario e senza nome, che svolge un lavoro che lo porta in un mondo straordinario. E noi andiamo in quel mondo con lui. Quello che mi affascina del genere thriller - e penso che Roman condivida - è la sua energia e carica narrativa”.

Il Premier, sua moglie e l’amante

Si parte quindi dalla figura di un bravissimo ghostwriter inglese con le fattezze di Ewan Mcregor (Trainspotting), il quale, accettato di completare le memorie dell'ex Primo Ministro britannico Adam Lang, interpretato da Pierce Brosnan (Mamma mia!), lo raggiunge nel bel mezzo dell'inverno in una casa sull'oceano, su un'isola della costa orientale degli Stati Uniti.
Un progetto che sembra maledetto fin dall'inizio, tenendo soprattutto in considerazione il fatto che il precedente ghostwriter messo a disposizione del Premier, nonché suo storico assistente, pare sia morto in uno sventurato incidente, e che comincia a rivelarsi più complesso del previsto dal momento in cui il ministro del Gabinetto britannico accusa Lang di aver autorizzato la cattura illegale di sospetti terroristi e di averli così consegnati alla tortura della CIA. Uno scandalo che porta stampa e manifestanti intorno alla dimora in cui l'uomo risiede insieme alla moglie Ruth e all'assistente personale ed amante Amelia, rispettivamente con i volti di Olivia Williams (An education) e Kim Cattrall (Sex & the city), mentre il ghostwriter non solo scopre che il suo predecessore potrebbe essersi imbattuto in un segreto oscuro che collegava il politico alla CIA, ma anche che, forse, qualcosa si nasconde nel manoscritto che ha lasciato.

The Tony Blair project

Una vicenda che, al momento della pubblicazione del romanzo di Harris, ha spinto molti commentatori ad interpretarla come una velata critica all'ex amico e Primo Ministro Tony Blair; ma, sebbene vi siano ovvie somiglianze tra i coniugi protagonisti e Blair marito e moglie, lo scrittore smentisce spiegando: "L'uomo nell'ombra è un'idea che ho avuto tanti anni fa, probabilmente una quindicina, molto prima che Tony Blair diventasse Primo Ministro. Ero interessato alla figura di un leader mondiale e a qualcuno che deve scrivere le sue memorie. Anno dopo anno, pensavo a questa idea, per poi metterla da parte. Così, è passato più di un decennio. Finalmente, nel 2006, ho sentito un'intervista alla radio, con una persona che voleva che Tony Blair venisse processato per crimini di guerra, aggiungendo che l'unico modo per evitare tutto questo sarebbe stato quello di andare a vivere in esilio in America, perché da lì non avrebbe potuto essere estradato. E io sono rimasto inchiodato alla poltrona, perché ho pensato subito che avrebbe potuto essere il personaggio principale, basato su qualcuno che si trova in questa posizione. Parlare del potere è la cosa che mi interessa maggiormente e in tutti i miei romanzi, in qualche modo, esamino questo aspetto. Sono molto interessato al fenomeno dei leader che perdono il potere, che si tratti di Richard Nixon o di Margaret Thatcher. Come fanno per ritrovare un equilibrio? Cosa porta una persona in vetta e cosa significa poi perdere quel potere? Quando ho iniziato a scrivere, l'immagine di Tony Blair è volata fuori dalla finestra e ho creato - almeno spero - questa figura politica universale".

Il regista nell'ombra

Con un ottimo cast comprendente anche James Belushi (The principal-Una classe violenta), Tom Wilkinson (The exorcism of Emily Rose), Timothy Hutton (Gente comune) ed Eli Wallach (Il buono, il brutto, il cattivo), quello che prende man mano vita, immerso in una grigia atmosfera magnificamente resa dalla bella fotografia di Pawel Edelman (Tutti gli uomini del re), è un intrigo tempestato d'inganni e tradimenti che sorge spontaneo paragonare al contemporaneo Fuori controllo di Martin Campbell, sia perché affronta argomentazioni analoghe, sia perché, rimanendo in tema spionistico, lì abbiamo il regista di Goldeneye, qui Pierce Brosnan, che ne è stato protagonista.
Parliamo comunque di due pellicole completamente diverse tra loro, in quanto il film interpretato da Mel Gibson, pur basandosi principalmente sui dialoghi e sulla progressiva emersione di personaggi invischiati in loschi affari governativi, lascia spazio a qualche momento d'azione e violenza, trascinandosi continuamente lo spettro della vendetta celato dietro all'addolorato protagonista; mentre L'uomo nell'ombra, tutt'altro che volto all'intrattenimento, si concentra in particolar modo sui volti che lo popolano, nessuno dei quali finisce per essere quello che sembra, per poi permettere alla verità di venire alla luce, come accade un po' in tutti i titoli sfornati dall'autore di Rosemary's baby, che si tratti di Luna di fiele, La nona porta o Il pianista.
Però, come già accaduto ai tempi del succitato Oliver Twist, l'impressione è che l'interessante tela costruita nei circa 131 minuti di visione rispecchi un po' troppo fedelmente lo stile delle pagine scritte, tanto che Harris dichiara di aver scoperto in Polanski un approccio alla narrazione molto simile al suo.
Un aspetto che valorizza di sicuro la sceneggiatura, ma penalizza in maniera paradossale la regia, comunque premiata con l'Orso d'argento a Berlino e che relega il tocco di riconosciuto maestro della celluloide quasi esclusivamente nella bellissima inquadratura di chiusura.

L'uomo nell'ombra La lotta per portare alla luce una verità nascosta, per mostrare la realtà dietro alle apparenze, è una delle tematiche ricorrenti delle pellicole firmate da Roman Polanski, che non dimentica neppure di fare ricorso all’ironia quando necessario. Non fa eccezione questo L’uomo nell’ombra che, tratto dall’omonimo romanzo di Robert Harris, punta soprattutto sull’ottimo cast, volto a popolare una tela d’inganni e tradimenti in cui nessuno è quello che sembra. Tela d’inganni e tradimenti al cui interno sembra quasi di vedere una rilettura metaforica del caso giudiziario che da molti anni vede protagonista l’autore di Tess. Qui forse troppo fedele al testo scritto, tanto da sfornare un lavoro ben fatto e apprezzabile, ma più per la storia che racconta che per il modo semplice e piuttosto accademico in cui lo fa.

6.5

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