Recensione L'ultimo lupo

Jean-Jacques Annaud, celebre regista francese de Il nome della rosa e Sette anni in Tibet, ci porta in un viaggio immersivo in 3D nella steppa, a contatto con i lupi della Mongolia

recensione L'ultimo lupo
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Mongolia, anni '60. Al sorgere della rivoluzione culturale Chen Zen, un giovane studente di Pechino, viene inviato assieme a un suo compagno di studi nella parte interna e più remota della Mongolia, per convivere con una comunità nomade e alfabetizzarne i membri. In quelle terre così remote, ostili e bellissime (dove è ancora l'uomo a doversi adattare al bioritmo dell'ambiente circostante e non viceversa) Chen Zen s'immergerà in una realtà fatta di estrema simbiosi con la natura, scoprendo di quest'ultima sia il lato più seducente sia quello più crudele, legato sempre a doppio filo all'obiettivo della sopravvivenza. Ma le attenzioni del ragazzo saranno calamitate più di ogni altra cosa dalla figura del lupo, una delle creature più temute e rispettate nella steppa e che in un certo senso detta le leggi della catena biologica del luogo. Chen Zen scoprirà infatti che i lupi, ritenuti animali di estrema astuzia e intelligenza, fungono in quelle terre quasi da esempio per le tribù nomadi con cui convivono, indicando loro non solo le raffinate tecniche di caccia più sofisticate, ma anche quell'infallibile virtù della pazienza necessaria all'occasione per puntare, senza errore, alla preda. E come racconterà il vecchio e saggio capo tribù al ragazzo, la storia vuole che perfino l'imbattibile Gengis Khan fosse riuscito ad affinare le sue abilità guerrigliere osservando con grande attenzione il modo di vivere e attaccare dei lupi. Talmente affascinato dall'animale, il giovane Chen Zen si spingerà poi anche oltre la soglia di comprensione di quel regno umano/animale così complesso e intrecciato, e deciderà (mentre la comunità è intenta - secondo tradizione - a eliminare tutti i cuccioli di lupo per prevenirne un eccessivo proliferare) di adottare di nascosto un 'lupetto' (ovvero quello che diventerà L'ultimo lupo) per studiarne da vicino caratteristiche e comportamento. Ma le regole e il delicato quanto suscettibile equilibrio della steppa sono il risultato di anni e anni di reciproco adattamento tra uomo e natura. Basta dunque una leggera alterazione nella fisionomia strutturale perché finisca a soqquadro l'intero microcosmo.

Le dure leggi della steppa

Jean-Jacques Annaud non è certo un nome nuovo all'interno del panorama cinematografico. Portano infatti la firma del regista francese (classe 1943) pellicole celebri come Il nome della rosa, Sette anni in Tibet, Il nemico alle porte, Due fratelli. E osservando con attenzione la filmografia di Annaud salta subito all'occhio come questo regista sia stato sempre affascinato dal soggetto animale quasi più che da quello umano nella realizzazione delle sue opere. Ritornando dunque su quel filone (già seguito in opere come L'orso e il già citato Due fratelli) dove il punto di vista umano si mischia e si confonde con il punto di vista dell'animale che diventa poi il vero protagonista, in quest'ultima opera Annaud riparte dal romanzo Il totem del lupo per raccontare l'evoluzione di quella caccia al lupo mongolo che risulterà poi - col tempo - nella quasi estinzione della specie. Dall'altro lato c'è poi l'aspetto del romanzo di formazione, ovvero la storia del legame crescente tra il giovane protagonista e un mondo a lui così distante eppure capace di conquistarlo nel profondo, da suscitare in lui un amore forte e dunque assai formativo. Il regista francese si è letteralmente immerso in questo mastodontico lavoro durato circa sette anni, costato 40 milioni di dollari, e che ha visto impiegati sul set 480 tecnici, 280 cavalli, un migliaio di pecore, 25 lupi con una cinquantina di addestratori e massaggiatori dedicati. Si tratta infatti di un'opera che anche attraverso l'uso del 3D ricrea letteralmente la potenza visiva della steppa così come la bellezza endemica dei suoi tanti ospiti. Dalla freddezza con cui i lupi assediano e mandano a morte le gazzelle, passando per lo strazio dell'eliminazione dei ‘lupetti', fino al rapporto simbiotico della tribù nomade col luogo circostante (i morti non si seppelliscono perché seguendo la legge della natura gli uomini si nutrono della carne e la carne restituiscono alla loro terra quando passano a miglior vita), tutto in L'ultimo lupo ricalca l'amore profondo e l'ammirazione che il regista ha nei confronti di una storia in cui a dominare sono un ambiente e dei legami tra esseri viventi ancora poco ‘contaminati' dalla civilizzazione. E dove, infatti, sarà proprio il gene dell'intramontabile ‘invadenza' umana a generare il caos maggiore. Racconto che trova la sua forza epica nelle immagini, bellissime e potenti, frutto di un lavoro visivo certosino e animato anche dalla presenza di un funzionale 3D che rende questo mondo vicinissimo allo spettatore, in certe inquadrature quasi palpabile. E se il film fosse solo immagine la sua forza documentaristica ne eleverebbe senso e armonia. A togliere, invece, fiato al racconto è la parte prettamente narrativa, dove il contrasto venutosi a creare tra gente di vita (i nomadi) e gente di ‘cultura' (i ragazzi di Pechino) - a segnare e anticipare la direzione e le conseguenze di quella rivoluzione culturale poi concretizzatasi negli ultimi anni '70 - risulta a tratti troppo enfatico e didascalico, come se la storia perdesse il suo colore nel processo di ‘traduzione filmica'. Una ridondanza espositiva che si scontra e limita di conseguenza la portata epica dell'immagine. Anche se poi è nel contrasto tra il fluire disincantato di una natura (pre)dominante e un relazionarsi umano sempre complesso, frammentario, disordinato che L'ultimo lupo svolge al meglio il suo compito, disegnando la linea discontinua di un ciclo naturale che è sempre l'uomo (in un modo nell'altro) a interrompere e alterare.

L'ultimo lupo Jean-Jacques Annaud, celebre regista francese de Il nome della rosa e Sette anni in Tibet, torna al cinema con L’ultimo lupo - ispirato al best-seller cinese Il totem del lupo. Un’opera che pone a contrasto la potenza delle immagini (esaltate dall’uso funzionale di un 3D ‘naturalistico’) con una narrazione non sempre all’altezza della sua controparte visiva e che inficia (anche se non azzerando del tutto) quella che era la portata epica alla base del racconto. La promozione italiana del film verrà affiancata dalla Campagna del WWF "Adotta un lupo".

6.5

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