ROMA11

Recensione L'industriale

L'industriale Favino ai tempi della crisi

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Giuliano Montaldo non è certo alle prime armi in ambito cinematografico, che cominciò a bazzicare nel 1950 come attore per poi affermarsi più tardi come regista (firmando la regia di celebri lavori come Sacco e Vanzetti, Giordano Bruno, L'Agnese va a morire). Eppure, il suo film, L'industriale (presentato Fuori Concorso al Festival di Roma 2011) sembra mostrare molti dei difetti attribuibili al cinema italiano coevo: uno su tutti, la mancanza di uno scheletro drammaturgico coerente e coeso dall'inizio alla fine e che indirizzi l'opera verso un obiettivo prefissato ben chiaro.

Nicola contro tutti

Nicola (Pierfrancesco Favino) ha quarant'anni, vive a Torino ed è proprietario di una fabbrica sull'orlo del fallimento. Nel momento del bisogno, il circuito finanziario che si era fino a quel momento dimostrato molto solidale nei confronti della sua impresa, se ne lava le mani, disinteressato a finanziare un vuoto che loro considerano a perdere. Sempre più sconfortato dalla situazione critica che sembra inasprirsi di minuto in minuto, aggrappato alla sola speranza di poter vendere le quote di minoranza a un gruppo tedesco che continua però a tenerlo sulle spine, Nicola inizia a vacillare sotto il peso della sua stessa volontà: l'orgoglio di sanare la situazione con le sue sole forze e non cedere ai ricatti della molesta suocera (snobissima esponente dell'alta borghesia torinese, la cui firma basterebbe a garantire e ottenere il prestito necessario alla sopravvivenza dell'azienda). E dunque, mentre il tracollo finanziario sembra oramai certo, Nicola cerca rifugio nell'affetto e nella comprensione della bella e ricca moglie Laura (Carolina Crescentini), che invece pare (proprio allora) essere sempre più lontana, forse alla ricerca di nuovi ‘stimoli'.

Si può dare di più

Avvolto in una fotografia desaturata di grigi e che gioca molto con i contrasti e i punti di luce, L'industriale trasmette sin dalla prima scena una visiva sensazione di ‘patinato' che poi sfocerà nella leziosa rappresentazione di una classe tanto borghese quanto fittizia o desueta (incarnata dalla suocera bacchettona che pensa solo agli affari - suoi - e a ripetere alla figlia che razza di perdente sia suo marito - salvo poi ravvedersi al primo apparente cambiar del vento). La solita schematica, suddivisione tra ricchi (borghesi) e poveri (rumeni), giusti e abietti che tende (a lungo andare) a conferire al film la fluidità di una soap opera ben congeniata, avallata dal manierismo espressivo della Crescentini, ed elevata dalla recitazione sempre profonda di Favino. Ad ogni modo, il film regge il passo della sua struttura fin sulla soglia dell'epilogo, quando la sceneggiatura sembra perdere vertiginosamente equilibrio in un finale gettato via, che annienta qualsiasi tentativo di portare a termine un discorso compiuto sullo stato della crisi attuale e sui tentativi di fronteggiarla (sullo stesso tema Il Gioiellino, per esempio, aveva saputo fare meglio). Alla ricerca (in extremis) di un pathos narrativo che la storia non possiede, la pellicola si chiude nell'epilogo di un finale a effetto degno del miglior sceneggiato televisivo, inficiando non poco il tentativo di mantenere la sobrietà (e credibilità) narrative necessarie all'atmosfera socio/attuale ritratta nel film. Peccato, perché l'idea era buona e se si fossero approfondite alcune delle idee originali presenti (che non sveliamo per non rovinare la sorpresa) piuttosto che dilungarsi sui soliti cliché narrativi (la gelosia che ottunde più di un imminente fallimento) il film ne avrebbe senza dubbio guadagnato in freschezza e appeal.

Lindustriale Pur nella buona idea di partenza e forte di una regia che si dimostra in più di un’occasione interessante, Giuliano Montaldo non riesce a fare centro con il suo L’industriale. Una pellicola troppo manierata nei modi e aggrappata a svolte e colpi di scena (uno fra tutti il finale fuori luogo) più congeniali agli sceneggiati televisivi che a un film ‘serioso’ sul tema della crisi e delle sue tragiche conseguenze. Ci si aspettava decisamente qualcosa in più da questa pellicola che strappa una risicata sufficienza in virtù della convincete interpretazione del sempre ottimo Favino e di un paio di invenzioni narrative che, se sfruttate al meglio, avrebbero potuto (a rigor di logica) fare la differenza.

6

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