L'estate addosso, la recensione del film di Gabriele Muccino

Dopo il Padri e figlie interpretato da Russell Crowe, Gabriele Muccino racconta in L'estate addosso il viaggio in America di due diciottenni italiani.

recensione L'estate addosso
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"Lui ama lei, lei ama lui, lui ama lui" recita la locandina del decimo lungometraggio cinematografico diretto dal romano classe 1967 Gabriele Muccino, a proposito di cui osserva: "L'estate addosso è quella che ti porti dentro e che un po' rimpiangerai per sempre, quella che continui a sognare di rivivere, quella che ti ha segnato, quella che ti ha definito e quella che deve ancora venire. L'estate è la stagione dei mutamenti veloci e degli addii prima che Settembre si riporti via tutto; è la stagione dei nuovi incontri, delle scoperte inattese e di nuovi amori, infatuazioni, incomprensioni. È la stagione delle lacrime e delle carezze di cui abbiamo bisogno e che aspetteremo per sempre. Si fanno scoperte che ci spingono a capire chi siamo e saremo nella vita".
Del resto, come il titolo stesso suggerisce, è proprio il periodo che la Settima arte italiana ha raccontato, tra l'altro, in Sapore di mare di Carlo Vanzina e Ferie d'Agosto di Paolo Virzì a fare da sfondo alla vicenda del diciottenne Marco, ovvero Brando Pacitto, convinto - a differenza di ciò che in molti affermano - che non sia affatto vero che si tratti della fase dell'anno in cui Roma è bella perché i suoi abitanti vanno in vacanza.

Jovanotti in vacanza

Il Marco che non è neppure sicuro del fatto che tre sia il numero perfetto e che, a causa di un amico in comune e di un imprevisto, si trova a dover partire per San Francisco insieme a Maria alias Matilda Lutz, che lui detesta e che considera pedante e conservatrice.
E, mentre non mancano neppure discorsi sulla morte e viene ribadito che i giorni iniziano a volare quando smetti di contarli, è proprio questa partenza a rappresentare il pretesto per poter mettere in piedi la circa ora e quarantatré di visione on the road cui prendono parte anche i televisivi Taylor Frey e Joseph Haro nei panni di Matt e Paul, coppia gay che si porta dietro le difficoltà di essere cresciuti a New Orleans, nella profonda e omofoba Louisiana.
Difficoltà che, come pure il razzismo, finiscono per popolare i diversi dialoghi, in cui non manca neppure un inevitabile confronto tra lo stivale tricolore, dove ancora vi sono mafia e corruzione, e l'America, ossessionata dai soldi.
Dialoghi purtroppo trasudanti banalità e luoghi comuni, accentuando ulteriormente la fiacchezza generale in cui viene progressivamente risucchiata l'intera operazione, comprendente in un piccolo ruolo anche il veterano Scott Bakula e sfociante, come c'era da aspettarsi, nel sentimentale. Tanto che, al di là di qualche momento e del chiaro pessimismo "di fondo", si riconosce a stento l'inconfondibile, coinvolgente stile di colui che ha saputo regalare memorabili titoli italiani d'inizio terzo millennio - da Come te nessuno mai a Ricordati di me - prima di essere scoperto da Will Smith e da Hollywood, qui tenuto piuttosto a freno per quanto riguarda la tecnica di ripresa ed evidentemente propenso a ricorrere ad una messa in scena più vicina ad una certa staticità teatrale che al dinamismo della Settima arte. Non c'è da meravigliarsi, quindi, se una volta giunti al termine rimane nella memoria soltanto la non disprezzabile canzone scritta per il film da Lorenzo"Jovanotti"Cherubini.

L'estate addosso Raccontati su grande schermo i trentenni e i quarantenni del Bel paese, prima di trasferirsi negli Stati Uniti per proseguire la propria attività registica, Gabriele Muccino concepisce tramite L’estate addosso un mix on the road di romanzo di formazione e lungometraggio generazionale. Attanagliato dalla ammorbante voce narrante del protagonista e da ritmi narrativi tutt’altro che incalzanti, però, l’insieme si rivela decisamente incapace di coinvolgere, oltretutto penalizzato da non sempre convincenti prove sfoderate dai diversi elementi del cast. Tanto che, a differenza di quanto affermato durante lo svolgimento, l’estate in questione - accostabile più al Che ne sarà di noi interpretato dal fratello Silvio che ai lavori del lodevole cineasta romano - difficilmente rimarrà nei ricordi.

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