Venezia 2011

Recensione L'arrivo di Wang

Il misterioso Wang rilancia il cinema di genere italiano

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I Manetti Bros. sono, da tempo, tra i più interessanti giovani registi che abbiamo in Italia. Poliedrici e originali, sono sempre riusciti a sposare l'anima italiana con uno stile internazionale, guardando ai capolavori di genere spesso snobbati dall'attuale produzione italiana. Fin dai loro primi lavori, in special modo i numerosissimi video musicali da loro diretti per noti artisti italiani, hanno dimostrato un approccio particolarmente fresco e intrigante alla macchina da presa, confermato poi al cinema e in tv con opere tutto sommato sottovalutate quali L'Ispettore Coliandro e Zora la Vampira.
Ora che finalmente hanno costituito una società tutta loro, i Manetti possono finalmente sbizarrirsi nel cinema di genere, esplorando situazioni e possibilità che solitamente vengono snobbate dai produttori italiani, oggi come non mai poco inclini a sperimentare e, quindi, rischiare.
Il primo frutto di questo nuovo corso è L'arrivo di Wang, thriller fantascientifico alquanto inusuale tra le produzioni nostrane, presentato a Venezia nella sezione Controcampo italiano, suscitando reazioni contrastanti ma certamente vive e accese, cosa che non può che far bene al dialogo sul cinema italiano.

Nihao, Mr. Wang

2011, Roma. Gaia (Francesca Cuttica) è una ragazza sveglia, traduttrice e interprete dal cinese. Attualmente sta lavorando alla traduzione di un film, e la deadline di consegna è imminente. Un incarico imprevisto, tuttavia, cambierà definitivamente la sua vita. La ragazza riceve infatti una telefonata da un altolocato committente, che ha urgentemente bisogno di un interprete dal cinese bravo ma discreto. La richiesta è improvvisa e quasi inopportuna, ma pagata profumatamente: Gaia è una ragazza comune, e tutti quei soldi le fanno comodo. Quindi, seppur sospettosa, accetta l'incarico e, dopo poco, un'auto blu è sotto casa sua per scortarla in una località classificata. Il suo compito: fare da interprete tra il rude agente Stefano Curti (Ennio Fantastichini) e il misterioso signor Wang (Li Yong), che parla solo cinese ma nasconde un incredibile segreto, tanto sconvolgente da costringere, almeno inizialmente, i presenti a condurre l'intervista al buio. Ma quando si accenderanno le luci, Gaia non vedrà più il mondo con gli stessi occhi di prima...

Un film diverso dal solito

Senza ombra di dubbio L'arrivo di Wang è una pellicola coraggiosa, che si spinge al di là delle convenzioni che ormai da anni vincolano letteralmente il cinema italiano alle commedie e ai drammi, dando poco (o niente) spazio ai film di genere, di cui tuttavia l'Italia è stata un'esponente di spicco tanti anni fa. Ogni qual volta un regista o produttore italiano crede in un prodotto diverso dal solito, andando a sfociare in ambito fantastico o fantascientifico, noi non possiamo che esserne contenti e cercare, in qualche modo, di spingere il prodotto. Il problema è che in questi rari casi non sempre le idee sono adeguatamente supportate da tutti i reparti di produzione, e il rischio di trash involontario è sempre dietro l'angolo. Così è, purtroppo, anche per L'arrivo di Wang, un titolo dalle grandi potenzialità ma che non riesce ad affermarsi come dovrebbe. Colpa di una sceneggiatura forse (almeno in parte) prevedibile, colpa di un non perfettamente bilanciato ritmo scenico (diviso tra un'estenuante prima parte di interrogatorio e una seconda -e poco riuscita- parte decisamente votata all'action), colpa forse dei dialoghi e delle situazioni fin troppo esagerate, che un seppur bravo cast non riesce a mantenere sull'orlo della verosimilarità. Ed è un peccato, visto anche l'impegno profuso negli effetti visivi, assolutamente degni di nota per un prodotto dal budget ristretto come questo, ma che riesce a superare gli VFX di prodotti europei o cinesi più blasonati.

L'arrivo di Wang Antonio e Marco Manetti tornano al cinema con un prodotto di genere godibile e a suo modo originale, nonostante gli evidenti influssi esterofili e uno svolgimento prevedibile degli eventi. Il problema principale della pellicola è il non riuscire a tenere il passo con la sospensione d'incredulità dello spettatore che, inevitabilmente prima o poi, nonostante il contesto drammatico scoppierà in una risata involontaria, facendo crollare il delicato castello di carte su cui poggia l'intera produzione. E sinceramente dispiace vedere un'idea originale e potenzialmente vincente per il nostro mercato (oltretutto graziata da ottimi e all'avanguardia -per il nostro cinema- effetti speciali) perdersi così. Dobbiamo rassegnarci ad un cinema italiano fatto di commedie e drammi esistenziali? Giammai. Manetti, provateci ancora, la nostra fiducia in voi persiste.

5

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