Recensione L'amore che resta

Gus Van Sant nel ritratto poetico e visionario dell'amore ‘immortale’

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Dai protagonisti psichedelici di Belli e Dannati a quelli turbati di Paranoid Park, Gus Van Sant ha sempre saputo rappresentare, come pochi altri registi, il mondo irrequieto e malinconico dell'età giovane, accanto a quello delle vite ai margini, dominato dalla difficoltà di vivere nella propria diversità, sdoganando pensieri e modi che nella loro eccentrica eccessività hanno dato vita a personaggi più unici che rari, come Will Hunting o Harvey Milk. Nell'ultimo lavoro Van Sant abbandona (in parte) la rapsodia narrativa dei suoi lavori più eversivi per gettarsi anima e corpo in una rilettura ‘composta' dell'amore tragico, da sempre oggetto di grande interesse letterario e cinematografico. La classica storia di amori funestamente impediti dai circostanziali ostacoli della vita ma stavolta attraversata da una leggerezza fuori dal comune, e incorniciata nel quadro autunnale (ben più colorito di Autumn in New York) di un sentimento destinato a durare poco e per questo ancora più dis(incantato), cristallizzato nell'estemporanea armonia di due anime solinghe alla ricerca di un motivo per tornare a vivere (o morire serenamente). Sprovvedutamente privato dell'originale inquietudine del titolo (che da Restless - appunto inquieto, mai fermo - diventa L'amore che resta), quest'ultimo film di Van Sant rilegge il dramma sentimentale con una insolita chiave di melanconico ottimismo, concedendo ai suoi due adolescenti ‘speciali' una natura quasi divina.

When a boy meets a girl

Enoch (Henry Hopper) è un adolescente che ha perso i genitori in un incidente e non ha potuto partecipare al loro funerale perché era in coma. Al suo risveglio nulla è stato più come prima. Rabbia e frustrazione lo hanno reso un ragazzo in fuga da tutto e tutti, che trascorre le sue giornate a imbucarsi ai funerali di sconosciuti (nel tentativo di sanare il dolore per non aver partecipato a quello dei suoi) e a parlare e giocare a battaglia navale con l'amico Hiroshi, fantasma di un giovane kamikaze morto durante il Secondo Conflitto Mondiale. La sua vita ruota dunque lugubramente intorno all'evento morte, finché non incontra (proprio a un funerale - un sorriso ed è subito magia) Annabel (Mia Wasikowska), tanto dolce e solare (curiosa e affascinata da Darwin e dalla vitalità della natura) quanto vicina alla fine, condannata da un tumore al cervello che non lascia speranze. Il loro incontro sarà terapeutico per Enoch (che tornerà ad apprezzare l'esistenza terrena) e di dolce commiato alla vita per Annabel, e la loro breve ma intensa storia muterà il latente grido di dolore in un grido d'amore per la vita.

Harold e Maude secondo Gus Van Sant

L'amore che resta (tratto da una pièce teatrale di Jason Lew) rilegge in un'atmosfera meno grottesca e più esistenzialista la splendida complicità dark della coppia Harold e Maude, anche loro conosciutisi a un funerale, anche loro legati da un affetto speciale che andava contro ogni canone e possibilità, anche loro 'morti' in vita. Pur uniti nel tema della morte che avvolge tutte le loro vite (Harold inscenava suicidi, Enoch li sfiora soltanto, ma ha come unico amico un morto), nel film di Van Sant a fare la differenza c'è la ‘coetaneità' dei protagonisti e il tragico destino - già scritto - di Annabel che renderà l'amore tra i due ragazzi, melanconicamente associato alla caducità di quella stagione autunnale in cui si consumerà, un consapevole ma gioioso canto del cigno. Un approccio pulito e seducente quello con cui Van Sant si ripropone di esorcizzare il fantasma della morte (come maschere nella notte di Halloween o sagome di morti per strada), elaborare il lutto del trapasso tramite un inno alla vita che trova la giusta espressione in due protagonisti in stato di grazia: l'esordiente ma notevole Henry Hopper (figlio del compianto Dennis cui questo film è dedicato) nei panni dell'inquieto Enoch e la oramai lanciatissima Mia Wasikowska (bellezza eterea racchiusa in un corpo straordinariamente esile e vitale) nelle vesti della fragile Annabel. Il modo in cui il regista dipinge questi due adolescenti è tanto leggiadro e poetico da farli sembrare due creature semi-divine, per ragioni diverse entrambi capaci di comprendere appieno il complesso e labile legame tra eros e thanatos, e dunque straordinariamente capaci di emanciparsi (solo Enoch in un accesso di ‘mortalità' subirà la pressione della disperazione) da quel sentimento di angoscia umana che costantemente bracca chi resta più di chi muore. Van Sant mette in scena una storia tragica svincolandosi dunque dal classico percorso di dolore che questa sottende, concentrandosi invece sul tema dell'accettazione del destino, sulla bellezza della condivisione scevra da orpelli, sulla fantasticheria di un addio alla vita pieno di gioia; un amplesso filmico in cui vita e morte si fondono in unico gesto di complicità umana. Una storia fin troppo drammatica narrata senza dramma, ma con grande perizia del mezzo cinematografico e un pizzico di furbizia (una colonna sonora di trascinanti pezzi inglesi che si chiudono sulle nostalgiche note di The fairest of the Seasons di Nico) che ha il pregio di non coinvolgere lo spettatore nel solito ricatto drammatico, lasciandolo invece libero di scegliere se piangere o meno di questo leggiadro ‘Inno all'amore e arrivederci alla vita'.

L'amore che resta Il ‘demiurgo’ Van Sant, da sempre fine analista delle vite ai margini, si concentra stavolta sul classico melodramma della storia d’amore negata. Nella cornice autunnale di Portland il regista statunitense realizza un Autumn in New York privo della patina drammatica tipico dei film di genere, ricalcando invece i toni leggeri e scanzonati di Harold e Maude, cui i due protagonisti di L’amore che resta si rispecchiano fortemente. Un film commovente senza lacrime, drammatico senza grida, in cui tutto il dolore è trasformato in matura - e talvolta gioiosa - accettazione di sé stessi e del proprio destino, anche grazie alle ottime prove dei due giovani protagonisti Mia Wasikowska ed Henry Hopper (figlio di Dennis).

8

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