Recensione L'Albero della Vita - The Fountain

Un delirio visivamente affascinante ma vuoto nei contenuti

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C'è delirio e delirio. Il tutto viene sapientemente o meno giostrato dalla mano, ma soprattutto dalla mente, dell'autore/regista. Ci sono i Lynch, i Bunuel e per ultimo in questo filone vuole inserirsi anche Darren Aronofsky, già regista dell'osannato Requiem for a Dream. Eccolo perciò provarci con L'Albero della Vita, presentato al Festival di Venezia 2007 e non amato per nulla dalla critica. Fin qui, niente di strano. Il problema è stato anche lo scarsissimo successo di pubblico, che ha relegato la pellicola tra i più grandi flop dello scorso anno. Un insuccesso ancor più inspiegabile visto il richiamo del cast, che vedeva soprattutto uno Hugh Jackman sulla cresta dell'onda, e un'incantevole Rachel Weisz (che qui giocava in casa, in quanto moglie del regista), e la storia che, apparentemente, dal trailer pareva in grado di affascinare una vasta gamma di pubblico. Andiamo perciò a scoprire le cause di questo insuccesso (non)annunciato.

Un conquistadores spagnolo (Hugh Jackman) giunge in un tempio Maya alla ricerca di qualche misterioso artefatto magico, ma viene ucciso da uno stregone. Si risveglia in un limbo dove cresce un inquietante albero che sembra vivo, e all'improvviso si ritrova catapultato nel presente e in un'altra vita. E' ora nei panni di un dottore (sempre Jackman) che sperimenta su cavie animali per trovare una cura al cancro, dal quale per altro è affetta la moglie (Rachel Weisz). Questa sta scrivendo intanto un libro che narra proprio le gesta del precedente conquistadores, incaricato dalla regina di Spagna (sempre la Weisz) di trovare l'albero della vita, unico fattore che potrebbe salvare la nazione iberica dalla follia sanguinaria del perfido inquisitore. Continuando ad alternarsi tra passato e presente, il doppio protagonista dovrà cercare in entrambe le "epoche" di salvare l'amata.

Inspiegabile, a tratti fastidioso, con un fortissimo senso impresso di occasione sprecata. La confusione che permea la pellicola di Aronofksy è fin troppo esasperata, con continui salti temporali (o d'immaginazione?) e disturbanti viaggi metaforici tra il mondo dei vivi e quello dei morti che stancano ben presto lo spettatore. Non vi è la giusta dose di profondità che certi temi richiedevano. La ricerca dell'immortalità, della vita eterna, la paura di morire sono qui appena abbozzati, e fanno più da veicolo per le allucinazioni visive e concettuali del regista, che da veri e propri temi portanti dell'opera. Influssi new age, che vanno a prendere qui e là spunti da filosofie buddiste o pagane, intarsiano un amalgama pasticciato e convulso, che si conclude in un finale maldestro e non catartico. Un happy ending che tanto happy non è, ma che invece di lasciare intrisa nello spettatore un'aura malinconica o trasognata, che ci porti a soffrire o meno per le sorti dei protagonisti, regala un senso di incredulità difficile da digerire. Ed è un peccato, poichè con qualche accorgimento (forse più di qualche) in fase di sceneggiatura si sarebbe potuto realizzare un film maestoso e potente, che invece ora risulta un progetto ambizioso e pretenzioso, realizzato senza averne le reali capacità. Qualche punto a favore sicuramente emerge, ma è come una luce in mezzo al buio più completo. In quanto a illuminazione, non possiamo non apprezzare una splendida fotografia, giocata su colori scuri nelle scene più tormentate e drammatiche, o su colori sgargianti e fluorescenti durante le soste nel limbo tra le due realtà. Sullo stesso livello anche la colonna sonora (candidata al Golden Globe) che riesce a trasmettere un minimo di atmosfera alle immagini. Belli anche i costumi dell'epoca Spagnola, ma lo stesso non si può dire per le contemporanee ambientazioni in terra iberica, superficiali e incapaci di trasmette qualsiasi minima epica. Le interpretazioni sono di livello incostante, e se la Weisz svolge il suo doppio compito con dedizione, lo stesso non si può dire per Jackman, in una delle prove più incolori della sua carriera. Ridicola poi la sua "versione" con tanto di pelata e ginocchia incrociate, che si ritrova nello spazio fra le due realtà. Non ci si emoziona, non c'è "vita" nei personaggi, non c'è niente che rimanga impresso in chi guarda: solo un calderone di tematiche e giochi visivi, tra salti temporali di arditi collegamenti e venature filosofiche di dubbio gusto. Come sprecare una trama potenzialmente interessante nel peggiore dei modi, credendo di essere un novello David Lynch ma scoprendo di essere un semplice Darren Aronofsky. Per ora, fin troppo semplice.

Edizione Dvd

Formato video 1:85 anamorfico, per una qualità visiva discreta ma non perfetta, e che non sempre rispecchia alla perfezione i virtuosismi della fotografia, con perdite di dettaglio a volte fastidiose. L'audio, Dolby Digital 5.1 in italiano e inglese, a volte è fin troppo soffocato dalle musiche e non sempre comprensibile, rendendo più difficile la comprensione già ardua di certe scene. Sottotitolo in italiano e inglese. Interessanti invece gli extra, che pur suddividendosi solo in due tronconi, Vita sulla Nave e L'Albero della vita: Morte e Rinascita, offrono un backstage di oltre un'ora di durata sulla realizzazione del film.

L'Albero della Vita - The Fountain Una giostra di colori e fantasie, che però pecca di coinvolgimento. E dopo un giro, già si è stanchi. E' questa l'essenza dell'ultimo film di Aronofsky, una spettacolone visivamente e concettualmente ambizioso che rovina in una sceneggiatura incomprensibile e discutibili scelte registiche. La coppia di attori Jackman - Weisz non è affiatata, e soprattutto Mr. Wolverine non riesce ad imprimere la giusta carica drammatica al suo doppio personaggio. Un'occasione sprecata.

4.5

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