Recensione Kung Fusion

Un quartiere povero, popolato da insospettabili campioni di kung fu, si oppone alle mire di una spietata gang criminale in Kung Fusion, opera cult del 2004 diretta e interpretata da Stephen Chow.

recensione Kung Fusion
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Shanghai, anni 30. La città è in preda ad una sanguinosa guerra tra bande criminali, che vede uscire nettamente vincitrice la Gang delle Asce, facente capo al crudele gangster Sum. Pur avendo conquistato i quartieri ricchi della metropoli, il boss non ha ancora preso controllo dei sobborghi più poveri, come il Vicolo dei Porci, un agglomerato di piccole case e negozi gestito dalla burbera Signora Padrona. Sing, un giovane squattrinato, vi giunge in compagnia del grasso compare Bone: i due minacciano un barbiere, spacciandosi per membri della Gang delle Asce, con scarsi risultati. Poco dopo arrivano sul posto anche i veri affiliati della banda che, dopo aver minacciato con violenza gli abitanti, vengono affrontati e battuti da tre campioni di kung-fu che vivevano lì in incognito da ormai molti anni. Sing, tornato in città, cerca di ogni modo di entrare nelle grazie di Sum, venendo sempre scacciato per la sua scarsa indole alla violenza; il suo vero carattere però emergerà grazie all'incontro di una conoscenza d'infanzia e ad un potere nascosto dentro di sé che lo porterà a lottare per la giusta causa.

Kung Fu Hustle

Per dovere di cronaca, premettiamo che questa recensione non terrà conto dell'orribile doppiaggio italiano, nel quale sono state scelleratamente usate voci e gerghi dialettali che hanno snaturato atmosfere e personaggi. Detto questo, Kung Fusion rimane una delle opere più folli e coinvolgenti del grande Stephen Chow, attore e regista già salito alla ribalta internazionale tre anni prima grazie al successo globale di Shaolin Soccer (2001) ma già da molto tempo personalità a tutto tondo amatissima in patria. Nel tentativo, riuscitissimo, di omaggiare il cinema d'arti marziali degli anni '70, Chow ha realizzato uno straordinario meltin'pot di generi, innescando un'esplosione citazionista che permea la totalità della visione. Gran conoscitore della Settima Arte, il cineasta (che si è riservato, come spesso nella sua carriera, il ruolo di maggior protagonista) ha intarsiato gag in serie che omaggiano classici sia orientali che non, basti vedere i numerosi rimandi a titoli più o meno immortali come Shining, Blues Brothers, Gli intoccabili, Il padrino, Via col vento e così via, fino ad arrivare ai cult movie con Bruce Lee. Una delle maggiori e più evidenti ispirazioni, dovuta per buona parte alla scelta di Yuen Woo-ping (subentrato in corsa ad un indisposto Sammo Hung), è sicuramente memore di Matrix (1999), con le numerose scene di massa che vedono il Nostro, soprannominato non a caso come l'eletto, impegnato a sfidare centinaia di avversari in contemporanea, mescolando le acrobazie filo-fantastiche tipiche del film dei (ora delle) Wachowski ad un più armonico stile wuxiapian, trovando un mirabile equilibrio tra le ottime performance atletiche e un non invasivo utilizzo di effetti speciali in computer grafica, dando vita a combattimenti ben oltre i limiti dell'esagerazione come sottolineato dall'esaltante e lunghissimo scontro finale. Dalla tecnica segreta del palmo buddista a quella del rospo, dal ruggito del leone al maestro con le ossa di gomma, il racconto è popolato di personaggi ironici e sopra le righe, la cui caratterizzazione assume un irresistibile aplomb comico grazie a raffinate scelte registiche che trasformano il tutto in una sorta di esaltante e frenetico cartoon, con tanto di plateale corsa "a 100 all'ora" proveniente dall'universo Looney Tunes. Se la narrazione gioca le sue carte migliori su questa estasi action intelligentemente farsesca, vi è anche spazio per una vena malinconica, ben messa in atto nel (non troppo) secondario risvolto romantico tra Sing e la muta gelataia, che riporta inconsapevolmente l'uomo sulla retta via da seguire. La colonna sonora orchestrale, che imita con avvolgente grazia la musica tradizionale cinese tipica delle produzioni del filone anni '40, ed il susseguirsi di gag pseudo-demenziali non fanno che impreziosire ancor di più un cult che più cult non si può, definito perfettamente in una semplice frase dal grande, compianto, critico americano Roger Ebert: "è come se Jackie Chan e Buster Keaton incontrassero Quentin Tarantino e Bugs Bunny". Chapeau.

Kung Fusion Un film talmente enorme che contiene a stento tutte le influenze e le citazioni che il regista / protagonista Stephen Chow, automessosi al servizio di un racconto corale di gustosi personaggi ben più che secondari, ha reso un vero e proprio cult del cinema moderno, post-tutto eppure talmente classico nel suo strabordante equilibrio di generi. Kung Fusion fa ridere con intelligenza (almeno nella sua versione originale), lascia qualche breve spazio ad una contagiosa commozione e si scatena in un'estasiante verve action che, flirtando col successo di Matrix e dei capisaldi d'arti marziali della scena sino-hongkonghese (non a caso il cast è popolato da star del filone negli anni '70), è un puro e delirante piacere per gli occhi, a prova di grandi e piccini. Perché qui ci troviamo davanti ad una delle più devastanti e genuine incarnazioni di comicità del nuovo millennio, senza se e senza ma.

9

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