Berlinale 65

Recensione Knight of Cups

Terrence Malick arriva al cinema con il suo ultimo film, con protagonisti Cate Blanchett, Natalie Portman e Christian Bale

recensione Knight of Cups
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Alessandro Baricco scriveva "Sabbia a perdita d'occhio, tra le ultime colline e il mare - il mare - nell'aria fredda di un pomeriggio quasi passato, e benedetto dal vento che sempre soffia da nord. La spiaggia. E il mare." Parole migliori come incipit non esistono, perché Knight of Cups può essere sintetizzato proprio così: acqua, come elemento di purificazione, come primo e comune ad ogni situazione, ogni evento. Acqua all'interno di piscine sporcate da coriandoli, musica assordante, e riflessi di un'altra notte che passa all'interno della città degli angeli e dei demoni della superficialità. E poi il mare, libero e sporco, indomabile, onde che una dopo l'altra si infrangono sui piedi, bagnano i vestiti, lavano via ogni tipo di paura e purificano il Cavaliere di Coppe che esce così dal suo sonno, tornando alla ricerca della sua perla: in essa la metafora della sua vita e del senso di essa, sulla riva dell'esistenza in un punto che non è terra e non è mare, ma è fatto solo di impronte che le onde cancellano via lasciandogli appena da vivere lo spazio di un respiro. Nella cartomanzia il Cavaliere di Coppe è colui che dispone del dominio delle sue qualità legate proprio all'elemento acqua: fantasia, amorevolezza, sensibilità. Il moderno principe di Terrence Malick è un uomo alla ricerca di queste qualità, di un assoluto che vada oltre la cima della montagna che ha già scalato, quella del successo, e che gli permetta di riempire un vuoto che nulla sembra essere in grado di colmare. Un'anima in pena, che cerca se stesso negli occhi degli altri, delineando la propria vita attraverso le donne che l'hanno accompagnato, di quelle che ha amato, di quelle che l'hanno solo sfiorato e di quelle che lo hanno trascinato dentro quell'acqua, un passo più vicino alla ricerca della sua perla in piccoli istanti di luce.


Preghiera di uno che si è perso, e dunque, a dirla tutta, preghiera per me.

Il cavaliere di coppe di Terrence Malick ha il volto di Christian Bale e l'animo di chi sente il bisogno di andare incontro al suo destino. Vaga disperso, e nel vagare mette insieme i pezzi della sua vita trascinandoci dentro l'ex moglie Cate Blanchett e l'amante Natalie Portman, luce ed ombra della sua esistenza. La ricerca di Rick è viva e pulsante nella poetica di Terrence Malick, quella fatta di piccole gestualità, di una camera che coglie l'attimo, che tocca il gesto di una mano e l'immensità di un tramonto con la stessa poesia. Attraverso un connubio con i suoi (pochi) fedeli collaboratori il regista texano mette a segno un film dai profondi estremi che vede nella dualità il suo respiro, dalla stessa Los Angeles - città che implacabile inghiotte il protagonista e che dalla stessa natura viene punita, scossa - alle varie donne che si alternano nella vita del protagonista: alcune rumorose, violente nei gesti e nel modo di relazionarsi ed altre delicate, che si affacciano a piedi nudi e fanno del silenzio la propria potenza.

Per questo, con i suoi pregi ed i suoi difetti, Knight of Cups si presenta come il naturale proseguo di un percorso che sta nel cuore del regista e di una strada che, più che quella del protagonista, sembra la propria: dopo Tree of Life e To the Wonder Malick aggiunge un terzo punto a questa sua ricerca, probabilmente il più difficile e criptico dei tre, disegnando i bordi di una strada che di nuovo non sembra avere né un inizio né una fine diversa da quella che ognuno di noi vuole dargli. Knight of Cups è un film che al di là delle incredibili qualità tecniche - che si fregiano di nuovo della meravigliosa fotografia del premio Oscar Emmanuel Lubezki - non può essere solo visto ma deve necessariamente essere sperimentato, un po' come un'esperienza privata e personale. Un regista come Malick non pretende un silenzioso ed acerbo spettatore, ma cerca in chi guarda le sue pellicole un viaggiatore sperduto come lui, disposto ad aprire il cuore alle sue immagini, a lasciarsi scavare dentro e perché no, anche cambiare. Un tipo di nudità intellettuale e spirituale che non tutti gli concedono, e che tuttavia è il primo scoglio da superare per amare veramente qualsiasi suo lavoro.

Scrivete voi dove volete il sentiero che ho perduto

Esistono quindi due modi per giudicare Knight of Cups, attraverso la testa ed attraverso il cuore. La testa cerca di razionalizzare, e quindi vede tutto: vede il terzo film consecutivo con lo stesso ritmo e gli stessi temi, vede delle scene che sembrano effettivamente dei tagli di Tree of Life e delle parti di sceneggiatura che hanno a volte le stesse parole e lo stesso modo di comunicare. Vede un film che in molte parti sa di ripetitivo, di qualcosa che il regista ha già sperimentato e, quindi, decisamente contestabile - e dalla facile critica. Vede di nuovo una natura maestosa che, come in Tree of Life, agisce da coscienza del personaggio, ed una desolazione nei paesaggi che metaforizza una condizione di estrema aridità interiore. Ma la testa, a volte, vede anche troppo... poi c'è il cuore. Il cuore si lascia parlare e spogliare, fa diventare lo spettatore un viaggiatore sperduto e si abbandona al ritmo delle onde, tra le braccia di Cate Blanchett e nelle lacrime di Natalie Portman, e diventa una tela bianca sulla quale il regista riesce a comunicare sulle giuste note.

Knight of Cups Dopo Tree of Life e To the Wonder il regista texano Terrence Malick disegna un terzo film molto simile ai precedenti, con gli stessi ritmi, suoni, colori ed emozioni. Difficile che chi non abbia apprezzato i primi due riesca ad amare Knight of Cups, eppure esattamente come negli ultimi due film di nuovo il regista sembra richiedere allo spettatore uno slancio di fede, un piccolo sforzo per andare oltre la semplice esperienza visiva e permettergli di toccare l’anima di ogni persona che passa davanti alla sua pellicola nel profondo. Per questo è impossibile dare un voto al film, perché al di là di semplici pregi e difetti di cui si è ampiamente discusso, il fine ultimo di Knight of Cups è di nuovo universale, da ricercare in ognuno di noi. Ogni spettatore è un Cavaliere di coppe alla ricerca di una perla che è lì, in un muto esistere che attende: ad ognuno di noi il compito di riuscire a trovarla.

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