Kin, la recensione del film con James Franco

Il quattordicenne Elijah, entrato in possesso di una misteriosa arma futuristica, si trova a fuggire insieme al fratellastro da un vendicativo gangster.

recensione Kin, la recensione del film con James Franco
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Il quattordicenne Elijah vive a Detroit con il padre adottivo dopo la scomparsa della madre, in una situazione familiare difficile complicata dalle fedina penale del fratellastro Jimmy, attualmente in carcere dopo una condanna per furto. Il ragazzino ha problemi a scuola e spesso salta le lezioni per andare alla ricerca di rifiuti in rame o alluminio da rivendere ad un suo conoscente.
Proprio durante una di queste scorribande in una fabbrica abbandonata si imbatte nei cadaveri di alcuni soldati supertecnologici e rinviene una misteriosa e potentissima arma.

In Kin la sera stessa Jimmy fa ritorno a casa dopo aver scontato il suo debito con la giustizia e da subito inizia furibonde litigate con il padre: per pagare la protezione concessagli quando si trovava tra le mura del carcere deve infatti consegnare la somma di 60.000 dollari a Taylor Balik, un gangster locale. Jimmy ed Elijah iniziano così una fuga on the road ma il criminale ha sguinzagliato un vero e proprio esercito sulle loro tracce.

Mancanza di personalità

Un action sci-fi che parte bene ma si perde lentamente per strada, afflosciando tutti i potenziali spunti di partenza in una stanca riproposizione di topoi che si susseguiranno nel corso dell'ora e mezza (abbondante) di visione. Kin (termine inglese traducibile con Stirpe) vorrebbe offrire un mix tra spunti di genere e aliti introspettivi e drammatici ma alla resa dei conti si rivela un calderone privo di personalità che procede per inerzia fino al colpo di scena finale, citante addirittura classici del calibro di Terminator (1984) in maniera ingenua e pretestuosa.

Il film è diretto dai fratelli Jonathan e Josh Baker ed è l'aggiornamento in forma di lungometraggio del corto Bag Man (2014) firmato dagli stessi registi e i cui diritti sono stati acquistati da Lionsgate per trenta milioni di dollari, una cifra considerevole che non è stata ripagata dagli incassi fino ad ora.

Perdersi per strada

I motivi dietro all'insuccesso commerciale sono purtroppo evidenti, con una povertà di idee in fase di sceneggiatura che si sente nel corso dei sempre più improbabili eventi.
Ciò che poteva andare bene per un minutaggio breve viene diluito in un contesto poco credibile, con una situazione familiare forzata (sprecatissimo a tal proposito il cammeo di Dennis Quaid nei panni del padre dei ragazzi) e atmosfere on the road che non trovano adeguato contraltare nella gestione dei rapporti fraterni, troppo caricaturali per risultare credibili.
E quando i sussulti fantascientifici fanno capolino nella definitiva resa dei conti, il rischio di scadere nel ridicolo involontario diventa purtroppo reale, con una rivelazione che permette al produttore esecutivo Michael B. Jordan di fare la sua fulminea entrata in scena in una breve apparizione.

Ennesima partecipazione sprecata di un cast delle grandi occasioni che vede il giovane Myles Truitt , esordiente sul grande schermo e ancora acerbo per un ruolo da protagonista, dividere la scena con volti conosciuti come Jack Reynor, Zoe Kravitz e James Franco, questi nuovamente alle prese in carriera con un grottesco villain sopra le righe.

Kin Troppo anonimo e indeciso per raccontare qualcosa di realmente originale nell'affollato filone dell'action/sci-fi moderno, Kin si affida a soluzioni abusate e a improbabili colpi di scena per cercare di svegliare dal torpore narrativo lo spettatore, alle prese per gran parte dei cento minuti di visione con il mal calibrato mix tra dramma familiare, viaggio on the road e dinamiche di genere. I registi Jonathan e Josh Baker, anch'essi consanguinei, ripropongono in forma di lungo un loro cortometraggio datato 2014, ma la storia viene diluita troppo senza poter fare affidamento su una sceneggiatura solida e ragionata: qui i personaggi secondari entrano per caso nella missione di fuga delle figure principali e il fattore introspettivo necessario per un corretto percorso di formazione da parte del giovane Elijah si piega ad eventi forzati e poco credibili, castrando di fatto l'intensità drammatica di un racconto che dai primi minuti faceva presagire ben altri, migliori, risultati.

5

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