Recensione Katyn

Il massacro di Katyn torna a galla e concorre all'Oscar

Recensione Katyn
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Realtà storica

"Vivere nei cuori che lasciamo dietro di noi non è morire."
[Thomas Campbell]

E' stato a lungo tenuto nascosto, poi dimenticato e ancora messo in discussione. Ma per le famiglie delle vittime il massacro avvenuto in Russia nel 1940 durante la Seconda guerra Mondiale non è passato inosservato, tutt'altro.
L'anno prima le truppe di Hitler e l'Armata Rossa invadono e occupano la Polonia. Nel 40 il Commissario sovietico ordina di fucilare 15.000 prigionieri di guerra. In pochissimo tempo, come carne da macello, i corpi dei militari, con un solo colpo alla nuca, vengono uccisi senza pietà e gettati in una fosse comune a Katyn. Per tre anni questi corpi sembrano destinati a scomparire dalla memoria, fino a quando le truppe tedesche avanzano verso nord e una volta scoperte, accusano i russi del massacro. Da lì in poi un tira e molla di colpe, con i seguaci del Führer che puntano il dito sulle truppe sovietiche e viceversa. La verità sconvolge l'opinione pubblica, gettando un'ombra sulle famiglie delle vittime, alle quali non è stato possibile controllare gli eventi né avere voce in capitolo sulle vite dei propri cari.

Katyn e l'eccidio sovietico del 1940

Verità, giustizia e memoria. Per chi volesse approfondire la storia, George Sanford mette al servizio dei suoi lettori la sua conoscenza. Insegnante di scienze politiche all'università di Bristol e specialista della Polonia e dell'Europa Orientale, con il libro Katyn e l'eccidio sovietico del 1940 - da noi edito da UTET - ripercorre il periodo storico utilizzando per la prima volta i documenti sovietici resi pubblici agli inizi degli anni Novanta per spiegare cosa e chi indusse la leadership stalinista a decidere l'eccidio di massa. Oltre ad approfondire la logica dello stato stalinista, il libro fornisce un autorevole studio dei metodi usati da Stalin attraverso un dettagliato resoconto di come avvenne il trasporto e l'esecuzione delle vittime.

La Polonia raccontata.

Grande esponente cinematografico dei cambiamenti socio-economici della sua Polonia, Andrzej Wajda a ottant'anni non accenna alcun segno di stanchezza e dedica il suo ultimo film ai genitori, uccisi e ingannati in quell'orrore. Ancora una volta si fa portavoce di milioni di uomini coinvolti dall'incedere degli eventi, comunicando il dolore, l'alienamento emotivo, attraverso quattro storie col medesimo comune denominatore.
Anna, la moglie di un Capitano del Reggimento Uhlan, attende il ritorno del marito pur avendo avuto prova del suo assassinio da parte dei Russi; Agnieszka, sorella di un pilota, ha invece il cuore spezzato e oppresso dal muro di silenzio che circonda la scomparsa del fratello. Infine la moglie di un Generale apprende la morte di suo marito dopo la scoperta dei Tedeschi delle fosse comuni mentre Jerzy, amico del Capitano, è l'unico sopravvissuto.
Katyn racconta con taglio quasi documentaristico - tanto appare reale e verosimile il contesto socio-politico - una verità drammatica, per preservare la memoria e onorare i caduti in guerra, ai quali non è stata data voce in capitolo se non dopo 50 anni. La brillante sensibilità del regista polacco - a cui dobbiamo diversi capolavori del cinema, tra i quali Cenere e diamanti, L'uomo di ferro e La terra della grande promessa - permette al film di coinvolgere lo spettatore in crescendo, con un continuo e mirato martellamento psicologico. La regia di Andrzej Wajda è fredda, spietata, asciutta: il processo di identificazione avviene lento ma incisivo, diretto e spiazzante. Ogni personaggio si fa portavoce di un messaggio, esposto con un linguaggio differente a seconda della situazione. Gli attori vengono così presentati come pedine spaesate in un gioco immorale: perverso e violento, talmente assurdo da lasciare attoniti nel finale; picco di fermezza e lucidità da cui difficilmente la nostra mente potrà allontanarsi utilizzando l'espediente della finzione. Per far si che la morte di 15.000 uomini non sia stata vana, il regista ci suggerisce di tenerne stretto almeno il ricordo... con l'augurio che funga da monito per le generazioni future.

Katyn Katyn parte come un treno merci: lento (forse troppo) nella prima mezz'ora, intrigante nel delineare una realtà ai limiti del documentaristico e schizza via veloce nel finale, dopo aver scaricato sul pubblico le ultime casse di morte dallo stomaco. Andrzej Wajda dirige con incredibile fedeltà storica, e il suo stile ammutolisce... come un eccidio compiuto per ragioni incomprensibili a chiunque conservi un briciolo di umanità.

7.5

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