Recensione Justin Bieber: Never Say Never

L'idolo pop delle ragazzine d'inizio XXI secolo

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Se ci soffermiamo a dare uno sguardo alla storia della settima arte più commerciale, non è difficile rendersi conto del fatto che quella di rendere protagonisti di lungometraggi cinematografici gli idoli della musica popolare è una tendenza che sembra esistere ormai da molto tempo. Basta tenere in considerazione che, già molti anni prima di vedere distribuito nelle sale Spice girls-Il film (1997) di Bob Spiers, i Beatles furono solo uno dei tanti complessi ad avere interpretato pellicole - da Tutti per uno (1964) ad Aiuto! (1965) - nei panni di sé stessi.
Una tendenza necessaria al fine di sfruttare il personaggio musicale in questione all'interno di forme d'intrattenimento che non siano esclusivamente rappresentate da dischi ed esibizioni live, tanto da arrivare a veri e propri resoconti su grande schermo di concerti, come fatto da Martin Scorsese con i Rolling Stones tramite il suo Shine a light (2008), o a documentari volti a ripercorrere la lavorazione di un album o l'iter formativo di un artista in voga.
Senza contare U23D (2007) di Catherine Owens e Mark Pellington, girato in tre dimensioni proprio come questo Justin Bieber: Never say never, a firma del Jon Chu cui dobbiamo Step up 2 - La strada per il successo (2008) e Step up 3D (2010).

Il mio nome è Bieber, Justin Bieber

Ma la domanda, per tutti coloro che già hanno superato da un bel pezzo la fase adolescenziale e prestano poca attenzione ai miti dei teen-ager (ma, soprattutto, delle teen-ager) d'inizio XXI secolo, sorge spontanea: chi è Justin Bieber?
Semplicemente un giovanissimo cantautore canadese che, nato nel 1994 a Stratford, Ontario, è stato abbandonato dal padre quando aveva solo dieci mesi, trovandosi ad essere cresciuto dalla madre e sviluppando un bellissimo rapporto con il nonno paterno. Giovanissimo cantautore che, già a dodici anni, si è classificato secondo a una competizione canora, per poi pubblicare su YouTube cover di canzoni di svariati artisti, attirando l'attenzione della Rapid Discovery Media di Toronto e del suo futuro manager, il quale lo ha accompagnato ad Atalanta, in Georgia, per consultarsi con il cantante Usher.

La forza dei singoli

Non a caso, prima ancora dei titoli di testa, sono proprio alcuni estratti da Youtube a introdurre i circa 105 minuti di visione riguardanti l'ascesa di colui che, entrato tra le prime quindici posizioni della classifica canadese dei singoli e tra le prime quaranta di quella statunitense con One time, One less lonely girl, Love me e Favorite girl, pare possedesse un ritmo innato nonostante non avesse mai preso lezioni di musica, come testimonia il suo vicino di casa, che racconta di essersene accorto quando, invitatolo nella sua abitazione, lo ha visto suonare la batteria.
Colui che, amato dalle giovanissime anche solo per il modo in cui si sistema i capelli, è l'unico artista nella storia di Billboard (rivista settimanale americana dedicata alla musica e ai video e contenente le classifiche considerate tra le più precise e dettagliate al mondo) ad annoverare quattro singoli tratti dall'album d'esordio My World 2.0, già nella Top 40 delle Hot 100 prima dell'uscita dell'album stesso.
Colui di cui apprendiamo notizie e dettagli riguardanti l'arrivo al successo attraverso interviste a parenti, amici, manager e tecnici, mentre parte il conto alla rovescia per l'attesissimo concerto al Madison Square Garden e, sullo schermo, si alternano star del calibro dei Boyz II Men, Jaden"The karate kid-La leggenda continua"Smith, che esegue proprio Never say never, e la Miley Cyrus meglio conosciuta per la serie televisiva Hannah Montana che, invece, si cimenta in Overboard.
Tutti pezzi facilmente orecchiabili come l'operazione stessa, culminante nella Baby che sembra quasi uscita dal periodo a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta; mentre il buon montaggio a firma di Jay Cassidy, Jillian Twigger Moul e Avi Youabian contribuisce non poco a impreziosire la non disprezzabile confezione di quello che, destinato a trasformarsi in oggetto di culto su celluloide per tutti i seguaci irriducibili della pop star, non sfrutta male neppure il 3D, tra scritte che avanzano al di fuori dello schermo e Bieber che allunga la mano verso lo spettatore seduto in sala.

Justin Bieber: Never Say Never La preparazione dell’atteso concerto al Madison Square Garden di Justin Bieber, giovanissimo cantautore canadese nato da YouTube ed arrivato prestissimo al successo, conquistando il cuore di non poche fan tutt’altro che distanti da quelle che, negli anni Novanta, impazzirono per Take That, Hanson e Backstreet Boys, è il giusto pretesto per raccontare l’ascesa dell’idolo pop attraverso le parole dei suoi stessi conoscenti. Dalle performance di strada nella città di Stratford, Ontario, al fenomeno su internet ed infine a superstar globale, il regista Jon Chu, ex ballerino poi passato alla regia con diversi elaborati musicali, tra cui il secondo e terzo Step up, narra il tutto dimostrando una certa dimestichezza con il ritmo a suon di note, confezionando un prodotto che, sfruttando discretamente anche il sistema di visione in tre dimensioni, finirà in maniera inevitabile per trasformarsi in autentico oggetto di culto per ogni fan bieberiana che si rispetti. Ma non per tutti gli altri, ovviamente.

6.5

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