Judy, la recensione: al di là dell'arcobaleno con Renée Zellweger

Renée Zellweger è l'icona della Hollywood di un tempo, Judy Garland, nella pellicola diretta da Rupert Goold: Judy.

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Chissà cosa ha trovato poi, Judy Garland, al di là dell'arcobaleno. Dal 16 gennaio 2020 arriverà nelle sale italiane Judy, il film ispirato al dramma treatrale di Peter Quilt, End of the Rainbow, con una intensa (a volte, forse, anche troppo) Renée Zellweger nei panni dell'attrice del Mago di Oz, Judy Garland per l'appunto (nome d'arte di Frances Ethel Gumm, come le viene prontamente ricordato da Louis B. Mayer in una scena), nei suoi ultimi mesi di vita.
L'opera di Rupert Goold vuole raccontare l'umanità dietro il personaggio pubblico, la donna dietro l'icona che ha incantato tutti con la sua voce e il suo talento, nonostante i problemi che sembravano affliggerla fin da giovane (alcolismo, diete severissime, orari e condizioni di lavoro ben oltre il limite dell'accettabile, pasticche su pasticche...) e che hanno contribuito a etichettarla come un'artista difficile con cui lavorare, soprattutto sul finire della sua carriera.

"Sono Judy Garland solo per un'ora ogni sera. Il resto del tempo, sono parte di una famiglia" esclama la Garland nel racconto diegetico, rispondendo al presentatore dello show di cui è ospite. Lo stesso film, del resto, si apre con una domanda sul futuro, posta sul set magnificamente ricostruito del musical diretto da Victor Fleming: Chi vuole diventare Judy Garland?

Tra glorie passate e future

Curiosamente, la strada intrapresa da Judy nell'omonimo lungometraggio - presentato in anteprima alla Festa del Cinema di Roma 2019 - somiglia, per certi versi, a quella percorsa da un altro memorabile personaggio visto da poco al cinema: Rick Dalton (Leonardo DiCaprio in C'Era Una Volta A... Hollywood), l'attore un tempo idolo delle folle, relegato poi perennemente al ruolo di villain televisivo, in modo da facilitare l'inserimento delle nuove generazioni nell'industria cinematografica.
Proprio come Rick, Judy vive di glorie passate e fatica a costruirne di nuove, annaspando per (ri)trovare il suo posto nel mondo ("Una volta avevo delle ambizioni, ma ho realizzato che mi causavano solo dei tremendi mal di testa"); come Dalton, Judy affida sofferenze e dispiaceri a sostanze come alcol e pillole, senza più poterne fare a meno, rischiando di danneggiare non solo salute e rapporti sociali, anche la propria carriera. E ancora sempre a Judy viene data la possibilità di risorgere dalle proprie ceneri tramite un'esperienza al di fuori dall'ambiente Hollywoodiano (l'Italia per Rick, l'Inghilterra per Judy), che dapprima sembrerà un'imposizione, quasi una punizione, ma che poi si rivelerà essere indispensabile per poter andare avanti.

Nella sceneggiatura di Tom Edge (The Crown, Lovesick), la parabola discendente della Garland viene rappresentata con grande forza empatica, senza però far dimenticare allo spettatore difetti e colpe della stessa.
Ma se guardando al passato dell'attrice, mostrato tramite flashback dalle sembianze talvolte oniriche, non ci si stupisce più di tanto delle sue attuali abitudini e condizioni, non sempre si riesce a comprenderle del tutto e a giustificarle.

Tutte le emozioni, i dubbi, le gioie, le paure, le frustrazioni, Judy se le portava sul palco: lo spettacolo doveva continuare, come si suol dire, e quindi via alla musica, alle canzoni sentite e sofferte, alle esibizioni sempre più mascherate, eppure ancora più rivelatrici.
Esibizioni su cui è stato realizzato un lavoro certosino da parte della produzione, e che su espresso volere del regista non hanno mirato alla cieca duplicazione di quelle originali, puntando sulle intuizioni e sulle particolarità della Zellweger, unica attrice che Goold sia riuscito a immaginare nella parte, anche per via della fragilità che riesce a mostrare in modo così naturale, al pari della Garland.
Ad accompagnarla, un motivo floreale che spesso troviamo accanto alla sua figura nel corso della pellicola, o addirittura addosso, come nel caso dello splendido abito indossato durante un'opening night in quel di Londra che, nonostante le pessime condizioni fisiche e mentali, la rende radiosa come non mai.

Non vi dimenticherete di me, vero?

Tutto questo, però, non basta, e Judy si trova a rincorrere ancora più disperatamente la felicità.
Neanche l'affetto del pubblico londinese, un quinto marito (Finn Wittrock) o le uscite notturne in compagnia dei suoi fan più fedeli (Andy Nyman e Daniel Cerquiera) hanno pututo nulla contro l'inesorabile caducità della vita: Judy scomparirà sei mesi dopo la sua ultima, toccante esibizione, che coincide con il momento più alto della pellicola e che rientrerà sicuramente (o comunque dovrebbe) tra i movie moments dell'anno.
E proprio come si augura la sua protagonista, Judy di Rupert Goold non è facile da dimenticare, malgrado non si faccia portatore di particolari innovazioni stilistiche, non si forzi neanche troppo a fare chiarezza biografica (alcuni avvenimenti e dinamiche, di cui magari avremmo voluto sapere di più, sono puramente accennati, lasciando molto all'intuizione e alla conoscenza preesistente dello spettatore). Ma il focus della pellicola è tutto sulle azioni e le reazioni umane della Garland, che la Zellweger porta in scena in maniera talmente vivida (anche se più volte nel corso della durata si rischia di scadere nella caricatura), da giustificare l'Oscar Buzz che già la circonda.
Nell'attesa di scoprire cosa accadrà alla prestigiosa premiazione 2020, diciamo anche noi addio alla strada di mattoncini gialli e proseguiamo lì verso l'ignoto, al di là dell'arcobaleno.

Judy Judy di Rupert Goold non innova il genere del biopic ma vi rientra comodamente, portando sul grande schermo l'ultimo periodo della vita di Judy Garland. Ci si focalizza sull'aspetto umano, sulla donna che quella ragazzina con le codine del mondo di Oz è diventata in seguito, su molti dei successi e delle gioie, ma soprattutto sui dolori e sulle sconfitte che l'hanno accompagnata e influenzata fin da giovane. Tutto (o quasi) ricade sulle spalle di Renée Zellweger, che nonostante qualche esagerazione ci regala una delle sue migliori performance di sempre.

7.5

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