Joker, la recensione del film con Joaquin Phoenix: una risata ci seppellirà

Joaquin Phoenix porta al cinema la miserabile discesa all'inferno di Arthur Fleck, ultimo fra gli ultimi, destinato a diventare il Joker.

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Vi siete mai sentiti inadatti? Incompresi? Dei fantasmi che camminano in un mondo abitato da milioni di persone che non riescono neppure a guardarvi in faccia? E che magari vi passano attraverso. Inesistenti, pur avendo un cuore pulsante, sogni e desideri come tutti gli altri. Ebbene questo è il ritratto di Arthur Fleck, "uno dei tanti" in quel grande mattatoio che chiamano Gotham City, ormai una fogna a cielo aperto, schiava di topi resistenti a qualsiasi repellente esistente e di una criminalità dilagante che si manifesta a ogni ora del giorno e della notte.
Un ambiente infernale che farebbe perdere la voglia di vivere a chiunque, salvo forse a chi ha soldi e salute da vendere, come ad esempio il presentatore televisivo Murray Franklin, che dispensa buon umore di media fattura alla fine del giorno, o Thomas Wayne (meglio conosciuto come il padre del più famoso Bruce...), imprenditore che vorrebbe tanto raddrizzare la schiena della sua sbandata città.
Anche Arthur Fleck ha però una missione da compiere: sin da piccolo la madre Penny non ha fatto altro che ripetergli "indossa sempre il tuo sorriso migliore e donalo agli altri", cosa che tenta di fare ad ogni occasione buona. Certo trovare un palcoscenico adatto è un'impresa titanica, ci si accontenta così di lavorare per una società che fornisce clown all'occorrenza, per feste o sponsorizzazioni di ogni tipo, aspettando l'occasione che faccia la differenza. C'è però un dettaglio che complica non poco le cose.

La malattia dell'indifferenza

Arthur è malato. Ha un disturbo neurologico che lo costringe a continui colloqui con i servizi sociali e a prendere numerose pillole quotidianamente. Tutto questo ha inoltre un effetto collaterale alquanto importante: nei momenti di grande tensione o imbarazzo, Arthur non riesce a smettere di ridere, anche se dentro vorrebbe solo morire soffocato. Un riflesso incondizionato che non rispecchia assolutamente il suo reale stato d'animo, e che agli occhi degli altri lo rende un disadattato, un folle da commiserare e da evitare. Di fatto, c'è davvero poco da ridere: non parliamo di una risata sana, contagiosa, ma di un rantolo malato, stridente, che provoca fastidio e malessere. Un dramma dentro il dramma, utile solo a rendere più infernale la povera esistenza del fantasma Arthur Fleck, essere inutile per praticamente chiunque a esclusione della madre, l'unica persona con cui ha un contatto umano stabile, ma davvero poco gratificante com'è possibile immaginare.

Ultimo fra gli ultimi

Questo il materiale di partenza di Todd Phillips, un personaggio-freak da plasmare a suo piacimento (anche perché Origin Story di Joker non esistono neppure a fumetti, ci ha detto Phillips, anche se forse dimentica i flashback di The Killing Joke) e piazzare all'interno di un microcosmo in cui nulla funziona come dovrebbe. La società di Gotham è completamente in pezzi, la disoccupazione ha raggiunto livelli preoccupanti e le strade sono sporche e insicure, figuriamoci se qualcuno può davvero prendersi cura di un uomo come Arthur Fleck, l'ultimo degli ultimi. Non c'è nessun programma di reale supporto, inoltre i pochi servizi dedicati a personalità difficili vengono tagliati di netto da un'amministrazione che non ha nessuna voglia di investire nell'ascolto e nell'assistenza. Così gente complicata come Arthur Fleck diventa ancora più sola e abbandonata, rifiutata e maltrattata, la vera scintilla degli eventi che porta a una rivolta politica e sociale di dimensioni catastrofiche.

Il regista della trilogia di Una Notte da Leoni prende tutto quello che conosciamo dei cinecomic contemporanei e lo mette da parte, in un cassetto ben chiuso da tenere d'occhio solo ed esclusivamente per qualche lontana eco. Al senso di realtà portato in scena da Christopher Nolan con il Cavaliere Oscuro si aggiunge una nuova dimensione, ancora più fedele al mondo che viviamo per davvero, disperata e oscura. Gotham è il perfetto alter ego della nostra New York, riprodotta quasi 1:1, non ci sono strutture futuristiche o fumi che escono senza sosta dai tombini, come poteva essere nel Batman di Tim Burton.

Davanti a noi prende forma la vita reale, pura e semplice, senza macchinazioni fumettose o batcaverne ultra tecnologiche, che arriveranno solo dopo, in altri contesti, altri progetti. Adesso è tempo di fronteggiare la follia umana nella sua variante più tragica, ma non come fosse il "villain" della situazione, affatto.
Chi presenta dei disturbi mentali non è il mostro da combattere, i fari sono puntati su di noi, sulla società che non ha la minima idea di come trattare "i dimenticati". Così li sbeffeggia, li insulta, li umilia costantemente. Voltandosi dall'altra parte, facendo finta di niente, non credendo a una sola parola di ciò che esce dalla loro bocca, non si sa bene per quale presunzione cosmica o ancestrale. Il demone non è insito in Arthur Fleck, è in tutto ciò che lo circonda.

Qualcosa di nuovo

Raccontato con piglio autoriale, che poco ha a che fare con le più recenti iterazioni del mondo DC Comics o Marvel Studios, Joker di Todd Phillips è un'opera viscerale, diretta, sanguigna, che inchioda lo spettatore alla poltrona e gli rovescia addosso tutto ciò che non va nella società che sta al di fuori della sala. Una storia di indifferenza che porta, com'è facile prevedere, a conseguenze disastrose, terribili, a cui il mondo reale non è affatto immune. L'opera filmica esce così dal proprio schermo e arriva al cuore, in strada, nei palazzi di governo, negli ospedali, là dove molti Arthur Fleck non aspettano altro che un segno di approvazione, una risata a una loro battuta che non fa ridere, anche solo per sentirsi vivi. Temi di fondamentale importanza dunque, veicolati sullo schermo attraverso il volto, il corpo, la sofferenza di un attore come Joaquin Phoenix, che per prepararsi alla sfida ha perso 20 chili e studiato le vere risate delle persone affette da malattia mentale. Il risultato è qualcosa di mai visto al cinema addosso al personaggio DC del Joker, che non teme il confronto né con Jack Nicholson che con Heath Ledger. Performance assolutamente diverse e tutte ugualmente valide, per le quali non esiste una migliore o una peggiore, anche perché a condizionarle sono anche i film a cui appartengono.

Il nuovo Arthur Fleck ha però dalla sua parte l'approccio ultra sensibile e umano di Todd Phillips, che ha creato un essere a suo modo unico, meraviglioso, per quanto spaventoso a tratti. Una prova d'attore, quella di Phoenix, da applausi a scena aperta, senza sé e senza ma, che fa crescere il progetto e lo rende credibile e accattivante. Joker è Joaquin Phoenix, è su di lui che poggia l'intero progetto. L'unico neo dell'operazione è forse una parte centrale poco coesa, che appare quasi distaccata dal resto, durante la quale il linguaggio perde varie altezze e lo stile della messa in scena diventa più anonimo.

Nulla che possa in ogni caso pregiudicare l'opera nella sua interezza, che può al contrario vantare una parte iniziale e una finale che faranno emozionare ogni tipo di pubblico, anche quello poco avvezzo ai cinecomic - cosa che, alla fine dei conti, Joker non è, almeno formalmente per come siamo abituati. Bisogna prepararsi a vedere qualcosa di nuovo, dalla scrittura impegnata e dalla direzione superlativa, con Todd Phillips che forse - tecnicamente parlando - mette a segno la migliore regia della sua carriera, attenta ai dettagli, sensibile nei momenti di quiete e frenetica all'arrivo del caos.
Se vogliamo anche coraggiosa, per alcune scelte che nessun altro prodotto di pari segmento ha mostrato sino ad ora in termini di violenza pura (escluso forse solo Deadpool, che mette però in scena una violenza differente) - e pensiamo sia proprio questa la strada da seguire in questo momento storico, abbandonando quando possibile il politicamente corretto per girare film di villain e supereroi adatti a un pubblico maturo. Magari non con ogni cinecomic in uscita, ma con poche perle ben assestate, in grado di elevare ulteriormente il genere ad arte - e la selezione in Concorso alla 76.ma Mostra del Cinema di Venezia di Joker è un'indicazione molto precisa.

Joker Todd Phillips inventa di sana pianta la Origin Story del Joker DC Comics creando un prodotto inedito, a suo modo, per il genere di appartenenza. In termini di realismo siamo ben oltre l'idea di Christopher Nolan, tutto è incredibilmente doloroso, pungente, si può inoltre respirare chiaramente il tanfo dei rifiuti e sentire i topi scorrazzare liberi per la città. Gli elementi fantastici, o più fumettosi se vogliamo, sono quasi del tutto assenti, a vantaggio della credibilità del progetto. Persino le risate di Arthur Fleck provocano malessere, nausea, anziché essere contagiose, anche se questo è merito soprattutto di un Joaquin Phoenix superlativo, un clown pregno di un'incredibile umanità che chiede solo di essere ascoltato - danzando costantemente e muovendo sinuosamente il suo corpo nello spazio, come a ribadire la sua esistenza in carne e ossa. Il suo obiettivo infatti non è mettere il mondo a ferro e fuoco per partito preso, lui vorrebbe solo far ridere le persone, in modo genuino e naturale, invece finisce sempre con la gente che ride di lui. Un dramma che spezza il cuore e apre le coscienze di chi siede nelle poltrone del cinema, diretto con il giusto piglio autoriale ma con un linguaggio adatto a tutti, anche a chi mastica poco i cinecomic - o li odia del tutto. Il Joker saprà colpire a fondo anche loro, questa volta.

8.5

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