Jojo Rabbit, la recensione: Adolf Hitler secondo Taika Waititi

Taika Waititi dipinge a modo suo, in maniera grottesca e folle, la figura di Adolf Hitler, goffa caricatura in un mondo che ha ancora speranza.

recensione Jojo Rabbit, la recensione: Adolf Hitler secondo Taika Waititi
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Jojo ha soltanto 10 anni, sembra un ragazzino felice come ce ne sono molti altri al di fuori del suo portone di casa. Sente fortemente la mancanza del padre ma ha comunque una madre amorevole, sempre pronta - quando ha del tempo libero, certo - a coccolarlo e farlo ridere, farlo sentire costantemente amato. Il piccolo e dolce Jojo ha anche un grande senso del dovere e della nazione, adora andare a scuola, dove ha maestri inflessibili che ogni giorno gli impartiscono a dovere la lezione, e il suo mito/amico immaginario è sempre pronto a dargli man forte nei momenti di maggiore sconforto. Insomma, la vita del nostro protagonista sembra davvero immacolata, fatta di alti e bassi del tutto "umani".
Ci sono però un paio di problemi, o almeno sono tali per noi che sediamo nella poltrona del cinema: Jojo frequenta un istituto di matrice nazista e il suo mentore ideale è Adolf Hitler in persona. Siamo infatti nella Germania del 1945, un luogo e un'epoca in cui adorare il Führer e seguire le sue orme è considerato assolutamente normale, oltre che obbligatorio...
State tranquilli però, non ci troviamo di fronte all'ennesimo dramma storico, intento a farvi piangere a tutti i costi. Tutt'altro, a scrivere e dirigere Jojo Rabbit (da un romanzo di Christine Leunens) c'è il folle Taika Waititi, che ha soltanto uno scopo primario: farvi ridere dell'impossibile. Dell'orrore.

Jojo Waititi

Bastano pochi minuti per entrare nel folle mondo pensato dall'autore neozelandese, che ha ben pensato di dipingere una Germania dai colori spesso sgargianti e dalla fotografia "calda", accogliente e avvolgente. Le ambientazioni però non bastano a rappresentare in toto l'universo di Jojo Rabbit, a fare da ciliegina su una torta già parecchio golosa vi è Hitler in persona (anche se mai nominato direttamente), una caricatura estrema che vive nella testa del piccolo protagonista e che spesso, nei momenti di maggiore bisogno, spunta fuori come un perfetto genio della lampada (grillo parlante?) a risolvere situazioni e a dispensare consigli.
Un Führer ridicolo e ridicolizzato, un leader che non ha nulla del leader, un buffone di corte che non farebbe paura neppure a una mosca ma che per Jojo è un faro da seguire nella notte. Proprio per questo motivo il ragazzino è uno dei migliori del suo corso, il prototipo del nazista perfetto, ligio al dovere e difensore della patria anche a costo della vita. Teoricamente...

Mani insanguinate

Jojo infatti ha fatto male i conti, dal passaggio dai libri alla pratica non ha calcolato che essere un buon nazista significa anche uccidere, ammazzare senza pietà esseri innocenti, non solo nemici dichiarati della nazione. Il suo soprannome Rabbit viene non a caso da un coniglio che non è riuscito a far fuori, a bruciapelo, così come gli era stato ordinato. Un momento cruciale nella vita del ragazzino, che dopo poco viene doppiamente deluso dagli eventi: l'adorata madre, la donna per cui sarebbe davvero disposto a fare qualsiasi cosa, è in realtà un'amica degli odiati ebrei, li aiuta e li supporta segretamente, altro momento che crea in Jojo il crollo di tutte le sue certezze.
Come può un bambino di 10 anni, cresciuto sotto i dogmi tradizionali del nazismo più feroce, reagire a tutto questo? Ve lo lasciamo scoprire guardando i 108 minuti di Jojo Rabbit, un'opera leggera e incredibilmente profonda, che attraverso l'ironia penetra come un coltello fa con il burro nel nostro animo, facendoci uscire dalla sala provati ma più ricchi.

Il nazismo sottosopra

Lontano dai binari del Marvel Cinematic Universe, lungo i quali ha diretto il controverso Thor: Ragnarok, Taika Waititi torna a essere Autore con la A maiuscola dirigendo un film straordinario, in grado di far ridere e piangere nel giro di pochi istanti, come solo il miglior cinema sa fare. La scrittura è emozionata ed emozionante, la gestione della macchina da presa geniale e brillante, con idee e soluzioni di alto livello in alcune delicate parti del racconto.
Inoltre, non pago, il regista/sceneggiatore si è anche messo nei panni scomodi di Adolf Hitler, una figura caricaturale che inizia gonfiandosi e che pian piano va spegnendosi - anche perché cambia la percezione di Jojo e l'ammirazione che ha nei suoi confronti con il procedere del racconto.

Una parabola che sembra appartenere a un'epoca lontana dalla nostra ma che in realtà, grazie alla scrittura di Taika Waititi, si fa incredibilmente attuale.
Viviamo infatti in un mondo che non si vergogna più di inneggiare al nazismo o al fascismo, anche il peggior orrore è stato sdoganato, ma perché è successo questo? Perché le nuove generazioni (impersonate da Jojo) non hanno conosciuto il vero terrore, la paura, il dramma di quei tempi, tutti elementi rimasti nei libri di storia (libri chiusi, di storia...). È invece il conoscere, il fronteggiare la realtà, che ci rende diversi.

Un esercito da Oscar

A impreziosire ulteriormente l'opera, che come avrete capito parte come una leggera commedia superficiale e si trasforma molto presto in una pellicola che chiunque dovrebbe vedere, troviamo poi un cast davvero eccezionale, che svolge un lavoro da premio. In primis Scarlett Johansson, nominata non per caso agli Academy Awards 2020, nei panni di una madre dolcemente ambigua e amorevole, sempre pronta a fare il bello e il cattivo tempo; l'unico vero dramma è che non abbia qualche scena in più a disposizione per dare sfogo al suo talento.

Con lei un Sam Rockwell colmo d'ironia dalla testa ai piedi, generale fantoccio di un Adolf Hitler ugualmente fantoccio, e una Thomasin McKenzie incattivita e perennemente sospetta, che solo nel corso della narrazione riesce ad aprire il suo cuore a chi le sta di fronte. Come dimenticare poi il piccolo Roman Griffin Davis, talmente grazioso nei panni di Jojo da sembrare quasi un fumetto, che si guadagna l'amore del pubblico in una manciata di istanti. Un piccolo "esercito" da Oscar alla corte del re Waititi, che ha confezionato un lavoro magistrale, genuino, che non dimenticheremo facilmente. Anzi, che non dovremmo dimenticare mai, come la storia che racconta.

Jojo Rabbit Taika Waititi riscrive la storia a modo suo interpretando un Adolf Hitler buffo, caricaturale, che non impensierirebbe neppure una mosca. L'autore neozelandese è anche regista e sceneggiatore di un progetto che andrebbe mostrato nelle scuole, a chiunque in realtà che abbia un'età compresa fra i 10 e i 100 anni. Questo perché attraverso gli occhi innocenti del piccolo Jojo Rabbit si (ri)scoprono gli orrori del nazismo, di ideologie fuori di testa che a metà del '900 hanno devastato gli equilibri del mondo e sventrato l'umanità senza fare sconti. Un'opera paradossalmente divertente, che mira non solo a dare un volto al terrore ma anche a dimostrare come - una volta svelata la verità dei fatti - sia possibile cambiare idea e passare dalla parte del bene. A suon di lacrime e (soprattutto) risate, come il miglior cinema sa fare.

8

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