Recensione John Rambo

Vivere per niente o morire per qualcosa

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Il 1982 ed il problema dei reduci

Nel 1982 l’America stava facendo i conti con le ferite che la guerra nel Vietnam aveva inferto. La crisi economica, che il presidente Reagan, eletto nel 1980, aveva iniziato a fronteggiare con misure che di fatto acuivano il divario fra le classi sociali, sarebbe stata mitigata a breve, ma era ancora ben presente. Gli Stati Uniti soffrivano ancora di un calo di prestigio a livello internazionale, complice la fallimentare gestione da parte del Presidente Carter della crisi degli ostaggi in Iran, che era stata la causa della sua non rielezione. Apocalypse Now nel 1979 di Francis Ford Coppola aveva trasferito nelle sue atmosfere allucinate il senso della disfatta in Indocina ( e difatti era stato aspramente criticato in USA, trionfando invece in Europa), ma aveva trattato solo marginalmente il problema dei reduci, ai quali veniva riservato socialmente un trattamento impietoso, quasi fossero loro i responsabili della disfatta. Questo problema era emerso in altri lavori, in Taxi Driver di Martin Scorsese, ad esempio, od in Coming Home di Hal Ashby, od ancora ne Il Cacciatore di Michael Cimino, ma le sue reali dimensioni e la sua estensione in un terreno molto vicino al campo del razzismo erano sfuggite del tutto. Era come una malattia venerea, di cui tutti si vergognano e che si fa di tutto per nascondere o negare. L’America non voleva quei reduci, che le ricordavano una delle sue brucianti sconfitte.

First Blood

In questo quadro depresso e deprimente, piombò come un fulmine a ciel sereno il soldato John Rambo. La storia era da non crederci: un reduce dei Berretti Verdi, veniva ingiustamente arrestato per vagabondaggio, in un cittadina del Nord dal beffardo nome di Hope (Speranza), e sottoposto ad angherie e violenze. Riuscito a fuggire, veniva braccato sulle montagne da polizia e Guardia Nazionale e finiva con il distruggere mezzo centro abitato. Stallone si imponeva come interprete della sofferenza, della rabbia, della parte più umile della popolazione, in grado di raggiungere direttamente, come aveva fatto con Rocky, la gente comune. Rambo è l’eroe muscoloso, possente, ma vulnerabile e già sconfitto in partenza: one man army , esercito formato da un solo uomo, macchina da guerra tragica e disperata che urla il suo disagio in faccia ad un mondo che ha perso i suoi ideali, vessillo senza macchia da opporre al marcio dei palazzi del potere ed alla meschinità della provincia americana. In un periodo ove la parola d’ordine era “riflusso”, cioè fuga dal sociale per ritirarsi nella più rassicurante intimità del privato, il film originò il culto della “sopravvivenza”, intesa come recupero della cultura del fisico e dell’identità dell’uomo rispetto alla natura ed alle sue insidie. Cinematograficamente, a molti non sfuggì la piccola rivoluzione operata nei confronti dei clichèes del film d’azione e del combattimento in guerra, ove il manicheismo elementare buono-cattivo, agonista-antagonista, veniva mitigato dall’introduzione di figure ambivalenti, ed il concetto di popolazione, spesso vittima nei film di genere, finiva per assumere un ruolo negativo,come si poteva ben osservare nei week-end soldiers della guardia nazionale.

Serializzazione

Stallone , galvanizzato dal successo ottenuto, si trovò a fare i conti con il problema della serializzazione, fenomeno che storicamente nel cinema coincide con la smisurata dilatazione degli elementi peculiari del film originario, che devono in qualche modo servire alla necessità di catturare l’attenzione dello spettatore, di fargli vedere “qualcosa di più”, sfruttando quegli aspetti che si ritiene siano alla base del successo del personaggio. Così si spiegano le frecce esplosive del secondo film, ad esempio, la “bondizzazione” del protagonista e la sensazione di un avvicinarsi sempre di più al fumetto, esagerando sensibilmente la dose di violenza che il protagonista è in grado di sopportare e di infliggere. Non a caso, dopo gli incassi non esltanti del terzo episodio, Stallone capì che era bene concedersi una pausa.

Il ritorno

Per il ritorno sul grande schermo della sua creatura, Sly sceglie di attirare l’attenzione su di un genocidio lucidamente “dimenticato”, quello che si perpetua in Birmania ai danni dei Karen ad opera di uno spietato regime militare. Non può non sfuggire, infatti, come molti movimenti pacifisti, pronti a combattere, ideologicamente e fisicamente, per contestare l’impegno americano ed europeo nel petrolifero Iraq, non mostrino lo stesso zelo (anzi, non ne mostrino per niente) nel contrastare questo genocidio spietato che va avanti da sessant’anni. Non a caso, il film presenta immagini riprese dal vero delle mutilazioni inferte dai militari birmani ai karen, tanto per sottolineare l’attualità del problema e dare credibilità a quanto verrà mostrato in sede di “fiction”, chè di finzione, pare voler dire il regista, non ce ne sarà poi molta.
Rambo vive nel nord della Tailandia, spingendosi in barca fino in Birmania e catturando cobra, che poi rivende. L’arrivo di un gruppo di missionari cristiani, intenzionati a prestare assistenza alla popolazione vittima delle violenze, gli cambia la vita: gli chiedono di trasportarli in Birmania. Lui dapprima rifiuta, poi, convinto dalla più idealista del gruppo, Sarah Miller (Julie Benz, attrice apparsa in numerose serie tv), li conduce oltre il confine. Mentre si adoperano per aiutare la popolazione di un villaggio, verranno catturati dai militari, e portati al loro accampamento, diretto da un ufficiale cha ha una passione “speciale” per i maschi in età adolescenziale (la pedofilia, altro “inferno dimenticato” e non perseguito a sufficienza nel mondo occidentale). Rambo verrà nuovamente ingaggiato in una spedizione di soccorso per liberarli, affidata dall’organizzazione religiosa ad un gruppo di mercenari. Tutto preparerà un epico confronto finale.

Uno Stallone cinefilo

John Rambo è un film d’azione vecchia maniera, con scene altamente spettacolari ed adrenaliniche. Rivedere il vecchio leone in azione suscita un misto di nostalgia e di esaltazione. Le scene di combattimento sono spettacolari, come sempre, ma, a sorpresa, il regista mostra un aspetto cinefilo che non gli si riconosceva. Non è difficile, infatti, scoprire le citazioni di Kurosawa, Spielberg (la scena della battaglia finale rimanda, a tratti, alla Omaha Beach di Salvate il Soldato Ryan), Gibson (Apocalypto), Peckinpah (Il mucchio selvaggio), Coppola (Apocalypse Now), solo per citarne alcune. Il montaggio di Sean Albertson, quello di Cold Case in tv ma anche di Rocky Balboa, è da manuale, la fotografia di Glen MacPherson suggestiva. Gli interpreti sono degli onesti comprimari. L’ultrasessantenne Stallone, che dirige, produce e “sceneggia”, con la complicità di Art Monterastelli, mostra un fisico ancora in grado di non sfigurare con gli stilemi del genere

John Rambo Un ritorno gradito ed atteso. Un film d’azione, seppur fedele ai canoni del genere, ben fatto. Una figura carismatica che è entrata nella storia del cinema. Alcune sequenze assolutamente spettacolari. Il coraggio (e non la furbizia) di porre all’attenzione del pubblico temi, come il massacro in Birmania e la pedofilia, che l’occidente colpevolmente dimentica. E poco importa se la storia è sempre la stessa, se non si può certo gridare al capolavoro: in un mondo che vorrebbe fare a meno di eroi, Rambo è lì, ultimo dinosauro sopravvissuto a combattere per quelli che non hanno voce, ad evocare il guerriero che riduce l’esistere ad una scelta: vivere per niente o morire per qualche cosa. Semplice, diretto, immediato. Rambo è tornato: viva John Rambo!

7.5

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