Recensione John Carter

John Carter, da Marte alle sale cinematografiche

Articolo a cura di
Marco Lucio Papaleo Marco Lucio Papaleo inizia a giocherellare sulle tastiere degli home computer nei primissimi anni '80. Da allora, la crossmedialità è la sua passione e sondarne tutti i suoi aspetti è la sua missione. Adora il dialogo costruttivo, vivisezionare le opere derivate e le buone storie. E' molto network e poco social, ma è immancabilmente su Google+.

Cento anni sono ormai passati da quando Edgar Rice Burroughs ha messo su carta le fantastiche avventure del Capitano John Carter, senza poter ovviamente immaginare che ad un secolo di distanza i suoi libri sarebbero stati ancora letti e ricordati con piacere, nonché fonte inesauribile di ispirazione per tutti gli scrittori fantasy a venire.
Eppure Burroughs non cominciò a scrivere da giovane, per passione: oramai trentacinquenne, con una famiglia da mantenere e una lunga lista di professioni provate con poco successo, il duttile Edgar tentò la strada della scrittura, grazie ad uno stile poco ricco di fronzoli quanto straripante in trovate immaginifiche. La fortuna arrivò così in poco tempo, prima con le pubblicazioni periodiche dei suoi scritti e poi con le successive raccolte -revisionate- in libri. Circa settante le sue pubblicazioni principali, frutto di una inesauribile fantasia che ha portato alla creazione di personaggi entrati nell'immaginario collettivo di tutti, tra cui il mitico Tarzan, i cui ventotto libri sono stati tradotti, già in tempi remoti, in ben cinquanta lingue.
Ma l'inizio del successo di Burroughs si deve alla creazione di un personaggio, e di un universo narrativo, ben preciso e antecedente a quello del 'Re della Jungla': stiamo parlando, appunto, di John Carter e delle sue avventure marziane.

Zio Jack

Il mio ricordo del Capitano Carter risale all'epoca in cui per alcuni mesi fu ospite della casa di mio padre in Virginia, poco prima che scoppiasse la Guerra di Secessione. Ero un bambino di cinque anni, allora, ma ricordo perfettamente quell'uomo alto, atletico, il volto liscio e la pelle scura, che io chiamavo Zio Jack.
Con queste parole, nella prefazione a Sotto le lune di Marte -primo libro del cosiddetto Ciclo di Barsoom, conosciuto anche col nome La principessa di Marte- Edgar Rice Burroughs ci presenta John Carter, indomito e misterioso cavalleggero dell'esercito sudista. Un personaggio presentato come se fosse realmente esistito, le cui stravaganze nella vita reale avevano un fondamento tanto segreto quanto incredibile, avendo origine sul suolo marziano, che Carter aveva calpestato in una serie di folli avventure. Bellissime e irrequiete principesse, creature senzienti dalla pelle verde e dalle quattro braccia, poteri arcani e una civiltà tutta da scoprire: Burroughs e il suo avatar fantastico John Carter hanno portato generazioni di lettori su Marte, codificando in gran parte non uno bensì due generi (il fantasy e la fantascienza) e finendo per essere l'ispirazione -più o meno accreditata- per alcuni dei più grandi maestri della fiction del ventesimo secolo, nonché per il senso comune. L'idea comune che i marziani siano verdi, ad esempio, deriva dalla figura dei minacciosi Thark.
E così come Burroughs si rifaceva ai miti western e dei cavalleggeri decenni prima dei più famosi film del genere, i primi fumetti e molti dei romanzi di avventura creati posteriormente all'epopea tratteggiata dallo scrittore di Chicago devono molto a John Carter. A partire da Flash Gordon per arrivare ad Avatar, passando da Conan il Barbaro, Star Wars e Masters of The Universe.
Tanto che, come lo stesso regista Andrew Stanton ci ha confermato nella nostra intervista esclusiva, è stato dirigere un film così ricco di elementi iconici da sembrare presi in prestito da altre opere, quando, in realtà, derivano tutte dal Ciclo di Barsoom.
Viene da chiedersi come mai (se eccettuiamo il b-movie made in Asylum del 2009) non è mai stata realizzato prima un film su John Carter. I progetti in merito, in verità, sono stati molteplici fin dagli anni '30, ma tutti arenatisi soprattutto a causa della notevole spesa preventivata per creare una pellicola che avesse dalla sua una ricostruzione scenica e degli effetti speciali abbastanza all'avanguardia da ricreare l'incredibile mondo fantastico ideato da Burroughs.
E finalmente, grazie all'importante investimento di Disney in tal senso, e all'impegno del regista premio Oscar per piccoli-grandi capolavori quali Alla ricerca di Nemo e WALL•E, John Carter arriva infine sugli schermi cinematografici di tutto il mondo.

John Carter da Marte

John Carter (Taylor Kitsch) è un eroe di guerra, un cavalleggero dall'abilità leggendaria nel mondo militare. Tuttavia, amareggiato dalle sorti della Guerra di Indipendenza e stufo, in generale, di lotte e ideali traditi, cerca di rifarsi una vita andando alla scoperta di qualche vena aurifera, nella speranza di sistemarsi per il resto dei suoi giorni. Trovatosi nel mezzo di uno scontro tra esercito e Apache, John scopre casualmente la tanto cercata caverna del 'ragno' solo per finire inspiegabilmente teleportato su Marte, chiamato dai propri abitanti Barsoom. La vita sul pianeta rosso è oramai al collasso, con le poche specie ancora esistenti che si fanno la guerra. Per primi Carter incontra i Thark, tribu indigena-rurale che venera la forza, dall'alto della loro possente costituzione fisica che garantisce loro, tra l'altro, quattro braccia. Scoprendosi incredibilmente forte ed agile rispetto a quando era sulla Terra, John riesce a farsi valere contro i potenti Thark e parte alla scoperta di Marte, che scoprirà abitato anche da esseri 'umani' le cui due civiltà principali sono al culmine di un deflagrante conflitto che rischia di concludersi in tragedia. A meno che la principessa Dejah Thoris di Helium (Lynn Collins) non acconsenta a sposare lo spietato Sab Tan (Dominic West), leader di Zotanga... E mentre John decide per chi parteggiare, i misteriosi e potenti Therns tramano nell'ombra...

Riconferme marziane

Inutile dire quanto il progetto John Carter sia importante per tutti coloro che ne fanno parte. Atteso anche in virtù dell'hype generatasi nel corso delle dichiarazioni alla stampa (tra cui quella secondo la quale la pellicola sarebbe costata la notevolissima cifra di 250 milioni di dollari), il film è figlio di un desiderio di riconferme importanti da parte di Disney, che continua come sempre a sfornare lungometraggi impeccabili e grandi successi di pubblico, anche se ultimamente ha raramente entusiasmato davvero la critica, soprattutto per i film d'avventura in live action (vedasi Prince of Persia o L'Apprendista Stregone).
Riconferme ricercate anche da un signor regista come Stanton, qui al timone di un'operazione di vasta portata che riconferma (dopo l'exploit di Brad Bird con Mission: Impossible), ad ogni modo, che i registi Pixar sanno dove mettere le mani anche in ambito di film dal vivo. La sua riduzione cinematografica dell'opera di Burroughs, difatti, pur con qualche (inevitabile) differenza rende giustamente omaggio all'originale tenendo da conto i gusti del pubblico odierno e la funzionalità di storia e personaggi in una storia per il cinema. Pur con un ritmo non sempre movimentatissimo, la regia si conferma così di valore, aiutata anche da un cast tecnico/artistico di livello.

100 anni di fiction in un solo film

La sfida di rendere 'realistica' una vicenda ideata cent'anni fa, quando le scoperte scientifiche di oggi erano molto in là da venire, può dirsi vinta: scenografie e atmosfere sono affascinanti ed esotiche proprio come Borroughs avrebbe voluto. Il tutto unito insieme da una CG così ben amalgamata da non sembrare neanche presente, in molti casi. Il film, difatti, non tende a voler fare esaltare il suo pubblico con effettacci di grande risalto, ma vuole che esso sia partecipe di un mondo immaginario eppure 'tangibile' né più né meno di quanto fatto da James Cameron con Avatar (che, difatti, molto deve ai libri di Burroughs).

Lo stesso si può dire per i personaggi e i suoi interpreti, ben caratterizzati anche se, per ovvie ragioni, non sempre appaiono 'originali' (pur essendo stati, in verità, gli stampi dei tanti eroi di cui abbiamo seguito le vicende nei decenni scorsi).
Il cast attoriale risulta in forma e ben in parte, composto di volti noti che ben si abbinano ai ruoli assegnati loro. Seppure nella maggior parte non si tratta di nomi di grande richiamo, trattasi di attori che abbiamo conosciuto in molti altri film, e che potrebbero ulteriormente rilanciare la loro carriera proprio grazie a John Carter. Vedasi in primis Taylor Kitsch (lanciatissimo quest'anno anche dall'imminente Battleship) Lynn Collins, Mark Strong, Dominic West e un ritrovato Willem Dafoe, che torna ai blockbuster dopo tanto cinema d'autore prestando la voce originale al leader dei Thark, Tars Tarkas.

John Carter John Carter arriva infine nei cinema forte di un lavoro tecnico encomiabile, che non cerca a tutti i costi di impressionare lo spettatore, e un buon cast, che permette di affezionarsi ai personaggi e li rende credibili nel loro contesto. La riduzione, ovviamente, comprime e altera qualcosa del testo originale ma mai in modo scriteriato; anche se chiaramente alcuni passaggi, per chi è a digiuno del libro, potrebbero risultare ostici all'inizio, soprattutto per la terminologia marziana costantemente usata. Eppure, il film convince e avvince a più riprese, rendendo giustizia all'opera originale strizzando al contempo l'occhio al pubblico odierno. Non ci si deve aspettare nulla di 'nuovo' o particolarmente eccellente, ma lo spettacolo è garantito.

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