Recensione Jane Eyre

Fukunaga firma la versione a oggi più audace e crepuscolare di Jane Eyre

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Si dice che, forse, fu proprio l'ambiente austero e tumultuoso della brughiera, dai grigiori perenni e dalle incessanti piogge a nutrire la fervida e un po' gotica fantasia delle sorelle Brontë, capaci di immaginare quegli amori così viscerali e totalizzanti che solo la fantasia può concepire, che nella loro ‘sfortunata' e breve vita non vissero mai. Eppure i loro romanzi, soprattutto quelli della ‘mezzana' Emily (Cime tempestose) e della ‘maggiore' Charlotte (Jane Eyre), simbolo di un'intera epoca ciecamente votata al perbenismo e focolaio di pulsioni represse, hanno cresciuto e infiammato fior di generazioni grazie alle loro passionali, turbolente e talvolta funeste storie d'amore senza tempo. La loro capacità di travalicare i confini di luoghi e tempi è testimoniata dal fatto che, negli anni, moltissime sono state le riduzioni cinematografiche dei due (densi) testi letterari. Di Jane Eyre, in particolare, si ricordano quella del 1944 con Joan Fontaine e Orson Welles e quella più recente del 1995, firmata da Zeffirelli, una rilettura funzionale soprattutto grazie all'austera e luminosa espressività della bravissima Gainsbourg, ma attraversata da un eccessivo manierismo che in parte attutisce la carica passionale propria del romanzo. Ora l'americano (di padre giapponese e madre svedese) Cary Fukunaga (già apprezzato con l'opera prima Sin nombre) sbarca in sala con il suo personale adattamento di Jane Eyre, accentuando l'atmosfera gotica che di fatto appartiene alle pagine scritte in quel lontano Ottocento, affidando il ruolo di Jane alla giovane e promettente Mia Wasikowska (l'Alice di Burton) e quello del tronfio e bisbetico Rochester a Michael Fassbender.

Jane nel paese delle sofferenze

Presente

Come un'ombra nella notte Jane fugge via disperata dalla tenuta di Thornfield Hall. Dopo lungo peregrinare, e in uno stato di grande debilitazione, la giovane raggiunge una casa di anime pie che la ospitano e le offrono le migliori cure. Padrone dell'abitazione è il pastore St. John, che vive con le sue due amorevoli sorelle, e che ben presto vedrà nelle virtù di Jane le giuste basi per trasformare la giovane in un'ottima compagna di vita, tanto più che egli è in procinto di partire come missionario ed avrebbe dunque bisogno di una premurosa ‘moglie'. Ma a Jane quella nuova vita che le si prospetta davanti, pur dignitosa e al fianco di un uomo onesto, appare impossibile. Il saldo legame tra lei e il suo passato sembra ora più che mai inscindibile e Jane non può fare a meno di continuare a guardarsi indietro, verso quell'infanzia di ingiustizie subite e quell'amore mai sopito...

Passato

Orfana dei genitori, la piccola Jane viene affidata alle cure di una bisbetica zia (la signora Reed), ma il suo carattere e la invidiabile tempra (troppo per una ‘femmina' del tempo) presto le alieneranno le simpatie della donna (una borghese dedita alle sole cure dei suoi figli), che non si farà troppi crucci a sbolognare la nipote presso l'istituto di carità di Loewood, dove le bambine vengono cresciute nell'ossessivo rigore delle regole e sostanzialmente prive di amore. Solo la dolce e pura coetanea Helen Burns avrà l'ardire di avvicinarsi a Jane, schivata da tutti perché tacciata di essere una infingarda ipocrita e quindi meritevole di disprezzo. Poi la sofferenza per la morte di quell'unica amica temprerà ancora di più il carattere della giovane Jane, che divenuta maggiorenne, lascerà il collegio per prendere impiego come istitutrice a Thornfield Hall, amministrata dalla bonaria signora Fairfax (Judi Dench), e di proprietà del signor Rochester, uomo irriverente e oscuro che nasconde un tetro passato. E se Rochester non potrà fare a meno di rinvenire in Jane un coacervo tale di quelle nobili qualità (che di rado appartengono agli esseri umani) da rimanerne sin da subito folgorato, di contro la giovane non potrà fare a meno di sentirsi sempre più attratta da quell'uomo, sensibilmente più grande di lei, che dietro a una facciata di boriosa pedanteria nasconde un animo buono, solo corrotto da un passato molto doloroso.


Brontë’s mood

È oramai un mantra affermare che la difficoltà di trasporre in immagini un testo letterario è direttamente proporzionale alla sua stratificazione, alla molteplicità dei suoi livelli di lettura, alle sfumature che tramite migliaia di aggettivi raggiungono la mente del lettore per moltiplicarsi nella sua immaginazione. Jane Eyre, dal canto suo, è sicuramente un testo denso di atmosfere e sensazioni - per certi versi inafferrabile come l'Eyre (air) protagonista - che attraversano l'infanzia dickensiana di Jane per poi sfogare quella frustrazione nell'amore totalizzante per Rochester, uomo buono eppure apparentemente cupo. Cary Fukunaga ha forse colto meglio di altri la dicotomia del romanzo, costantemente in bilico tra lo slancio dei Grandi sentimenti e la cupa incapacità di viverli appieno, per via di incancellabili traumi passati. Ed è proprio in questa transizione dal buio, sapientemente tratteggiato nella cupezza avvolgente della prima scena (il regista sceglie accortamente di seguire un filo non cronologico che parte però dal momento forse più nero di Charlotte - in cui dopo aver finalmente conosciuto l'amore, questo le viene subito negato - per poi risalire la china), passando per il rifiorire attraverso il ricordo della stagione d'amore e l'annegare negli ostili ricordi dell'infanzia, che Fukunaga rende appieno l'altalenante stato d'animo dell'eroina ottocentesca Eyre. Un buon lavoro d'introspezione cui s'affianca un fedele (al tempo narrato) lavoro su ambienti, costumi e dialoghi, capaci di veicolare molto bene l'asfissiante rigore dell'epoca vittoriana in cui il temperamento femminile doveva esser strizzato nei corpetti e modellato nei severi chignon, entrambi atti a velare l'ipocrisia del tempo. Non da meno la ‘coraggiosa' scelta fatta nel diversificare i due protagonisti dalle molte versioni già viste su schermo: la Jane di Mia Wasikowska è austera e intelligente ma sorprendentemente vitale (e molto giovane) mentre il Rochester di Fassbender risulta pungente e strafottente come non mai. Questa combinazione unita alla sensibile differenza di età tra i due (un elemento verosimilmente appartenente anche al libro) pone i due protagonisti in una luce particolarmente realistica e affascinante, rendendo la disperata corsa all'amore ancora più vivida. Ed è in quest'ottica che la rilettura di Fukunaga si pone al di sopra di molte (se non tutte) le precedenti Jane Eyre, rendendo giustizia all'indomita e crepuscolare storia d'amore uscita dalla penna di Charlotte Bronte. Nell'ottimo cast vanno inoltre menzionate la pomposa zia Reed (l'ottima Sally Hawkins di Happy Go Lucky) e la bonaria (governante) signora Fairfax, magistralmente interpretata dalla veneranda Judi Dench.

Jane Eyre Decisamente una buona prova quella di Cary Fukunaga che con la sua opera seconda, ennesima ma audace trasposizione dell’intramontabile Jane Eyre, dimostra di gestire al meglio la complessità del romanzo e i delicati equilibri tra i personaggi senza risultare pedante o artefatto. Alla buona scelta di un cast convincente, si affianca quella di un’atmosfera crepuscolare ma viva, appiattita nei colori ma vibrante di energia, come la stessa, virtuosa Jane. Forse la migliore riduzione sino a oggi realizzata, o meglio la più ‘fedele’ allo stile della Brontë e sicuramente capace di superare in linearità espressiva perfino il tentativo, pur forte della presenza dell’ammaliante Gainsbourg, di Zeffirelli.

7.5

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