J'accuse, recensione del film di Roman Polanski

Il regista polacco torna dietro la macchina da presa affrontando la vera, appassionante vicenda del controverso caso Dreyfus.

recensione J'accuse, recensione del film di Roman Polanski
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Parigi, 5 gennaio 1895: il capitano Alfred Dreyfus (Louis Garrel), accusato di alto tradimento e condannato pochi giorni prima, viene sottoposto all'umiliazione pubblica della degradazione e dell'espulsione dall'esercito francese, prima di essere mandato in esilio permanente sull'Isola del Diavolo. Alcuni mesi dopo, Georges Picquart (Jean Dujardin), ex-istruttore di Dreyfus, viene designato come nuovo capo dei servizi segreti francesi.
Indagando personalmente su un caso di corrispondenza compromettente, scopre che il colpevole potrebbe essere un altro, e si ricrede su Dreyfus dopo aver constatato di persona come le prove durante il processo fossero alquanto insufficienti. Picquart decide quindi di riaprire l'indagine, accorgendosi però molto presto di avere a che fare con un vero e proprio complotto per mascherare un errore giudiziario dalle implicazioni sconvolgenti...

Francia ieri

Otto anni dopo Carnage, il cineasta polacco Roman Polanski è tornato in concorso alla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia con il suo nuovo J'accuse, adattamento del romanzo An Officer and a Spy di Robert Harris (già autore dei libri che hanno ispirato L'uomo nell'ombra e il defunto progetto Imperium) che a sua volta trae ispirazione dal vero, controverso caso di Alfred Dreyfus, condannato per un crimine che non aveva commesso e vittima di una vera e propria campagna antisemita. Polanski si è sempre interessato al caso, riconoscendosi parzialmente nella figura di Dreyfus, e anche se in J'accuse (titolo che deriva dalla celebre lettera aperta di Émile Zola per scagionare il capitano) manca forse l'orrore viscerale de Il pianista o la carica puramente propulsiva de L'uomo nell'ombra, l'elemento personale è palpabile: si sente l'indignazione nelle scene processuali, avendo il regista avuto a che fare con le pecche del sistema giudiziario (ma in circostanze completamente diverse, e per un reato di cui è indubbiamente colpevole), e ancora di più quando viene affrontato il tema dell'antisemitismo, la piaga che forse più di tutte lega il film a un discorso più ampio e contemporaneo, raccontando la Francia di fine Ottocento tramite una storia i cui elementi cruciali sono, purtroppo, un problema molto attuale.
E lo fa con la precisione formale che lo contraddistingue, firmando all'età di 86 anni un lungometraggio elegante e intelligente, in cui la tensione si fa sentire anche se si è già a conoscenza dell'esito delle indagini di Picquart.

Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto

J'accuse è stato girato a Parigi, anche in esterni, il che dà al tutto un sapore squisitamente autentico, restituendoci la capitale francese d'altri tempi con una miscela di splendore e imperfezioni, catturando così tutte le sfumature di una società di cui proprio il caso Dreyfus mise a nudo le caratteristiche più negative. Lo stesso Dreyfus, però, rimane una presenza minore nel film, quasi un'ombra (notevole il trucco che, in punti diversi del lungometraggio, disegna sul volto di Louis Garrel le conseguenze della lunga prigionia del presunto traditore), lasciando il grosso della centralità drammaturgica a Picquart, incarnato da un Jean Dujardin in forma smagliante che, dopo essere stato il demenziale OSS 117 una decina d'anni fa, si cimenta nuovamente con una spy story ma in veste più classica, abbandonando ogni traccia della maschera comica per mostrarci l'altra faccia della medaglia.

Quella di un uomo competente e ligio al dovere che mette a rischio la propria vita, scontrandosi con un'autentica galleria di cattivi più o meno viscidi, interpretati da attori del calibro di Mathieu Amalric e Olivier Gourmet (la principale presenza femminile, simbolo di speranza ma anche unica macchia sul curriculum del protagonista, ha il volto di Emmanuelle Seigner, la moglie del regista). Tutti al servizio di un racconto di genere che è al contempo efficace e illuminante, una lezione di Storia e di cinema che parte dalla Terza Repubblica francese per arrivare nelle nostre sale, con un'eleganza e una rabbia degne della lettera di Zola.

L'ufficiale e la spia Roman Polanski passa dalla Francia di oggi dei suoi ultimi due film a quella di ieri, spostandosi nel 1895 per raccontare, con rigore e rabbia, il caso Dreyfus che ha ispirato il famoso J'Accuse di Émile Zola. L'ingiustizia di allora mette a nudo problematiche che esistono ancora oggi, e il regista trasforma l'incursione storica in efficace spy story, avvalendosi di un apparato tecnico sopraffino e di un cast di prim'ordine, guidato da un intenso Jean Dujardin.

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