Isle of Dogs, la recensione del film di Wes Anderson

Il regista americano torna all'animazione in stop-motion con un'avventura politica e cinofila, intrisa di humour e azione.

recensione Isle of Dogs, la recensione del film di Wes Anderson
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Correva l'anno 2009, e Wes Anderson, regista de I Tenenbaum e Le avventure acquatiche di Steve Zissou, si diede all'animazione, per l'esattezza alla tecnica artigianale dello stop-motion, per realizzare Fantastic Mr. Fox, adattamento dell'omonimo romanzo di Roald Dahl. Un connubio felice tra la fantasia dello scrittore e la concezione del mezzo cinematografico da parte del cineasta, il cui universo si è gradualmente fatto più artificiale e precisamente costruito sul piano visivo e formale, dando vita ad una poetica facilmente identificabile che, quando realizzata con attori in carne ed ossa (vedi Grand Budapest Hotel), può generare una sensazione di straniamento.
L'animazione è pertanto l'ambiente ideale per Anderson, ed è già ammirevole a priori che un regista del suo calibro sfrutti il proprio potere contrattuale per usare uno stile "desueto" e agli occhi dei produttori poco commerciale, sulla falsariga del lavoro fatto da Tim Burton con La sposa cadavere e Frankenweenie. Se a questo aggiungiamo la scelta della Berlinale di inaugurare l'edizione 2018 proprio con Isle of Dogs, nuova fatica di Anderson, le carte in regola perché non passi inosservata nelle sale ci sono tutte.

Vita da cani

Il mondo immaginato dal cineasta in questa occasione è uno dove i nostri amici a quattro zampe erano un tempo la forma di vita dominante sul pianeta, prima di una sanguinosa guerra che li ridusse a creature domestiche (a guidare la rivolta fu un clan in particolare che preferiva i gatti). Diversi secoli dopo i cani sono affetti da una strana malattia, e il governo giapponese decide di spedirli tutti a vivere su Trash Island, l'isola della spazzatura (ogni riferimento ai campi di sterminio è voluto). Per dare l'esempio, il primo ad essere deportato è Spots, la guardia del corpo del giovane Atari, nipote del Presidente. Solo che il ragazzo non si vuole separare dal suo migliore amico, e così si reca sull'isola dove i cani sono costretti a contendersi tra di loro quel poco di cibo - inevitabilmente avariato - che è ancora minimamente consumabile. Con l'aiuto di un piccolo gruppo di alleati a quattro zampe, guidati dal burbero Chief (voce di Bryan Cranston in inglese), parte quindi una ricerca che potrebbe avere conseguenze negative per la campagna elettorale in corso...

Ibrido culturale

Pur mantenendo intatto il suo spirito tipicamente andersoniano, Isle of Dogs è anche un omaggio intelligente e stratificato alla cultura nipponica, tra Akira Kurosawa, Hayao Miyazaki, il teatro kabuki e rimandi non proprio sottili alla dittatura d'altri tempi. La musica di Alexandre Desplat si adatta al nuovo contesto con agevolezza, e l'intreccio avventuroso piuttosto semplice e a portata di tutti è impreziosito da un gioco linguistico che ripaga visioni ripetute e giustifica la visione in versione originale: i credits sono tutti bilingue, i personaggi parlano tutti la propria lingua madre (con Frances McDormand nel ruolo di una traduttrice) e, come precisato in una delle prime didascalie, tutti i versi dei cani sono stati tradotti in inglese. Una scusa ghiottissima per riempire il film di voci prestigiose, quasi tutte legate alla filmografia di Anderson: oltre al già citato Cranston è possibile udire Edward Norton, Bill Murray, Jeff Goldblum, Scarlett Johansson, Tilda Swinton e Harvey Keitel, giusto per fare un paio di nomi.

La stop-motion si addice perfettamente all'umorismo un po' surreale del regista ma al contempo, unita a una sceneggiatura non banale e prestazioni vocali drammaticamente potenti, conferisce alla storia la giusta tangibilità: l'avventura per tutta la famiglia non rinuncia all'impegno socio-politico, regalandoci un racconto che proprio in questo momento storico, con la xenofobia che caratterizza una parte della società americana, serve a ricordarci l'importanza della tolleranza. Ma anche, più banalmente, che non c'è alcun motivo al mondo per odiare i cani, anche se nella vita reale difficilmente li sentiremo parlare con le voci dei nostri attori preferiti.

L'Isola dei Cani Wes Anderson torna all'animazione con un'avventura che è al contempo adatta alle famiglie e intrisa di significati culturali e politici che trascendono il presunto pubblico giovane che alcuni tendono ad associare erroneamente a questa modalità narrativa. La tecnica dello stop-motion è il mezzo ideale per tradurre in immagini la poetica stralunata ma precisa del regista, supportata da una scrittura stratificata e un cast vocale sopraffino, da udire nella versione originale giapponese-inglese.

8

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