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IO, la recensione del film originale Netflix

Con la Terra in rovina, la maggior parte dell'umanità è emigrata su colonie spaziali, mentre una ragazza rimasta sul pianeta cerca ancora segni di vita.

recensione IO, la recensione del film originale Netflix
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In un prossimo futuro la Terra è ormai resa invivibile dalle condizioni climatiche estreme, con l'ossigeno che scarseggia nella maggior parte del pianeta e poche zone dove è ancora possibile respirare aria pura senza l'ausilio di maschere e bombole. Proprio per questo l'umanità è emigrata in massa su delle colonie spaziali, con la scoperta di un potenziale astro gemello che dovrebbe garantire una vita simile a quella terrestre.
In IO non tutti però hanno deciso di abbandonare le speranze e la giovane Sam, figlia di uno scienziato per il quale non tutto era ancora perduto, vive in solitudine in un osservatorio abbandonato, con l'attigua presenza di una serra e di un alveare con i quali procacciarsi i viveri necessari alla sopravvivenza e limitando al minimo le uscite fuori dalla zona sicura, nel tentativo quasi impossibile di trovare altri esseri umani.
E mentre è in continuo contatto, tramite computer, con il suo fidanzato che ha deciso di avventurarsi nello spazio, la ragazza riceve l'inaspettata visita di uno straniero giunto con un pallone aerostatico e in cerca del di lei padre. Un incontro che cambierà le esistenze di entrambi, mentre il countdown per la partenza dell'ultimo shuttle disponibile per abbandonare la Terra scandisce, inesorabile, le ore.

A che ora è la fine del mondo

Uno scenario post-apocalittico nel quale il solitario (in questo caso "la solitaria") protagonista si muove alla ricerca di altri sopravvissuti è una costante del cinema sci-fi, utilizzato sia in contesti prettamente di genere (sulla scia di Mad Max) che per insinuare riflessioni più profonde sull'animo umano. IO appartiene alla seconda categoria e l'inizio faceva ben sperare per uno sviluppo umanistico dei temi trattati: dal voice-over che ci introduce al background degli eventi che hanno riguardato il nostro pianeta, con conseguente fuga di massa, alla comparsa della ragazza, maschera antigas e bombole d'ossigeno al seguito, in cerca di una possibile cura per la salvezza della Terra, i primi minuti sembrano garantire ottime prospettive.
Ben presto però ci si rende conto che l'operazione, paga delle proprie ambizioni di partenza, tende a cedere a un insistito ed esasperato lirismo verbale, con l'azione pressoché inesistente e sacrificata a una caterva di dialoghi "colti" che citano filosofia e pittura, in una sorta di ode alla bellezza del nostro mondo e sulla ferrea volontà di lottare a ogni costo pur di non abbandonarlo definitivamente.

In attesa di un segnale

Dopo un altro lavoro concettualmente simile, l'esordio dietro la macchina da presa di House of Time (2015), il regista Jonathan Helpert (seconda scelta dopo l'abbandono del collega Clay Jeter) sceglie un approccio minimal, ma la lentezza del ritmo diventa a tratti insostenibile e il senso di costante attesa che si protrae per la maggior parte dei novanta minuti di visione non trova giustificazione in un finale sì ispirato ma altrettanto semplice. E proprio su questo la sceneggiatura (scritta addirittura a sei mani) sembra incapace di gestire toni e atmosfere del racconto: se l'importanza del messaggio ecologista e sulla volontà di mantenersi fedele ai propri ideali traspare in più occasioni, è altrettanto innegabile come tali riflessioni siano già state espletate in maniera più incisiva in decine di operazioni coeve, basti pensare (per restare in ambito recente e di produzioni a basso budget) a titoli come Sopravvissuti (2015) o Bokeh (2017), che condividono lo sparuto numero di personaggi su schermo.
Anche la colonna sonora, con tanto di fugace "comparsata" di un Notturno di Chopin, finisce ben presto le proprie cartucce e diventa un accompagnamento silente e anonimo, mentre la fotografia ha modo di emergere solo in una manciata di sequenze dove i paesaggi incontaminati la fanno da padrone.
Troppo poco per un insieme dove anche il cast non si rivela mai evidentemente convinto: l'alchimia tra Anthony Mackie, il Falcon del MCU, e Margaret Quallie (apprezzata dal pubblico televisivo per la sua partecipazione alla serie cult The Leftovers) è priva di energia e si adagia come il resto in una stanchezza di contenuti e relativa messa in scena che conduce inevitabilmente alla noia.

IO Una ragazza rimasta sola su una Terra devastata, quando il resto della popolazione mondiale è invece partito per le colonie spaziali, e un inaspettato visitatore dallo scopo misterioso sono al centro di questo nuovo sci-fi d'ambientazione apocalittica diretto dal regista francese Jonathan Helpert. Un approccio minimal e umanistico che, nonostante l'accattivante spunto di partenza, pone troppo l'accento su spunti meditativi e finisce per risultare un verboso bignami del filone, nel quale si impiegano ben novanta minuti per raccontare una vicenda che si sarebbe potuta tranquillamente condensare in metà del tempo. IO risulta così uno stucchevole riciclo di topoi, incapace di accontentare sia i fanatici del cinema di genere che chi si aspettava un prodotto sulla recente scia di fantascienza riflessiva post Interstellar (2014) e Arrival (2016), e il basso budget non può certo elevarsi a scusante quando a latitare sono proprio idee e personalità.

5

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