Io e Beethoven: la recensione del film con Ed Harris

Ed Harris e la regista polacca Agnieszka Holland tornano a collaborare, per un film però poco riuscito.

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Copia sbiadita di un genio

Tornano a lavorare insieme Ed Harris e la regista polacca Agnieszka Holland, dopo il non esaltante film mistico religioso Il Terzo Miracolo. Per l'occasione si è scelto di raccontare la storia, più o meno romanzata, di uno dei più grandi genii della musica, quel Ludwig van Beethoven che ha lasciato segni indelebili nella storia tutta. Una vita raccontata da una porta di servizio, usando come espediente la figura della copista del maestro, interpretata da una fin troppo bella Diane Kruger (Troy, Il Mistero dei Templari). Il contorno è formato da attori più o meno mediocri, che non riescono a imprimere una caratterizzazione almeno decente ai loro personaggi. Ma, come vedremo a breve, non saranno l'unica nota dolente della pellicola...

Il genio e la bestia

I minuti iniziali sono forse uno dei pochi punti positivi del film. Si è testimoni, infatti, del viaggio in carrozza di Anna Holtz, copista del maestro, diretta al capezzale di un Beethoven morente. I giochi di camere, cambi di inquadrature secchi e decisi, attratti come da una sorta di psichedelia pittorica trasmutata in abilità registica, accompagnati dalle sontuose musiche del maestro, sono minuti di grande cinema. Peccato che si fermi tutto alla fine dei titoli di testa. Da qui infatti comincerà poi il racconto a ritroso dell'incontro tra i due protagonisti, e della nascita del loro rapporto, contrastato ma legato da un indissolubile filo, l'amore per la musica. Infatti, se dapprima la giovane Anna sarà soltanto addetta a copiare le composizioni di Beethoven, in seguito diventerà vera e propria collaboratrice, correggendo e/o sostituendo diversi passaggi. Fino ad arrivare a scelte ben più importanti per la carriera musicale del genio tedesco. Un genio folle, con momenti di vera e propria pazzia, infelice per il rapporto col nipote (rapporto di cui peraltro la regista pare essersi dimenticata dopo metà film) e capace di creare vera e propria magia con un pianoforte. Una storia dalle grandi potenzialità, qui sfruttata poco e male.

Diventare Beethoven

Ed Harris non ha certo bisogno di presentazioni: i suoi occhi di ghiaccio, nonchè la sua grande abilità nell'adattarsi ai più svariati personaggi, lo consacrano come uno dei più grandi attori della Hollywood odierna. Personaggi cui dedica una devozione a volte esasperata, come in questo Io e Beethoven. Infatti, per entrare nei panni del grande compositore, ha dovuto ingrassare di ben venti chili e sottostare a pesanti trucchi fisionomici che trasfigurassero il suo volto, al punto tale da renderlo quasi irriconoscibile anche agli occhi dei suoi fan più accaniti. Ha inoltre recitato con due tappi nelle orecchie, atti a simulare la grave sordità di Beethoven. Ma purtroppo a volte un totale insidiamento nel personaggio non conduce a buoni risultati. Infatti Harris sfodera un'interpretazione fin troppo sopra le righe, trasforma Ludwig in un folle ma senza donargli un'anima, i suoi sforzi paiono esser diretti più all'apparenza che alla sostanza, esagerando nelle movenze schizzate e negli sguardi allucinati, lasciando poco spazio al vero tormento di una personalità così fuori dal normale. Di certo non viene aiutato dalla bella Kruger, che sfodera il suo compitino senza infamia e senza lode, mancando però di donare al suo personaggio una caratterizzazione che, in quel caso, avrebbe dovuto essere ben più accentuata. Ma è la stessa regista, che in cento minuti, non riesce a raccontare e a captare la vera essenza di una vita così intensa, lasciando alla fine con l'amaro in bocca per un'occasione persa in malo modo.

La poesia della musica

C'è un unica, grande, nota positiva all'interno del film. Ed è la musica, che finisce per diventarne la vera protagonista. Il concerto della Nona Sinfonia di Beethoven, a cui sono dedicati oltre dieci minuti, rappresenta un momento di grande cinema, laddove musica e immagini si uniscono in un connubio quasi perfetto. E sicuramente se la pellicola non riceve una pesante insufficienza questo è dovuto all'uso delle composizioni del maestro tedesco. Anche se questo appare un trucco fin troppo facile per far presa sullo spettatore, lasciandolo a soffermarsi più sulle note che su ciò che passa sullo schermo. Un'opzione forse subdola, ma che almeno riesce a diminuire in parte la noia che si respira per buona parte della durata della visione. E così non si fa caso alla quasi totale assenza di scene in esterni, fondamentali spesso per la buona riuscita di un film in costume, o ad altri piccoli difetti che potrebbero venire più facilmente alla luce a sonoro spento. Un'ancora di salvataggio che di certo non giustifica una realizzazione superficiale, prevedibile nel suo incedere stanco e barboso. Chissà se il grande Ludwig si starà rivoltando o meno nella tomba, certo è che, se volete gustarvi la sua grande arte, compratevi direttamente i dischi e lasciate perdere questo film scontato e acerbo.

Io e Beethoven Un artista come Beethoven si meritava ben altro trattamento. Invece qui ci troviamo di fronte a un film stanco e banale, dove neanche la presenza di un grande attore come Ed Harris riesce a salvare la baracca. Anzi, coi suoi gigioneggiamenti eccessivi regala un'interpretazione fin troppo superficiale del grande musicista. Unico punto a favore è un uso, furbo e opportunista, delle composizioni del maestro tedesco. Troppo poco.

5

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