Recensione Into the Storm

Un found footage... nell'occhio del ciclone per il regista di seconda unità di Avatar e Titanic

recensione Into the Storm
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Tra un Terremoto (1974) di Mark Robson, Valanga (1978) di Corey Allen e Città in fiamme (1979) di Alvin Rakoff, non si può certo negare che gli anni Settanta siano stati poveri di titoli appartenenti al costoso, cosiddetto filone su celluloide dei disaster movie, ovvero i film a tematica catastrofica.
Un filone di cui, in realtà, potremmo addirittura individuare le origini nel Voyage dans la lune (1902) di Georges Méliès, nel cortometraggio Gli ultimi giorni di Pompei (1908) dei nostri Arturo Ambrosio e Luigi Maggi e, addirittura, nelle sequenze di inondazione introdotte dal grandissimo Fritz Lang all'interno del suo super classico della fantascienza Metropolis (1926).
Un filone che, grazie al notevole progresso effettuato nell'ambito degli effetti visivi, ha avuto anche modo di riprendere piede nel periodo a cavallo tra la fine del secondo millennio e l'inizio del terzo, per mezzo di The core (2003) di Jon Amiel, gli inferni di lava di Dante's peak - La furia della montagna (1997) di Roger Donaldson e Vulcano - Los Angeles 1997 (1997) di Mick Jackson e le spaventose conseguenze dell'avvicinamento di corpi celesti al pianeta Terra mostrate in Deep impact (1998) di Mimi Leder e Armageddon - Giudizio finale (1998) di Michael Bay.

Quale... destino per il mondo?

Titoli ai quali - pur non appartenendo alla tipologia di film riguardanti disastri globali - bisogna obbligatoriamente affiancare anche Titanic (1998) di James Cameron, la cui regia della seconda unità è stata curata dallo stesso Steven Quale che, responsabile anche di quella di Avatar (2009), dopo aver esordito dietro la macchina da presa tramite il tv movie Inferno di fuoco (2002) ed essersi occupato del documentario Aliens of the deep (2005), ha regalato al grande schermo Final destination 5 (2011), quinto capitolo (il migliore insieme al numero due) del franchise horror riguardante la morte invisibile.
Un capitolo attraverso cui Quale, grazie soprattutto allo spettacolare massacro di apertura ambientato sopra un ponte in fase di crollo, ha avuto modo di dimostrare le proprie capacità in fatto di intrattenimento hollywoodiano a suon di distruzione ed alto tasso cadaverico.
Capacità che tenta ora di risfruttare al servizio della sua opera seconda destinata alle sale cinematografiche: Into the storm, che recupera dalla precedente fatica l'Arlen Escarpeta visto anche nel Venerdì 13 (2009) di Marcus Nispel.

Let’s twist(er) again!

L'Arlen Escarpeta che, insieme al Richard Armitage de Lo hobbit - La desolazione di Smaug (2013), la Sarah Wayne Callies della serie televisiva The walking dead, il Matt Walsh di Una notte da leoni (2009), il televisivo Nathan Kress, il Jon Reep di Harold & Kumar, due amici in fuga (2008), Jeremy"Peter Pan"Sumpter e Alycia Debnam-Carey, si ritrova alle prese con una serie di spaventosi tornado senza precedenti che si sono abbattuti sulla cittadina di Silverton nel corso di una sola giornata.
Quindi, sebbene, in mezzo a cicloni inaspettati e mortali, meteorologi che li studiano prevedendo che il peggiore di tutti deve ancora arrivare e sopravvissuti in cerca di un rifugio sicuro, la presentazione dei diversi personaggi possa in un certo senso richiamare alla memoria il Roland Emmerich dei cataclismi naturali (quello di The day after tomorrow - L'alba del giorno dopo e 2012, per intenderci), risulta decisamente più facile accostare l'operazione a Twister (1996) di Jan de Bont; tanto più che, come lì avevamo Helen Hunt e Bill Paxton a capo di una squadra di storm-chasers intenti ad immettere all'interno di un tifone uno speciale strumento scientifico che permettesse loro di ricavare informazioni necessarie alla preparazione di un piano di emergenza al verificarsi dei violenti fenomeni in questione, qui non manca neppure l'individuo equipaggiato di corazzato automezzo ed intento a spingersi all'interno del "mostro d'aria" al fine di ottenere lo scatto fotografico che si presenta una sola volta nella vita.
Fortunatamente, però, a differenza del lungometraggio diretto dall'autore di Speed (1994) e Haunting - Presenze (1999), in questo caso non ci si annoia affatto e, nel probabile tentativo di conferire al tutto uno sguardo più realistico, si fa ricorso alla tecnica del found footage, raccontando la vicenda attraverso gli obiettivi delle videocamere tenute in mano dai protagonisti e di quelle a circuito chiuso.
Uno stratagemma tecnico che, dai tempi dell'ormai storico The Blair witch project - Il mistero della strega di Blair (1999), ha finito per ottenere non poco successo soprattutto nell'ambito della Settima arte indipendente (sicuramente a causa dei grossi ricavi rispetto alle ridotte spese di produzione, rischiando ormai di apparire stucchevole, anche se non è il caso dell'opera di Quale.
Infatti, risulta qui lo strumento necessario per coinvolgere ancora di più lo spettatore, che, senza che venga fatto alcun ricorso al 3D, si ritrova a vivere la tragica esperienza di Madre Natura nella versione più estrema, sguazzando tra imponenti edifici distrutti ed alberi spazzati via.
Anche se è l'incredibile vortice infuocato a rappresentare uno degli elementi più interessanti dei circa novanta minuti di visione, che, pur senza eccellere, regalano la giusta dose di macabro/sadico divertimento relegando alcune delle loro situazioni maggiormente emozionanti nella parte finale... quando abbiamo anche il tesissimo momento dei due ragazzi imprigionati sott'acqua.

Into the Storm Regista delle seconde unità dei cameroniani Titanic (1998) e Avatar (2009), nonché autore di Final destination 5 (2011), Steven Quale sfrutta lo stratagemma narrativo del found footage per raccontare una vicenda dall’argomento analogo a quello che fu al centro del mediocre Twister (1996) di Jan de Bont. L’arrivo di una serie di violentissimi e imponenti tornado sulla cittadina di Silverton, infatti, non rappresenta altro che il semplice pretesto per poter inscenare attraverso la tecnica del falso documentario - e, di conseguenza, nella maniera che sia più vicina possibile alla realtà - la lotta per la sopravvivenza attuata dai diversi protagonisti. Non si grida al capolavoro, ma, in mezzo a tifoni di fuoco ed edifici rasi al suolo il senso dell’entertainment a stelle e strisce è garantito e la tensione non risulta affatto assente.

6.5

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