Recensione Infanzia clandestina

L'ultima dittatura militare argentina vista tramite gli occhi di un dodicenne 'innamorato'

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Argentina, 1979. Dopo la morte del presidente Juan Peròn, i militari si sono impossessati dell'intero Paese. Dopo diversi anni di esilio il dodicenne Juan e la sua famiglia tornano a Buenos Aires. Ma il loro è un ritorno in clandestinità dettato dalla volontà di ricongiungersi a Beto (lo zio di Juan) e all'organizzazione dei Montoneros in perpetua lotta contro la giunta militare. Nessuno deve sapere della loro presenza e così anche il piccolo Juan dovrà assumere un'altra identità. Con il nome di Ernesto e ribattezzato a una vita ‘non sua', Juan dovrà frequentare la scuola e affrontare le prime scintille amorose tipiche dell'età mantenendo saldo il segreto suo e della sua famiglia per non mettere a repentaglio la vita delle persone a lui più care. Ma quando nella sua mente entrerà a gamba tesa l'immagine angelica di Maria, una sua compagna di classe dolce e sensibile, Juan perderà di vista la sua principale ‘missione', totalmente rapito dalla bellezza che si sprigiona dalla sua amata che (anche grazie ai consigli dello zio Beto) tenterà in tutti i  modi di conquistare. Il tutto verrà però vissuto attraverso quella che di fatto sarà un'infanzia clandestina, vissuta nel fiume in piena dei sentimenti degli anni della crescita e nel contempo fortemente influenzata dall'impossibilità di vivere appieno la propria vita.

La Storia ad altezza di bambino

Benjamin Avila porta al cinema una storia autobiografica, la stessa storia che lui e tanti bambini come lui hanno vissuto nell'Argentina dell'ultima dittatura militare, ovvero tra il 1976 e il 1983. Nello stesso tempo, però, nel dirigere Infanzia Clandestina Avila sceglie di scrollarsi di dosso una linea prettamente autobiografica per narrare invece la vita controversa nell'Argentina di quegli anni attraverso gli occhi di un'altra storia, ispirata a vicende reali ma libera dal fardello della ricostruzione storica e personale. In questo modo la storia di Benjamin Avila muta e si fonde in quella di Juan (ribattezzato Ernesto), dodicenne che vivrà sulla propria pelle il trauma di una vita doppia, diviso tra il dovere di obbedire alla clandestinità impostagli dagli amati genitori e la volontà di farsi trasportare dalla voglia di vivere e di libertà di norma accordate a un qualsiasi dodicenne. Il contrasto e la frizione tra questi due stati e queste due pulsioni è il leitmotiv dell'intero film, anche se poi Avila mitiga quest'aspetto descrivendo anche momenti di estrema gioia, tenerezza, unione famigliare. Un affetto che permea tutto il film e che muove la vita di Juan, anche nella tenerezza con cui il bambino si occuperà e proteggerà la sorellina più piccola e indifesa, o nella dolcezza con cui si rapporterà allo zio Beto, ai suoi occhi grande dispensatore di buoni consigli. Una storia che si annuncia tragica sin dalle prime sequenze con l'assassinio di Juan Peron e che Avila riesce ad addolcire nella sua parte più cruenta (attraverso i bellissimi disegni che rimpiazzano le scene più crude) e ad amplificare invece nei momenti più belli (i rallenty usati per sottolineare le immagini che maggiormente influenzeranno l'infanzia del piccolo Juan). Un equilibrio perfetto che il regista argentino trova celando la crudezza della dittatura, delle morti e dei desaparecidos dietro al gioco di specchi di un adolescente come tanti alle prese con un mondo molto più complesso dei suoi dodici anni. Micro e macro storia convergono così in un ritratto più che mai lucido e toccante, sospeso tra la brutalità di un'epoca storica e la poesia di una stagione umana.

Infanzia clandestina Il regista argentino Benjamin Avila riporta l’ultima dittatura militare argentina ad altezza bambino, raccontando ciò che avvenne a tanti ragazzini nati in quell'epoca e costretti a fare una doppia vita nella speranza di non morire o perdere i propri cari. La grafica dei disegni da una parte, il realismo magico dall'altra e la fedele ricostruzione di una dinamica famigliare attraversata dall'affetto ma comunque estremamente difficile, convergono per ricreare un quadro molto lucido e toccante di una vicenda realmente vissuta da molti (troppi). Ancora una volta il cinema al servizio della storia che valica i meri intenti artistici per farsi opera della memoria, a testimonianza e in onore di chi quella tragica pagina l’ha vissuta davvero.

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