ROMA 2013

Recensione In solitario

Una regata in solitaria per riscoprire l'importanza dei rapporti

Recensione In solitario
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Partito al posto del cognato infortunato Franck Drevil (Guillame Canet) e a bordo della sua imbarcazione alla volta della celebre Vendée Globe (una regata per barche a vela che consiste in una circumnavigazione completa in solitaria, senza possibilità di attracco o di assistenza esterna - pena l'esclusione), Yann Kermadec (Francoise Cluzet) ha finalmente tra le mani la possibilità di dimostrare al mondo il suo talento vincendo la prestigiosa competizione. Avversari agguerriti, migliaia e migliaia di miglia marine e più di due mesi di mare lo separano dalle boe dell'arrivo e dalla possibilità di ricongiungersi ai suoi affetti più cari, la piccola figlia Lèa e la sua nuova compagna Marie Drevil. In patria il tifo per lui è compatto, ma in acqua, a sfidare gli alti e bassi degli oceani, ci sono solo lui e la sua determinazione, o almeno così sarà finché un imprevisto non arriverà a scombinare tutti i piani di quella che doveva essere una regata in solitaria.

Esistenze in mare aperto

In concorso nella sezione Alice nella città e da giovedì 21 Novembre anche nelle sale nostrane distribuito da Lucky Red, l'opera prima di Christophe Offenstein - In solitario - è un altro prodotto targato Francia che s'inserisce nel filone di quelle commedie con venature drammatico-esistenziali che ruotano attorno alle re(l)azioni; soprattutto quelle che giungono - inaspettate - a sorprendere (e a volte cambiare) le nostre vite. Un'opera sulla scia di Quasi amici, per intenderci. E in effetti il paragone con Quasi amici è in questo caso per nulla fuori luogo, non solo perché a farla da mattatore nel ruolo di protagonista ritroviamo il sempre più bravo e sfruttato Francoise Cluzet, ma anche e soprattutto perché al centro della vicenda ci sono ancora una volta due mondi distanti (anagraficamente e non solo) che si ritrovano - per caso e per destino - a entrare in contatto, e che dovranno superare le loro reticenze pur di portare a casa il premio (non tanto di una gara, quanto di una vita). Va detto subito che In solitario affronta il tema ‘accettazione dell'altro' in maniera piuttosto semplicistica e che non siamo certo di fronte a un'opera che può in alcun modo sorprendere o ammaliare, ma c'è comunque una certa dose di coraggio e una morale edificante nella determinazione con cui l'opera di Offenstein affronta la scelta più ovvia verso il bene. Se il mare con le sue inaspettate e bellissime giornate di sole, i suoi tramonti speciali e le sue onde anomale rappresenta (a conti fatti) la variabilità della vita umana, l'istinto di sopravvivenza associato all'empatia e alla capacità di condivisione sono senz'altro ciò che può trarci in salvo all'approssimarsi della tempesta. E il giro attorno al mondo e soli con se stessi e le proprie paure è già di per sé un'allegoria riflessiva che il protagonista interpretato da Francoise Cluzet sfrutta bene grazie a quella sua espressione un po' burbera ma capace (all'occorrenza) di illuminarsi in un aspettato sorriso. Indirizzata senza dubbio a un pubblico più giovane per l'estrema linearità della struttura narrativa, l'opera di Offenstein aggira per certi versi l'accusa di banalità con il suo essere 'originalmente' cristallina, e mescolando pochi elementi (il mare, il rapporto adulto/bambino, il valore positivo della competizione) lungo una ‘rotta' formativo/costruttiva in fin dei conti apprezzabile.

In solitario Dalla Francia un ‘prodotto’ che mescola a tavolino le carte di una storia alla ‘Quasi Amici’, con il protagonista di Quasi Amici Francoise Cluzet e nella speranza di bissare il successo dell’apprezzata commedia del 2011. Più banale nella gestione della tematica ‘incontro’ e nello sviluppo della trama rispetto alla succitata opera di riferimento, In solitario riesce comunque a farsi apprezzare per la coerenza con cui veleggia (accompagnata da immagini e musiche ammiccanti) verso le scelte (banalmente) più giuste.

6.5

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