Venezia2007

Recensione In Questo Mondo Libero

Il precariato, dalla parte degli sfruttatori...

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Ken Loach torna dietro alla macchina da presa dopo il successo de Il Vento che Accarezza l'Erba con un nuovo dramma sociale, questa volta ambientato nella ricca Inghilterra borghese degli anni duemila. Angie (l'esordiente Wareing) lavora per una società che fornisce "lavoratori a tempo determinato", rastrellandoli con metodi ai limiti dell'etico nei paesi dell'est europeo; nel momento, però, in cui la nostra protagonista resisterà alle invadenti attenzioni del suo capo, sarà licenziata in tronco. Con un figlio a carico e tanti (forse troppi) sogni nel cassetto infranti, Angie deciderà così di dare una sferzata alla sua vita ed insieme alla sua coinquilina Rose (Ellis) fonderà una nuova agenzia di lavoro temporaneo, sfruttando il disperato bisogno di lavorare degli immigrati. Le cose all'inizio sembreranno girare per il verso giusto, ma ben presto l'avidità prenderà il posto dell'ambizione, trasformando la tenera ragazza dell'inizio in una spietata capitalista.

Il film è, dunque, un forte atto d'accusa verso l'Inghilterra Blairiana che ha ridotto il lavoro dell'uomo a merce e, con esso, ha svilito la diginità di migliaia di persone costrette a vivere alla giornata, come schiavi. Lasciando però da parte l'aspetto macroscopico della questione, Loach pare più interessato a mostrarci come le spire del capitalismo siano in grado di corrompere qualsiasi cosa, o persona, che tocchino, portando gli individui a mettere il proprio tornaconto personale davanti a tutto, compresa la pietà umana (emblematica, in questo senso è la vicenda della famiglia iraniana) in nome del puro e semplice egoismo. Da questa società malata, divisa in schiavi e padroni, emergono solamente due figure, che rappresentano, in maniera diversa, la possibilità di "un altro mondo", diverso, e probabilmente migliore del nostro: il primo è il padre di Angie che, ormai anziano, simboleggia quel che resta dell'Inghilterra prima della Tatcher, un paese dal volto umano, ancora in grado di provare compassione e di aiutare i più deboli; il secondo è Karol, il giovane operaio polacco con cui Angie avrà una piccola relazione, che si concluderà malamente quando il giovane deciderà di tornare in Polonia lasciando la protagonista con poche ed aggiaccianti parole: "ricordati che siamo persone, non schiavi".

Loach dirige come nel suo stile, in maniera sobria ed asciutta, riuscendo a non essere mai didascalico e costruendo uno psicodramma credibile anche se, forse, un pochino frettoloso nella parte centrale, che si sarebbe potuta approfondire meglio, pur rischiando di appesantire ulteriormente un'opera già non semplicissima da seguire per l'ampiezza e la complessità dei temi che la percorrono.

Intelligentemente il regista sceglie di non concentrarsi sulla condizione degli schiavi moderni, ridotti a poco più che sagome agli ordini di vari padroni, ma ci offre
il ritratto del mostro, un mostro con le fattezze di una giovane donna bionda e carina che pare non accorgersi delle sue malefatte, rifugiandosi dietro a scuse che abbiamo già ascoltato fin troppe volte e, in questo modo, raffigura la parabola discendente non solo della protagonista ma di tutta la società, che pare aver dimenticato i valori su cui i nostri bisnonni l'avevano fondata ("stiamo tornando ai vecchi tempi?" si chiede il padre di Angie, intendendo con "vecchi tempi" l'epoca del proletariato, delle lotte operaie e dello sfruttamento).

Abbiamo dunque davanti un film che riesce ad esaudire un duplice intento: da una parte racconta uno scorcio d'Inghilterra (ma potremmo facilmente dire d'Europa) visto dagli occhi degli ultimi che (sopra)vivono ai margini delle nostre rispettabili vite; dall'altra ci presenta una storia personale di crescita e resa al male sociale, tanto angosciante quanto terribile nella sua banale mediocrità. Angie è come noi, cresciuta in una buona famiglia, istruita, bella, intelligente, giovane; tuttavia anziché lottare per cambiare il sistema preferirà accettarne le regole, anche le più torbide.
In tutti noi c'è un po' di Angie, sapremo reprimerla?

In questo mondo libero In Questo Mondo Libero è l'ennesima prova d'autore di Loach, che si conferma regista di razza e sagace indagatore della realtà sociale che lo circonda. Chiaramente il suo cuore è a sinistra (e pare diventi sempre più rosso con il passare degli anni) e non fa nulla per nasconderlo. Una parte del pubblico odierà questo film bollandolo come semplicistico, inconcludente e superficiale; noi semplicemente crediamo che il cinema non possa, e non debba, cambiare il mondo, ma ben vengano i film di denuncia e di riflessione, soprattutto se ben fatti come questo.

8.5

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