Recensione In nome di mia figlia

In nome di mia figlia è la storia di una causa giudiziaria trentennale, mossa da un padre che perde una figlia nei confronti di un cardiologo tedesco verso cui nutre dei sospetti, ma che è protetto da alti agganci politici.

Recensione In nome di mia figlia
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Ormai non c'è più alcun dubbio: in Italia la Good Films è sinonimo (letteralmente) di ottime pellicole! Questa casa di distribuzione porta in sala quasi sempre buonissimi film, e non fa eccezione il francese In nome di mia figlia (Au nom de ma fille). Tratto da quella che purtroppo è una storia vera, è il quarto film di Vincent Garenq e riguarda il caso giudiziario trentennale noto come affaire Dieter Krombach. D'altra parte Garenq ha sviluppato gran parte (diciamo pure i tre quarti) della sua filmografia su film giudiziari, com'è il caso di L'enquête e Comme les autres. Con il suo ultimo film fa un deciso passo avanti, riuscendo a intelaiare una narrazione efficace ma rispettosa, commovente ma mai melodrammatica, e coinvolgendo lo spettatore con un'ora e mezza che passa d'un fiato. Pur prediligendo uno stile registico discreto e mai irruento sulla scena, il film è straordinariamente efficace. D'un tratto lo spettatore di fronte alla proiezione capisce di star guardando qualcosa di più di un lungo ed estenuante caso giudiziario internazionale: è uno spaccato dell'Europa degli ultimi decenni, una interessante riflessione sullo stato geopolitico del continente all'alba dell'Unione Europea.

UNA CAUSA INTERNAZIONALE

André Bamberski è in vacanza in Marocco con la sua nuova compagna, nel luglio 1982. Ha da pochi giorni salutato i suoi figli, che hanno raggiunto per le vacanze la madre e il patrigno, il cardiologo tedesco Dieter Krombach, nella loro casa in Germania. Una telefonata raggiunge Bamberski nell'hotel, destinata a segnargli tutta la vita a tempo pieno per trent'anni: la sua figlia quindicenne Kalinka è stata ritrovata morta nel suo letto, apparentemente per un malessere dovuto a un'iniezione di ferro. Il dolore straziante si accompagna a interrogativi sempre più assillanti quando cominciano ad emergere opacità dall'autopsia e resoconti sempre più ambigui. Bamberski arriva a convincersi della colpevolezza del medico tedesco e ad avviare delle indagini a cavallo tra Francia e Germania. Il suo percorso giudiziario sarà però travagliato e osteggiato su molteplici fronti, primo fra tutti i rapporti internazionali tra i diversi stati europei coinvolti e gli agganci altolocati di Krombach. In un racconto scandito da tre tappe salienti, che passa dal 1982 al 1995 fino al 2012, prende forma la strenua forza di un padre disperato si oppone a tutti i poteri forti sullo scacchiere politico e giudiziario. Bamberski arriverà ad utilizzare tutti i mezzi a sua disposizione, persino illegali, studiando il diritto internazionale in prima persona con una devozione alla causa quasi maniacale. L'affaire Dieter Krombach è la storia, allarmante ed estremamente grave, di un caso giudiziario trentennale che mette alla luce le crepe di un continente disunito e che oppone un padre di famiglia al compagno della sua ex moglie, in un intrigo che sembra scritto apposta per un film.

DEDIZIONE E OSSESSIONE

Esiste una parola per definire un figlio senza genitori, ne esiste una per definire un uomo o una donna che ha perso il coniuge, ma non ne esiste una per un genitore che ha perso il proprio figlio. Perfetto nella resa drammatica di questa tragedia che si prolunga, estenuante e apparentemente irrisolvibile, per quasi tre decenni, è la star del cinema francese Daniel Auteuil (quasi un centinaio di film all'attivo). Nonostante l'ossessione quasi maniacale con cui il suo personaggio si dedica alla causa, passando dai codici di diritto ai picchetti e ai volantinaggi, fino a metodi meno ortodossi, Auteuil riesce a mantenere il "proprio" Bamberski come uomo comune della vita quotidiana, in cui il pubblico può facilmente immedesimarsi ed empatizzare. Accanto a lui si muove una cosmologia di personaggi che vanno dall'avvocato ai genitori di Bamberski, dall'ambigua ex moglie fino agli individui più loschi e malavitosi. Si distingue Sebastian Koch nel ruolo di Dieter Krombach, più per la fisionomia spigolosa e inquieta che per la prova attoriale. Ne esce un film compatto, ruvido e graffiante nella forma, che beneficia dell'occhio fotografico di Renaud Chassaing e dell'esperienza maturata da Garenq nel filone giudiziario, con un tempo di narrazione perfettamente commisurato e mai eccessivo - il film dura circa un'ora e mezza. Una piacevole sorpresa, sostanzialmente un thriller giudiziario ben orchestrato, che coniuga l'affabulazione cinematografica con il rispetto per la tragedia da cui è tratto. Nella sua storia frammentata e scandita dagli stati centro-europei (Francia, Germania e Austria su tutti), le frontiere e i confini sono co-protagonisti e raccontano indirettamente gli anni della difficile trasformazione europea, dei problemi identitari e delle divisioni.

In nome di mia figlia In nome di mia figlia è un film da vedere. Merita diffusione per la qualità della pellicola, ma soprattutto per la storia, immenso elogio alla ricerca della verità e alla perseveranza indomita, anche quando tutto il mondo sembra esserti nemico. Una storia che ha molto da raccontare, e che lo fa bene, adatta tanto ad un pubblico più critico quanto a una visione più spettacolare e thrilling per un pubblico generalista. Onore al regista Vincent Garenq e a Julien Rappeneau, con cui il cineasta ha scritto l'opera.

8

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