ROMA 2016

In bici senza sella Recensione

Sette registi esordienti raccontano la crisi con In bici senza sella. Francesco Montanari, Riccardo De Filippis ed Edoardo Pesce nel cast.

In bici senza sella Recensione
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Direttamente dalla popolare serie televisiva Romanzo criminale, come pure il Bruno Pavoncello che troviamo nei panni del gestore di un bar, Riccardo De Filippis ed Edoardo Pesce sono i protagonisti di Santo Graal di Giovanni Battista Origo, nel quale vestono i panni di due "romani de Roma" che, per svoltare la giornata, svuotano cantine alla in cerca di vecchi oggetti da poter rivendere. Della Banda della Magliana del piccolo schermo, però, troviamo anche Francesco Montanari nel breve ruolo di un assurdo giovane imprenditore yuppie in Curriculum Vitae di Matteo Giancaspro, incentrato su un altamente qualificato Flavio Domenici alla ricerca disperata di un lavoro, nonché terzo segmento di In bici senza sella, operazione ad episodi nata da un'idea del produttore Alessandro Giuggioli, protagonista di uno degli episodi, ovvero Il parassita di Francesco Dafano; dopo le imprese di una assunta a tempo indeterminato per non far rescindere il suo contratto in Crisalide di Cristian Iezzi e Chiara De Marchis, ma in anticipo rispetto al conclusivo Il posto fisso, ancora a firma di Torrini.

Precariato e (c)Risi

Quindi, andando in ordine, tra omaggi verbali a Indiana Jones e tensione generata dal desiderio di sapere chi berrà dalla ritrovata coppa di Gesù (posta a titolo del tassello) per ottenere la vita eterna, si parte giocando sulla comicità dettata dalla romanità per approdare, però, ad un interessante confronto-riflessione tra la generazione degli oggi anziani pensionati e quella degli odierni disoccupati, per i quali il futuro trattamento previdenziale sembra essere sempre più un miraggio. Mentre il cinefilo doc non può fare a meno di sprofondare in sane risate nell'assistere a scontri con gang di lavoratori in nero e di cassintegrati anni Settanta in un ironico (e, a suo modo, geniale) rifacimento capitolino del classico I guerrieri della notte di Walter Hill, tra escursioni in metropolitana e quartiere dell'Eur a fare da sfondo.
Prima che, con il verdoniano Stefano Ambrogi nel mucchio, si passi agli apparentemente fantascientifici colloqui di lavoro - tra un datore che dice di non poter assumere nessuno dopo un anno di prestazioni a rimborso spese ed un altro che consiglia di gettarsi su professioni più adatte al proprio curriculum - per approdare ad un esasperato rimedio alla crisi che non avrebbe certo sfigurato ne I mostri di Dino Risi. Perché, senza alcun dubbio, è quello che maggiormente richiama il sapore della vecchia Commedia all'italiana questo terzo racconto; precedente sia alla frenetica parentesi femminile efficacemente sostenuta da una brava Emanuela Mascherini - con tanto di esilarante momento al telefono - impegnata a tenere nascosta la propria dolce attesa, sia all'amara, surreale favola moderna del licenziato in aria di home invasion che, costruita molto sulle immagini e poco sui dialoghi, ricorda, in un certo senso, il Bed time di Jaume Balagueró. Al servizio di circa un'ora e quaranta di visione che, approdante alla fantozziana avventura di due non più giovani amici - con inclusa frecciatina alla globalizzazione - alle prese con un viaggio verso il non poco sognato posto fisso, si rivela tanto compatta quanto piacevole nonostante sia stata messa in piedi da sette diversi nomi... oltre che capace di affrontare la fin troppo chiacchierata tematica del precariato tricolore d'inizio XXI secolo in maniera decisamente più convincente e, soprattutto, sincera di molte produzioni più grosse che affollano il cinema dello stivale (a cominciare dal sopravvalutato Tutta la vita davanti di Paolo Virzì).

In bici senza sella Sette registi esordienti per sei episodi tempestati di disperati personaggi dell’Italia d’inizio terzo millennio alla ricerca dell’impiego che possa garantire loro un futuro all’insegna della stabilità economica. Sei episodi che, sguazzanti tra eternità intesa come interminabile ricerca di lavoro, ridicole bande notturne, aspiranti suicidi, maternità portatrice di licenziamento, aziende in fallimento e guerre tra poveri, si rivelano tutti originali, interessanti e capaci di rendere pienamente godibile In bici senza sella, continuamente (ed efficacemente) oscillante tra la risata e l’amarezza. Tanto che, una volte giunti a fine visione, l’unico desiderio è quello di augurare ai suoi autori l’ottenimento di un posto fisso all’interno di un cinema italiano sempre più bisognoso di talenti in grado di regalare molto allo spettatore sfruttando, come in questo caso, pochi mezzi.

6.5

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