L'immortale: la recensione del film di Marco D'Amore, un ponte per Gomorra

Marco D'Amore è protagonista e regista di un film potente e introspettivo, che segna un'altra grande prova per il cinema italiano.

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Ciro Di Marzio ci lasciava in Gomorra 3, sprofondando nell'abisso del suo stesso dolore. Un gesto, una scelta, un addio che chiudeva il cerchio di un antieroe tormentato dal senso di colpa e dalla perdita. Ma il viaggio del criminale interpretato da Marco D'Amore non è finito in quel momento: L'Immortale, film prodotto da Cattleya in sala dal 5 dicembre 2019, apre un nuovo arco narrativo, arricchisce i retroscena e la mitologia dietro la serie ideata da Roberto Saviano e soprattutto dimostra che questa saga ha ancora qualcosa da raccontare, contaminando con maestria il medium televisivo con quello cinematografico.

Diretto dallo stesso Marco D'Amore, che conferma le grandi doti da regista già dimostrate nei due episodi centrali di Gomorra 4, L'Immortale è un film potente, prezioso, in grado di elevare nuovamente il cinema italiano e scrivere un'altra importante pagina di storia dell'intrattenimento, senza mai perdere la sua doppia anima da romanzo criminale e racconto neorealista.
Lo diciamo sin da subito, prima di immergerci nella nostra recensione: è una pellicola fondamentale per gli sviluppi della prossima stagione dello show Sky Original (d'altronde Salvatore Esposito ha già confermato che Ciro tornerà in Gomorra 5), ma guai a definirla semplice operazione di fanservice. È un prodotto con un'idea, un'identità forte, una delle pagine più belle del cinema italiano contemporaneo.


La risalita dagli Inferi

Facciamo un passo indietro rispetto agli eventi di Gomorra 4. Torniamo al finale scioccante della terza stagione, quando Genny Savastano (Salvatore Esposito) è costretto a premere il grilletto contro il suo più caro amico. In un gesto di sacrificio e profondo altruismo, Ciro si prende la colpa per un crimine che ha commesso suo fratello, scatenando l'ira di Enzo Sangueblu: il prezzo da pagare è la vita. Stringendolo tra le sue braccia, Gennaro esplode un colpo al petto dell'Immortale, che viene gettato nelle acque scure e profonde del Golfo di Napoli. E mentre Ciro sprofonda, chiudendo in apparenza la sua drammatica parabola, i ricordi affiorano. Un'esistenza che gli passa davanti agli occhi, un cammino in cui la vita è stata più una condanna che un dono: tutto è iniziato nel 1980, quando un grande terremoto ha messo in ginocchio Napoli, segnando un decennio in cui il progetto di ricostruzione e rinascita della città ha ceduto ben presto il passo a povertà, degrado e criminalità.

Tra le macerie di un palazzo popolare, distrutto dall'onda devastatrice del sisma, Ciro è l'unico sopravvissuto: una vicenda che, nonostante i pochi mesi di vita, gli valgono per sempre quel soprannome scomodo e tragicamente mitico: l'Immortale. È una storia che già conosciamo, è lo stesso personaggio che in Gomorra - La Serie ce ne rese partecipi, e dimostra quanto il film diretto da Marco D'Amore sia strettamente connesso alla saga principale. È importante ribadire questo legame, così come i tanti microscopici dettagli che potranno essere colti dai fan più esperti.
Eppure l'epopea di Ciro sul grande schermo può, al contrario, rappresentare anche un ottimo punto d'ingresso per tutti coloro che in questi anni non hanno avuto modo di conoscere il mito di Gomorra, perché prima di tutto L'Immortale è un racconto di intima redenzione e si concentra prevalentemente sul percorso spirituale del protagonista più carismatico, sfaccettato e istrionico della serie ispirata ai lavori di Saviano.
Ma il nuovo viaggio di Ciro non si sedimenta esclusivamente in un passato che, grazie a una scrittura attenta e a un'operazione di accorta ricostruzione della Napoli anni '80, ci mostra i primi passi del futuro braccio destro dei Savastano nel mondo criminale.
È anche nel presente che si fa strada un percorso capace di spianare la strada al futuro del franchise. Non è un segreto, né tantomeno uno spoiler, perché lo hanno svelato trailer, sinossi e membri del cast: Ciro è miracolosamente sopravvissuto al suo tragico destino messo in scena in Gomorra 3.

Prima di addentrarsi nelle sue origini, attraverso movimenti di macchina ed espedienti registici di grande scuola, il primo atto ci mostra le ore (e le settimane) successive alla "morte dell'Immortale" e alla vittoria della Nuova Camorra contro la vecchia guardia del centro storico napoletano, rappresentata dagli anziani confederati.
Tratto in salvo dalle profondità del mare, gli viene offerta la possibilità di ricominciare, lontano da quello stesso Inferno che lo ha plasmato per oltre trent'anni. Lasceremo al piacere della vostra scoperta i dettagli sulla "non-morte" di Ciro: ci limiteremo a dirvi che il ritorno dell'Immortale avrà una spiegazione più o meno coerente, ma che in buona parte potrebbe richiedere da parte del pubblico un pelo di sospensione dell'incredulità. Ma attenzione: non è fantascienza, non è una soluzione irreale, non è il tradimento dei valori che hanno costruito l'affascinante crudeltà di Gomorra.

È scrittura, è voglia di raccontare qualcosa di nuovo, di esplorare ulteriormente un personaggio che sembrava aver esaurito il suo ruolo in questo progetto. E invece Marco D'Amore, co-sceneggiatore insieme a Leonardo Fasoli, Maddalena Ravagli, Francesco Ghiaccio e Giulia Forgione, ha dimostrato quanto Di Marzio abbia ancora da dire.

Il romanzo del passato, la Gomorra del futuro

L'Immortale, infatti, prende i temi di Gomorra e li esporta in territori finora quasi del tutto inesplorati. Tanto per cominciare, il tema delle mafie italiane all'estero. Già Gomorra La Serie, ambientando frammenti del suo racconto tra Spagna, Germania, Bulgaria e Inghilterra, era riuscita a raccontare molto bene il valore internazionale della criminalità organizzata. Il film prodotto da Cattleya e Vision Distribution trasporta questa dimensione nei Paesi Baltici, configurandosi in tal senso come una grande espansione dell'episodio 3x03 di Gomorra (quello in cui proprio Ciro affronta il suo esilio in Bulgaria).
La presenza della camorra nell'est Europa, la sua capacità di interfacciarsi orizzontalmente con la criminalità locale, ma anche (e soprattutto, forse) un racconto intimo basato sui temi della redenzione e dell'appartenenza. Non di meno, un affascinante road movie con tinte da western in cui l'onore fa rima con il sangue, l'espiazione si consuma nella vendetta, l'eroismo fa da eco all'infamia.

Ciro abbandona l'Inferno per andare in Purgatorio, ma il Paradiso è un miraggio lontano e irraggiungibile: trova rifugio in Lettonia, presso una comunità italiana che contrabbanda nel settore tessile, ma si ritrova ben presto coinvolto in una sanguinosa faida locale.
Un incontro poi gli fa rivivere gli echi lontani di un passato che ormai è alle sue spalle, dando al pubblico occasione di conoscere il viaggio del piccolo Ciro Di Marzio (un giovanissimo e convincente Giuseppe Aiello) e i suoi primi passi nel sostrato criminale di una Napoli povera e disperata, i cui protagonisti sono figli di nessuno senza futuro. Il ritratto di una Napoli che, cercando di rialzare la testa dal peso schiacciante della miseria, aprì le porte al contrabbando delle sigarette via mare, un percorso che ha spianato la strada allo sviluppo e al rafforzamento dei traffici portuali illeciti: un'espansione che ha spostato gli equilibri del mercato illegale, con i porti partenopei che ben presto furono pronti ad accogliere la cavalcata incessante del narcotraffico sudamericano.

Ma, oltre ad offrire un vivido spaccato di realtà contemporanea e passata, Marco D'Amore dirige un'opera fortemente introspettiva, che ci fa vivere le dolcezze e le contraddizioni di un'infanzia distorta in una parte di film (quella dei flashback) messa in scena con un piglio squisitamente neorealista, per poi tornare a un presente più sporco e oscuro, dai colori freddi, in una cura maniacale per l'immagine che rispecchia pienamente l'ottimo lavoro visivo svolto da Gomorra in questi anni. Nel mezzo, un montaggio che scandisce con precisione chirurgica le intersezioni, i toni e i colori gestiti da un mostruoso direttore d'orchestra. Perché il tutto è vissuto attraverso gli sguardi (diegetici e registici) dell'Immortale di D'Amore, con i suoi silenzi assordanti, così profondi da tuonare in un caleidoscopio di mimiche e di espressioni penetranti. Il frutto di un'interpretazione sontuosa sia del protagonista che degli ottimi comprimari, in cui si riflette un'elegante riscrittura dell'epica criminale: l'esaltazione che si fa mito, un eroismo disfunzionale che respira a pieni polmoni un'oscurità marcia e indelebile.

E, proprio per questo, è un'epica che non viene mai glorificata, si consuma nella polvere, marcisce nel sangue, si estingue in un fuoco che valorizza la violenza per veicolarne il rifiuto: perché l'arma più forte che si punta contro il Male non è la pistola, bensì la conoscenza di quanto sia profondo il baratro per chi ne abbraccia i valori. E in questo L'Immortale, così come Gomorra, eccelle, utilizza una scrittura e un linguaggio da grande cinema per farsi manifesto di arte, narrativa e verità.

L'immortale L’Immortale è ben più che un’operazione di fanservice per gli appassionati di Gomorra: è un film potente, diretto con piglio autoriale e neorealista senza dimenticare il suo epico romanticismo da romanzo criminale. Ma è anche un manifesto di arte, narrativa e verità storica, l’ennesimo crudele spaccato di realtà sociale che affonda le radici in un passato tragico, per raccontare una parabola di redenzione in un presente senza via di scampo. Gli occhi di Marco D’Amore ci restituiscono lo sguardo di un protagonista incredibile e di un regista attento, meticoloso, sopraffino: al suo esordio da regista sul grande schermo, D’Amore firma un prezioso pezzo di storia del cinema italiano, che esalta il mito del mafioso senza mai glorificarlo. Un quadro raffinato e affascinante, arricchito da una scrittura che scioglie ogni dubbio: gli antieroi di Gomorra, anche quelli dati per spacciati, hanno ancora tantissimo da raccontare.

8.5

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