Il Ritorno di Mary Poppins, la recensione: com'è bello passeggiar con Mary

Mary Poppins è tornata ad aiutare la famiglia Banks e noi spettatori adulti, che abbiamo perso (di nuovo) la capacità di immaginare.

recensione Il Ritorno di Mary Poppins, la recensione: com'è bello passeggiar con Mary
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Londra, Viale dei Ciliegi ai tempi della grande depressione. Uno strano vento genera un'atmosfera da burrasca, mentre l'ammiraglio Boom si appresta a fendere l'aria e la pace con uno dei suoi tradizionali colpi di cannone. Molti elementi sembrano immutati dall'inizio del secolo, ovvero dall'ultima volta che siam passati davanti alla caotica dimora dei Banks, tanti altri invece sono del tutto nuovi, come trasportati dalla tempesta.
I piccoli Michael e Jane sono ora adulti e per le strade non si vedono più spazzacamini ma acciarini, impegnati nel particolare compito di illuminare la capitale inglese, dando e togliendo il gas ai lampioni all'ora più opportuna.
Il tempo è passato anche per noi spettatori in sala, un tempo pargoli sognanti di fronte alla VHS di Mary Poppins, oggi adulti indaffarati e preoccupati dei più strambi problemi, senza più la magia negli occhi e nella testa - un tema caro, ultimamente, in casa Disney, si pensi al cresciuto Christopher Robin e al ritorno al Bosco dei 100 Acri.

Un po' di zucchero

Come molti di noi, anche Michael Banks non ha più tempo per sognare, la vita lo ha portato decisamente altrove, strappandogli via una moglie amorevole e lasciandolo con tre adorabili pargoli da crescere; questo mentre la banca dove lavora, la medesima di papà Banks, vuole portargli via la casa a causa di un prestito non onorato.
Le follie e le meraviglie legate a Mary Poppins sono relegate in un angolo buio della memoria, là dove nessun acciarino è in grado di arrivare. Siamo dunque nel bel mezzo di un autentico pasticcio irrisolvibile, che soltanto la tata più incredibile dell'universo può allietare con le sue canzoni, la sua borsa senza fondo e il suo ineffabile ottimismo - ben celato sotto uno spesso strato di necessaria disciplina.
Diretto con particolare entusiasmo da Rob Marshall, autore di opere musicali di successo quali Chicago, Nine e il più recente Into the Woods, Il Ritorno di Mary Poppins è una ritmata commedia che ha il pregio di viaggiare nel tempo. Non soltanto perché esplora la Londra degli anni bui legati alla grande depressione, che ha fatto la fortuna dei banchieri e la miseria della povera gente, anche perché noi spettatori siamo chiamati e autorizzati a tornare bambini.
È proprio attorno all'infanzia perduta che ruota l'intera produzione, con il personaggio di Mary Poppins che a suo modo condiziona chiunque si trovi nei paraggi. Basta la sua presenza per illuminare una stanza, un bagno, una soffitta ammuffita, inoltre con gli anni sembra essersi leggermente addolcita (Julie Andrews sapeva esattamente quando diventare rigida e farsi rispettare), è difficile farla arrabbiare sul serio e ogni cosa sembra concessa.

Anche Anabel, Georgie e John, i nuovi piccoli Banks che hanno preso fisicamente il posto di Michael e Jane, sembrano più maturi dei loro genitori a parità di età. Più consapevoli e responsabili, attenti a non combinare guai anche se - di tanto in tanto - qualche piccola grande marachella la combinano anche loro. A questo però pensa Mary Poppins, solita arrivare nei momenti più oscuri per donare ordine e un pizzico di felicità.
Esattamente come avveniva con il primo, iconico film, anche questa volta ci troviamo di fronte a una commedia musicale in piena regola, con le canzoni che dominano la maggior parte del minutaggio totale - del resto, con Rob Marshall sulla sedia della regia, era difficile aspettarsi altro. Questo aspetto rende l'opera particolare da una parte, ma ridondante dall'altra, proviamo a spiegare perché.

Broadway

Partiamo proprio dal lato più ombroso dell'operazione. Non importa che età abbiate oggi, se siete cresciuti con le canzoni della Mary Poppins originale probabilmente le saprete cantare a memoria ancora oggi. Ogni brano della colonna sonora classica era ed è ancora un'autentica perla indimenticabile, dall'ouverture iniziale (poi ripresa anche verso l'epilogo) a Un poco di zucchero, Supercalifragilistichespiralidoso, Com'è bello passeggiar con Mary.
Ne Il Ritorno di Mary Poppins, le canzoni esitano a esplodere e a rimanere impresse nella memoria, al contrario tendono ad assomigliarsi fra loro, quando non risultano forzate. La colpa è forse anche di un passaggio all'italiano non curato all'estremo, con testi che fanno spesso fatica ad adattarsi alla musica e al labiale dei personaggi - motivo per cui una visione in inglese è certamente consigliata.
Nella nostra lingua, si percepisce in alcuni momenti un certo distacco fra il cantato e le immagini, caratteristica che rovina in parte l'esperienza, anche se non in maniera devastante. Alla nuova colonna sonora manca dunque un po' di carattere e magia, elementi che possono essere ritrovati invece nell'atmosfera generale. Il Ritorno di Mary Poppins appare infatti particolare nel suo complesso, poiché pensato per essere più un musical teatrale che un vero e proprio film. Più che al cinema, sembra di assistere a uno spettacolo di Broadway, con grandi sequenze musicali e scenografie cangianti.

Per noi, questo è un assoluto pregio, poiché significa che il film è in grado di diventare qualcos'altro, costantemente, di sorprendere, di trasportarci al di fuori della mera sala cinematografica. Proprio per questo è un'opera che consigliamo a chi sogna qualcosa di nuovo, di strambo, a chiunque abbia voglia di immergersi in un'avventura mai lineare, ancor meglio se sospinto dall'atmosfera gioiosa del Natale.
Atmosfera che rende tutti più buoni, tranne il signor Wilkins, l'attuale proprietario della banca assetato di denaro e proprietà immobiliari. Il Ritorno di Mary Poppins vanta infatti anche un villain in piena regola, un cattivo sino all'osso da sconfiggere con le buone maniere, la speranza e l'unità familiare.

Buoni e cattivi

Questo ci porta a parlare dell'eccellente cast, a partire proprio da Colin Firth, un banchiere elegante e spietato, in perfetta tradizione inglese (avrebbe potuto tratteggiarlo Charles Dickens). La sua brama di denaro, di prevalere sugli indifesi anche a costo di arrivare all'inganno mette non poco pepe alla narrazione, spingendo lo spettatore verso un finale emozionante da vivere senza fiato, scritto all'insegna della nostalgia.
Ben Whishaw ed Emily Mortimer sono invece gli adulti Michael e Jane Banks, amorevoli, adorabili, con la testa spesso fra le nuvole. Il primo è, come abbiamo detto, schiacciato dai debiti e dal peso incombente dello sfratto, ha dunque poco tempo da dedicare alla famiglia e al pubblico, la seconda ha invece ripreso dalla madre numerosi tratti: le suffragette non esistono più, sono però arrivati i sindacati, le lotte di classe e le manifestazioni in strada, e lei è sempre in prima linea. La coppia di attori conferisce a questi personaggi un'aria spensierata ma solida, è però Emily Blunt a prendersi la maggior parte delle volte la scena e gli applausi.
Serve forse a poco un confronto diretto con Julie Andrews, che rappresentava una Mary Poppins d'altri tempi: oggi la moglie di John Krasinksi è una super tata dall'aspetto sbarazzino, furbetto, sa sempre come risolvere una situazione anche se non lo dà a vedere. Raramente interviene in prima persona, lascia che siano gli altri a risolvere ogni singola questione con il ragionamento, il sudore, l'impegno - grande insegnamento per i piccoli Banks e non solo.
Ha ovviamente con se la sua borsa senza fondo, da cui può far emergere mondi fantastici, e conserva ancora la capacità di creare (forse con la sola immaginazione, chissà) dipinti animati in movimento, come un tempo faceva con il vecchio Bert al parco. Le sequenze "ibride", girate combinando il live action con l'animazione classica, sono memorabili, sognanti, perfette per far parte del colorato mondo di Mary Poppins - che tramite la Blunt canta e balla senza freni.
La classica sequenza degli spazzacamini è invece sostituita dagli acciarini in bicicletta, che tentano in tutti i modi di illuminare le strade di una Londra buia e nebbiosa - e di conseguenza far ritrovare la giusta strada ai protagonisti. A proposito di acciarini: farete la conoscenza dell'altruista Jack, un Lin-Manuel Miranda vispo e sempre disponibile, autentico capobanda e trascinatore delle folle, penalizzato forse solo da un doppiaggio italiano non sempre al meglio.

Purtroppo solo trascurabile l'apparizione di Meryl Streep negli eccentrici panni di Topsy, cugina di Mary Poppins: la sua sequenza è probabilmente la meno efficace del film, se qualcuno l'avesse rimossa dal montaggio probabilmente se ne sarebbero accorti in pochi.
Impossibile chiudere la parentesi del cast senza parlare di Dick Van Dyke, la cui presenza nel film è trapelata online oltre un anno fa. Nel 1964, l'attore ha fatto carte false per interpretare due personaggi, il vispo spazzacamino Bert e l'anziano Mr. Dawes, aiutato da un corposo trucco.
Oggi, all'età di 93 anni, son serviti molti meno capelli bianchi finti per tornare nei panni del personaggio: la sua entrata in scena scatena immediati lacrimoni negli occhi di chi ha ancora il film originale nella mente e nel cuore, una leggenda vivente che con un paio di battute, e saltelli ben assestati, si prende il palco e gli onori, con assoluto merito. Un cameo che probabilmente vale l'intero costo del biglietto.

Il Ritorno di Mary Poppins Più che un classico film, Il Ritorno di Mary Poppins sembra un musical di Broadway, con sequenze musicali imponenti e scenografie cangianti. Ha la capacità di trasportare lo spettatore in mondi fantastici, facendolo tornare bambino. Purtroppo paga lo scotto di una colonna sonora poco incisiva, dal carattere appena accennato, che per forza di cose non può competere in alcun modo con le classiche canzoni premio Oscar dell'opera originaria. Al centro di tutto vi è l'infanzia perduta, tema sempre più caro alla Disney, ci si imbarca così in un viaggio alla ricerca della meraviglia, del sogno, dell'immaginazione più spinta. Fra le pieghe della sceneggiatura si trovano inoltre piccole grandi "chicche" di scrittura, come il consiglio a bimbi e adulti di mettere sempre da parte qualcosa, anche un penny se possibile, oppure quello di aprire libri a non finire, poiché contengono universi infiniti. Peccato per un doppiaggio non sempre all'altezza della produzione e del cast, fra cui spicca un Dick Van Dyke in grande spolvero, nonostante i suoi 93 anni. Il vecchio signor Dawes si prenderà i vostri risparmi e le vostre lacrime, obbligatorie al suo ritorno in scena.

7.5

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