Il Richiamo della Foresta: la recensione del nuovo film con Harrison Ford

Tratto da Jack London, è la prima produzione Disney/Fox ad arrivare al cinema sotto il nuovo logo 20th Century Studios.

recensione Il Richiamo della Foresta: la recensione del nuovo film con Harrison Ford
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Dopo il recente Zanna Bianca di Alexandre Espigares, splendido film d'animazione impreziosito nella versione italiana dalla voce fuori campo di Toni Servillo, Jack London e le sue opere tornano al cinema con Il richiamo della foresta, versione 2020 del classico romanzo d'avventura del 1904 arrivato alla sua quattordicesima uscita, tra grande e piccolo schermo. A contraddistinguere questo nuovo adattamento non solo il debutto del logo 20th Century Studios, prima volta in assoluto dopo la fusione con la Disney, anche la presenza in regia di un pezzo importante dell'animazione statunitense: Chris Sanders.
Padre di Lilo & Stitch, ma anche director del primo Dragon Trainer nonché sceneggiatore di veri e propri pezzi di storia come La bella e la bestia, Aladdin, Il re leone e Mulan.

Non è un caso infatti che, giunto alla sua prima esperienza live-action, Sanders utilizzi la sua infinita esperienza per spostare la crudezza western della prosa londoniana verso frontiere da lui già esplorate, e quindi prive di rischi. Nella sua natura di ibrido live-action/CGI, Il richiamo della foresta è il racconto perfetto per la nuova Disney, avvicinandosi ai recenti remake della Casa di Topolino.
La differenza è che Sanders riesce a conferirgli grande anima e ritmo, anche a fronte di evidenti mancanze: la CGI del cane Buck non è perfetta e i fondali con green screen denotano un budget tutt'altro che stratosferico.

Il viaggio di una vita

La storia è celeberrima: in maniera simile a Zanna Bianca ma con sfumature molto diverse, c'è un cane di nome Buck, un amabile San Bernardo (interpretato dal grande Terry Notary, numero due della motion capture dopo Andy Serkis) che vive come animale domestico in California. Un giorno però viene rapito e venduto come cane da slitta per un gruppo di cercatori d'oro del Klondike, e di punto in bianco dalla soleggiata California Buck si ritrova nella fredda e remota Alaska, rinchiuso in una gabbia e addestrato a suon di bastonate. In poco tempo il suo spirito coraggioso e possente gli permette di emergere nella muta di cani da corsa, e ne diventa il capo sotto il gentile guinzaglio di un postino francese che viaggia per gli avamposti dei cercatori d'oro. Quando perde il lavoro a causa dell'arrivo del telegrafo (primi spiragli di tecnologia nel mondo selvaggio, un tema a cui il film accenna brevemente), Buck viene acquistato da un feroce viaggiatore in cerca di fortuna e in seguito salvato dal solitario John Thornton (interpretato con grande cuore e sacrificio da un Harrison Ford molto in forma), un eremita nel quale Buck trova finalmente il suo primo vero amico.
Ma mentre il rapporto con John si fortifica, il richiamo della foresta che domina le terre selvagge si fa sempre più forte, risvegliando nel dolce San Bernardo dei furenti istinti primordiali. E così il viaggio iniziato nella ridente California spinge Buck verso nuove esperienze impensabili prima di allora, e forse anche contro un destino completamente diverso da quello che si era immaginato.

Come ti (ri)racconto una storia

Il film non si allontana dal romanzo originale, ed è proprio nell'approccio ai fatti che Sanders riesce a conferire alla sua opera la specificità necessaria per distinguersi. Quasi come se l'influenza della Disney si fosse fatta sentire a posteriori, Il richiamo della foresta è chirurgico nell'edulcorare la narrativa di Jack London dalle sue tipiche crudezze. Il racconto della legge del più forte, caratterizzato da un forte pessimismo verso l'integrazione tra mondo umano e mondo animale, per la camera di Sanders e la penna navigatissima di Michael Green diventa una vera e propria favola sull'amicizia e sul coraggio, con facili ma anche felici intuizioni che avvicinano il film verso i territori dell'avventura sentimentale. Il bilanciamento è di una precisione infallibile, con tanto cerchiobottismo, ma elegante e riuscito, che non snatura mai London ma che comunque lo cambia radicalmente. Dan Stevens, nei panni di un vero e proprio villain disneyano di impostazione manichea, incarna in ogni modo possibile l'idea di passaggio dal crudo realismo londoniano alla favola moderna. Ford, contemporaneamente, fa del suo John Thornton un idealista che emana tutta l'epica tragica tipica dei personaggi dello scrittore.
E così l'ambivalenza visiva tra realismo dei panorami e personaggi in computer grafica va ad abitare il film di Sanders anche nel racconto, che a sua volta diventa un ibrido London/Disney. Grazie a un ritmo implacabile, una gran cura per i particolari e a tante buonissime idee di messa in scena, l'opera, oltre che ben studiata a livello editoriale, risulta davvero godibile da guardare.

Il Richiamo della Foresta Chris Sanders vince nell’impresa, impensabile alla vigilia, di conferire originalità a una storia non solo nata nei primi anni del ‘900, ma soprattutto già raccontata una dozzina di volte tra cinema e televisione. Il risultato con Il richiamo della foresta è un ibrido che tanto nel corpo filmico CGI/live-action, quanto in quello testuale, mescola i valori epici e ancestrali dell’opera londoniana, epurandoli però della loro componente cruda e realistica per avvicinarli ai territori delle favole in stile Disney.

7

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