Cannes 2015

Recensione Il racconto dei racconti

Matteo Garrone porta a Cannes un racconto fantasy di grande impatto immaginifico, una fiaba inusuale per il cinema italiano odierno impreziosita da un eccellente cast e da un tocco molto aggraziato nella narrazione.

Recensione Il racconto dei racconti
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C'era una volta un re, anzi tre: tutti vivevano nella propria reggia tra lunghi corridoi di marmo, lussuose camere da letto e corti di giullari. Nei loro castelli, piccole roccaforti, si trovano ognuno a combattere una piccola battaglia unica eppure comune, lì oltre le montagne, gli spessi muri, gli sfarzosi broccati in cui si avvolgono - dove la vita riesce, nonostante tutto, a raggiungerli.
C'erano una volta tre re, anzi uno: tre storie rappresentano un'unità che raccoglie una battaglia antica quanto il mondo stesso. La prima azione di Dio d'altronde fu proprio separare le tenebre dalla luce, dando vita ad una imperativa dualità necessaria, inscindibile: un eterno conflitto che Matteo Garrone recupera, veste di barocco e comunica attraverso un linguaggio infantile per antonomasia, quello della fiaba - e così dietro re, castelli e principesse il regista diventa un padre che mette a letto i suoi figli dopo avergli raccontato i mali del mondo e della vita che li aspetta - che ci aspetta. E noi spettatori, che bambini siamo già stati e che quelle risoluzioni un po' infantili le abbiamo già imparate... le abbiamo imparate davvero? O abbiamo bisogno, ancora una volta, di toccare la realtà attraverso l'irrealtà?

Dietro la favola, la brutalità di un racconto che scava nelle paure di tutti noi

Il linguaggio è diverso, reinventato, eppure di nuovo borderline: il confine tra la verità ed il sogno è sottilissimo, e ci si cammina attraverso come un funambolo su una corda - volutamente in bilico senza mai toccare il vuoto. Garrone su quella corda si fa ardito, spinge l'asticella del possibile sempre più in alto e vince una sfida che alla fine appare, sullo schermo, quasi naturale. Come se su quel filo fosse abituato a camminarci da sempre. Il suo racconto è volutamente senza tempo, staccato da qualsiasi misura, e ci riporta in un mondo fantastico dove una regina baratta il concepimento di una nuova vita attraverso la morte, dove i re uccidono creature marine dentro una buffa corazza da palombaro che li fa camminare nelle profondità marittime come se stessero attraversando un cammino qualsiasi. Le donne sono le vere protagoniste, i loro corpi i mezzi per esprimere una poetica: prendono le loro rivincite, diventano madri, ma soprattutto piangono la loro anzianità rugosa e cadente ricevendo in dono una nuova giovinezza o cercandosela con metodi brutali, ed infine si liberano dalle grinfie di orchi ai quali erano state cedute grazie solo ad uno stupido gioco. Un viaggio di opposti che si attraggono eppure non esistono senza l'altro, suggerito da una dicotomia cromatica che regala ad ogni frame una piccola meraviglia e si ripresenta in ogni dettaglio (perfino negli occhi dei due gemelli Elias e Jonah, dai biblici ed evocativi nomi).

Location, fotografia ed effetti visivi lavorano in armonia e restituiscono un visivo incredibilmente potente

Definire Il racconto dei racconti un semplice fantasy sarebbe riduttivo: nella lotta impari con una hollywood che gioca chiaramente un altro campionato Matteo Garrone non vuole entrare, e lo dimostra in ogni inquadratura. La sua non è una corsa all'ultima spettacolarizzazione, ma più una lenta ed armonica sinfonia che cerca di raccontare i suoi stessi temi in maniera diversa, attraverso un linguaggio non convenzionale per il cinema italiano - e per questo, gli va reso gran merito. Seppur con qualche difetto facilmente riscontrabile dovuto ad una preparazione mastodontica ancora chiaramente un po' acerba, il lavoro del reparto effetti visivi è imponente soprattutto lì dove si fa invisibile ed armonizza l'intero contesto, rendendo possibile la magia.
Giù i paragoni quindi, giù i pregiudizi, giù l'ossessiva ricerca di una linearità impossibile da ritrovare: l'attenzione deve andare oltre, ai dettagli più nascosti, ai molteplici strati di una narrazione verticale che aspetta solo di essere svelata. Matteo Garrone ha lasciato lo spettatore dentro un labirinto non per lasciarlo perdere, ma per fargli trovare la propria strada - proprio come quel padre che, una volta chiusa l'ultima pagina del libro di fiabe, spera di aver lasciato al proprio bambino un tocco di fascinazione in più e, chissà, anche una piccola scintilla di riflessione.

Il racconto dei racconti Se cercate un fantasy più vicino allo stile oltreoceano, Il racconto dei racconti potrebbe non fare per voi: con Matteo Garrone dovete essere pronti a scommettere, a lasciarvi andare ad una narrazione inusuale ma ricca di contenuti, in cui ogni tassello forma un puzzle che rivela una morale universale e vicina a tutti noi. Aiuteranno nel processo l’armonia delle immagini, la potenza visiva e le straordinarie interpretazioni degli attori, che svolgono un lavoro enorme e di grande raffinatezza. L’occhio del regista non è più tra le quattro mura di una casa piena di telecamere, e non segue più un uomo perso tra realtà e fantasia - ma, se fate attenzione, vi renderete conto che non si è spostato poi molto lontano.

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