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Il processo ai Chicago 7, la recensione del film Netflix di Aaron Sorkin

Lo sceneggiatore Premio Oscar per The Social Network torna dietro la macchina da presa con un film dal cast stellare e di grande rilievo storico.

recensione Il processo ai Chicago 7, la recensione del film Netflix di Aaron Sorkin
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In occasione della Convention Nazionale del Partito Democratico del 1968, varie fazioni appartenenti a diversi movimenti di massa si riversarono per le strade di Chicago in segno di protesta, in quel preciso momento storico soprattutto contro la sanguinosa e inutile Guerra in Vietnam. Da ritrovo e momento di contestazione pacifico, l'evento si trasformò velocemente in una vera e propria rivolta che interessò diverse sezioni della città, specie quelle vicino al luogo della convention, portando a feriti, deturpazione, scontri e quant'altro tra gruppi contro-culturali, di minoranza e la polizia.

Protagonisti di questa storia furono loro malgrado i sette leader della fazioni protestanti: Abbie Hoffman (Sacha Baron Cohen) e Jerry Rubin (Jeremy Strong) dello Youth International Party (Yippies), l'attivista pacifista David Dellinger (John Carroll Lynch), l'attivista per i diritti civili e anti-guerra Tom Hayden (Eddie Redmayne), gli altri due attivisti anti-guerra Rennie Davis (Alex Sharp) e John Froines (Daniel Flaherty) e Lee Weiner (Noah Robbins).
Insieme a loro anche Bobby Seale (Yahya Adbul Mateen II), fondatore del Black Panther Party, accusato di omicidio e altri reati differenti da quelli contestati agli altri personaggi.
Tutti gli uomini si ritrovarono per ragioni soprattutto politiche esposti agli occhi del mondo intero in quello che passò alla storia come Il processo ai Chicago 7, una farsa imbastita con chiari intenti punitivi e con alle spalle elementi cospirazionisti che tenne in particolar modo l'America con il fiato sospeso.

Nel cuore della parola

Da The West Wing a The Social Network, passando per The Newsroom, il grande potere e talento del genio di Aaron Sorkin è sempre stato quello di plasmare le parole nella forma, lasciandole aderire al contesto e creando riflessioni, dialoghi o discorsi fiume carichi di acume, ingegno, coerenza, contenuto.
Lo ha fatto anche nel suo esordio cinematografico, Molly's Game, sbagliando un po' il tiro di genere e non imbastendo un thriller efficace nella parola, più nel costrutto.
Al suo ritorno dietro la macchina da presa, consigliato direttamente da Steven Spielberg, il drammaturgo di New York sforna invece con Il processo ai Chicago 7, un progetto in verità per lui più nuovo del previsto, in senso soprattutto positivo ma anche con qualche limite strutturale, principalmente legato alla sua ancora poca esperienza in cabina di regia. L'efficacia del film non è infatti del tutto riscontrabile nella scrittura di Sorkin, che qui risulta meno attaccata alla forma o alla potenza della metrica narrativa e molto più ritagliata sull'ensemble di protagonisti, uno più bravo dell'altro con meritato riguardo per Sacha Baron Cohen (mai così eccezionale?), Mark Rylance e un sorprendente Yahya Abdul Mateen II, in un ruolo costellato di tanti silenzi e poche intromissioni che l'interprete porta a casa con carisma e capacità straordinarie.

Sorkin non è troppo generoso di walk-n-talk o flussi di coscienza vari, questa volta, preferendo al contrario reprimere le sue tendenze "estetiche" per arrivare al cuore della parola, dandole più senso che bellezza.
Non commette e quindi non bissa lo stesso errore fatto con Molly's Game, dunque, scegliendo la strada più adatta a un dramma giudiziario di questo tipo, nel caso specifico concedendo al film più respiro senza cedere a facili protagonismi egoriferiti alla propria scrittura e lasciare quindi spazio a personaggi a lui più vicini, trattando tutti in modo uguale, persino l'accusa guidata da Richard Schultz (Joseph Gordon-Levitt).

Cerca umanità e senso nelle parti, mettendole in discussione ma peccando forse di un pizzico d'indulgenza nei confronti della Giustizia, che alla fine appare comunque corrotta e viziata nel profondo dalla politica e prevenuta sulle realtà controculturali del sessantotto, nonché razzista (una scena con Bobby Seale è indescrivibilmente crudele).
Per rendere viscerale questo aspetto, Sorkin si è affidato a un quasi mefistofelico Frank Langella nei panni del Giudice Julius Hoffman, le cui azioni in tribunale sono state valutate a posteriori da suoi pari come "fuori da ogni logica e rispetto".

Nella sua generalità, infine, Il processo ai Chicago 7 risulta un biopic anche molto classico e senza particolare verve stilistica, anche se il montaggio è in alcune occasioni da applauso per come riesce a connettere momenti e situazioni differenti dando senso, emozioni, energia e ritmo a un racconto altrimenti poco sbracciante.
Un film di grande impatto storico soprattutto di questi tempi, dove i moti contro-culturali e pro-diritti alle minoranze stanno trovando nuovo spazio nella società, oggi più di ieri aperta al cambiamento e disposta ad ammettere errori e tragedie del passato, ancora una volta esposta agli occhi del mondo intero ma sotto forma filmica.

The Trial of the Chicago 7 A tre anni di distanza dal suo esordio dietro la macchina da presa con Molly's Game, il geniale Aaron Sorkin torna in cabina di scrittura e regia con questo interessante e riuscito Il processo ai Chicago 7, puntando meno all'estetica della parola e più al cuore del racconto vero e storico. Un film oggi molto importante soprattutto per il nuovo respiro dei movimenti controculturali e pro-diritti alle minoranze guidato da un cast eccezionale da cui spiccano in particolar modo Sacha Baron Cohen, Yahya Abdul Mateen II e Mark Rylance, con plauso anche alla mefistofelica interpretazione di Frank Langella. Intenso, ritmato e fiero di non oltrepassare il limite di uno stile classico, Il processo ai Chicago 7 è un titolo d'ensemble che farà molto parlare e che correrà lontano, esponendo al pubblico i drammi della corruzione politica e dei preconcetti sociali in ambito giudiziale.

7.5

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