Il Principe cerca figlio, la recensione del sequel con Eddie Murphy

Sbarca su Amazon Prime Video l'irriverente sequel del cult anni '80 di John Landis, mantenendo intatto lo spirito ma meno il divertimento.

Il Principe cerca figlio, la recensione del sequel con Eddie Murphy
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Sarebbe dovuto uscire nel 2018, per festeggiare il trentesimo anniversario della prima release de Il Principe cerca moglie (o Coming to America), ma il sequel del cult anni '80 firmato da John Landis ha subito più di un ritardo, ultimo in ordine cronologico quello dovuto alla Pandemia di Coronavirus. I posticipi e le revisioni per trovare il giusto quadro di una storia attesa da anni sono stati diversi, insomma, ma alla fine Il Principe cerca figlio - Coming 2 America è arrivato su Amazon Prime Video con buona parte dello stesso team che contribuì al successo del precedente capitolo nel 1988.
Gli anni sono passati anche nel regno di Zamunda, e quando il Re Joffy Joffer (James Earl Jones) muore gli succede il figlio Akeem, interpretato ancora una volta dal mitico Eddie Murphy.

Il Principe ora Re ha tre figli ed è preoccupato del fatto che nessuno di questi gli potrà succederà semmai dovesse accadergli qualcosa, e il problema è più concreto del previsto date le mire dell'istrionico e complottista Generale Izzi (Wesley Snipes). Akeem scopre però di avere un figlio a New York, in America, avuto durante una notte di passione prima di conoscere Lisa, sua attuale regina. Il Re e il suo fedele consigliere e amico, Semmi (Arsenio Hall), tornano quindi in America per incontrare Lavelle e portarlo a Zamunda insieme alla madre, Mary, così da crescerlo come un principe e futuro re del paese africano.

Fuori tempo massimo?

Guardando Il Principe cerca figlio, sembra che il tempo si sia fermato. Non quello "reale", perché il cambiamento del mondo e dei personaggi è chiaro e palpabile, ma quello relativo all'atmosfera, al mood stilistico del film, che pare non voler tenere conto dell'evoluzione più che trentennale della commedia d'appartenenza. Essendo ormai Re, il titolo italiano del sequel diretto con mano anonima da Craig Brewer è già la prima cosa sbagliata del progetto, ma questo è un errore di transizione a cui non ci appoggeremo, anche perché di problemi ce sono altri.
Il primo, forse il più importante, è che l'opera è tristemente fuori tempo massimo per far anche solo sorridere le nuove generazioni di audience, il che lo rende un progetto destinato al solo piacere dei (comunque tanti) fan dell'opera originale di Landis, di cui in questo sequel viene mantenuto più lo spirito che il divertimento.

Nasce vecchio ed è eseguito con senile ambizione in ogni sua parte e passaggio, dai tanti - persino troppi - personaggi portati in scena da un poliedrico e divertito Eddie Murphy, nuovamente a suo agio in un titolo che gli appartiene in ogni senso possibile, fino a una scrittura che gioca a volte finemente con l'attualità e con la cultura afroamericana, altre invece è un susseguirsi di banalità e battute scontate che non inquadrano a dovere la trasformazione pluri-decennale dell'ironia e della commedia.

È un film old-fashioned vestito di finta modernità, che però gli cade male addosso, lasciando troppe pieghe. Uno stile insomma "vecchio" che non funziona legato a una sceneggiatura invece traballante, tra qualche momento o trovata più che riuscita (il paese limitrofo a Zamunda, Wesley Snipes, i Barbieri, alcune battute di Lavelle, il rapporto tra Akeem e Semmi) e un'insana voglia di apparire culturalmente vetusta, letteralmente incapace di aggiornarsi alla contemporaneità sociale, reiterando forse persino inconsapevolmente tanti errori del passato che sarebbero potuti essere corretti (il trattamento delle donne, ad esempio).

Anche i valori di produzione non sono eccezionali, apparendo come degli sketch del Saturday Night Live più che un lungometraggio costato qualche milione.

Non era richiesta la spettacolarizzazione dell'immagine, ma "se non il buongusto", citando Willie Peyote, "almeno il buonsenso" di architettare delle scenografie meno da discount e più da sequel atteso da anni, in grado magari di ricordare la magnifica eloquenza della geniale commedia Landisiana. Ed è qui il paradosso e l'errore più grande de Il Principe cerca figlio: se l'intenzione non era né offendere né appellarsi alle nuove generazioni e richiamare a sé l'attenzione dei fan di lunga data, perché non scegliere una direzione registica e di scrittura più valida? Non vogliamo pensare che il sequel sia stato fatto tanto per essere fatto, ma il risultato parla un po' da solo.

Il principe cerca figlio Il Principe cerca figlio di Craig Brewer riesce a mantenere intatto soprattutto lo spirito del cult originale di John Landis, mentre il divertimento non è poi così presente. Al netto di un Eddie Murphy funzionale e istrionico, ovviamente camaleontico nei suoi tanti ruoli, e di alcuni momenti indovinati, il film sembra nato vecchio e diretto con fare anonimo, senza troppi guizzi in fase di scrittura capaci di rivolgersi alle nuove generazioni, più intenzionato a sfruttare il bacino dei fan di vecchia data. Un titolo old-fashioned vestito di finta modernità che però male gli cade addosso, incapace quindi di adattarsi al taglio culturale e commediato attuale, vetusto nell'anima. Potevano fare di meglio.

5

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