Il Primo Uomo, la recensione: la conquista della Luna secondo Damien Chazelle

Damien Chazelle mette in secondo piano la musica e il ritmo per raccontare la profonda umanità nascosta dietro l'allunaggio del 1969.

Il Primo Uomo, la recensione: la conquista della Luna secondo Damien Chazelle
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All'interno di una stanza spoglia, quasi vuota, se ne sta un corpo, un essere umano, in piedi e immobile, con lo sguardo basso e i pensieri altrove. Talmente lontani da esser fuori da questo nostro mondo, oltre l'atmosfera di questo pianeta, fra le stelle, a un passo dalla superficie lunare. Quell'uomo è Neil Armstrong, il primo uomo a toccare il suolo del nostro polveroso satellite il 20 luglio del 1969, tornando inoltre sulla Terra sano e salvo.
Un momento entrato di diritto nella storia della nostra umanità, che oggi possiamo rivivere attraverso filmati e fotografie sbiaditi e scoloriti, racconti di nonni e parenti, ritagli di giornale e stralci di telegiornali. Ciò che tutti conosciamo però è soltanto il taglio del traguardo, l'affaticato arrivo al fotofinish, che nasconde l'epopea privata di un uomo profondamente segnato dalla vita e dal lavoro, da anni di addestramento, di prove, test, colleghi rimasti uccisi e crisi esistenziali.
Nulla però è stato, per Armstrong, più doloroso della morte della figlia Karen, avvenuta nel 1962 a causa di una polmonite, circostanza che lo ha segnato in modo indelebile. Damien Chazelle, regista premio Oscar per La La Land, sfrutta l'involucro ben oliato del classico biopic americano per dare forma a qualcosa di molto più grande, dal respiro universale, che racconta sì della cieca determinazione di un uomo singolo, ma anche del significato che le sue azioni hanno rappresentato per l'umanità, allora come oggi, e di quanto sia importante lottare per raggiungere un obiettivo, un sogno, non importa quanto lontano e irraggiungibile.

Un uomo al comando

Pur concedendo meno importanza alla musica, che dettava ritmi ed emozioni tanto in Whiplash quanto in La La Land, il regista di Providence non abbandona il tema del sogno e del desiderio neppure ne Il Primo Uomo, opera che si lascia spingere proprio dalla fantasia, dall'illusione, dalla bellezza e dalla meraviglia.
Una meraviglia mai di superficie però, che non viene dal bagliore mistico della Terra vista dallo Spazio o dalla superficie rocciosa lunare, ma dagli uomini, dal loro sguardo, dal loro animo misterioso. La camera di Damien Chazelle penetra infatti attraverso i caschi delle tute spaziali, i vetri, le pareti, le lamiere degli shuttle, legge al di là delle parole, che a volte rappresentano solo la maschera di ciò che ci portiamo dentro davvero.
Proprio grazie a questo la figura di Neil Armstrong, dura, spigolosa, fredda, imperscrutabile, diventa pura marmellata sullo schermo, resa morbida da un linguaggio cinematografico da premio, lineare ma sempre pregno di significato, in grado di prendersi i suoi tempi e i suoi silenzi, dilatando lo spazio senza annoiare un solo istante il pubblico.
Riesce in questo pur senza mirare alla spessa filosofia di 2001: Odissea nello Spazio, che pure viene citato chiaramente in una sequenza "danzante", così come non ha le medesime ambizioni tensive e spettacolari di Gravity, gli istinti avventurosi di Apollo 13.
Persino l'etichetta "fantascienza" trova fatica a posizionarsi su Il Primo Uomo: ci troviamo "semplicemente" di fronte a un dramma esistenziale, in grado di trasformarsi con il passare dei minuti in un'opera ispiratrice, capace di toccare corde soggettive in ogni suo spettatore.

Promettere la Luna

Tutto parte dall'elaborazione di un lutto, dal palesarsi di una situazione irreversibile che causa profonde ferite nell'animo del nostro protagonista; questi, anziché lasciarsi andare nelle fameliche braccia delle depressione, trova la forza, il coraggio, il muso duro di inseguire un obiettivo - per quanto folle potesse sembrare.
Ragionare adesso, a freddo, a missione completata da quasi 50 anni, è relativamente facile, ma all'epoca puntare alla conquista della Luna significava pressappoco morte certa, suicidio, poiché nessuno c'era mai riuscito e non un solo ingegnere avrebbe messo la mano sul fuoco su un determinato strumento - e di incognite, imprevisti, dispositivi da far funzionare in simbiosi ce n'erano fin troppi, per ogni missione.
Troppi erano stati i fallimenti, gli incidenti, le vite spezzate, con l'agenzia spaziale americana presa di mira continuamente dall'opinione pubblica.

La corsa al suolo lunare costava tempo, risorse e denaro, tanto denaro, soldi pubblici che non tutti i cittadini USA spendevano a cuor leggero. L'istinto, in casi del genere, era pensare all'immediato, a ciò che sembrava più necessario: sistemare un ponte, una strada, sostenere economicamente le fasce di popolazione più povere, anziché finanziare strambe e fantasiose missioni fra le stelle.
La conquista del satellite terrestre, come ben racconta Il Primo Uomo, custodiva però un significato più ampio al suo interno, non rappresentava (solo) una sterile guerra fra governi opposti (chi ha detto Russia?) ma dava speranza in modo intrinseco all'intera popolazione mondiale, all'unisono con lo sguardo all'insù per un giorno/notte storici.
Lontani dallo sguardo d'insieme, restava la "piccola" vita di Neil Armstrong, chiamato a discutere di ogni scelta con la moglie Janet e i suoi due figli piccoli (avuti oltre Karen). Come può, una famiglia, supportare con gioia e leggerezza la scelta di un padre di attentare al suolo lunare? Ecco dunque un altro tema del film, molto importante, che vede il singolo immolarsi per una causa personale prima e più grande poi, rifuggendo ogni discorso e pregando che ogni pezzo del puzzle torni al suo posto alla fine della storia. Può sembrare un meccanismo semplice, diretto, ma umanamente molto contorto, che ne Il Primo Uomo esplode in tutta la sua drammaticità e bellezza.

Tecnica e cuore

Oltre i temi, la tecnica: abbiamo già detto di come Chazelle abbia cambiato sia toni che registro rispetto ai suoi lavori precedenti, ha inoltre asciugato la sua classica messa in scena "pomposa" in favore di un linguaggio più scorrevole, immediato. Ha però trovato diverse ottime soluzioni per affrontare i viaggi nello spazio, con tanto di imprevisti e incidenti, sia dal punto di vista visivo che sonoro.
La sequenza finale, avvolta per gran parte dal silenzio, strappa il cuore dal petto e dimostra la grandezza di un progetto multi-strato, che si sviluppa - come abbiamo visto - su diversi gradi di comprensione. Ad amplificare tutte le emozioni dei personaggi e delle situazioni, una colonna sonora imponente di Justin Hurwitz, già autore premio Oscar delle musiche di La La Land, che accompagna la fotografia tanto incantevole quanto opprimente di Linus Sandgren, stesso DOP di La La Land.
Ci troviamo così inglobati da cupi tappeti orchestrali e oscuri riff di pianoforte, almeno finché le note positive non vengono finalmente liberate. A muoversi in questo complicato incastro di immagini e suoni, un Ryan Gosling glaciale, perfetto per il complicato ruolo di Neil Armstrong, affiancato da una Claire Foy addolorata e in perenne attesa - di un cenno, una parola, un alito di normalità.
Tutti questi elementi portano in secondo piano anche gli effetti visivi, che sono misurati e mai esagerati, sempre attenti a dare una buona dose di realtà alla narrazione. Del resto ciò che interessa a Damien Chazelle è non lo spettacolo fine a se stesso, ma l'incomprensibile e delicato animo umano, che completa - con il corpo - una macchina imperfetta dalla forma indefinita.

First Man - Il Primo Uomo Damien Chazelle mette da parte, anche se non del tutto, il ritmo e la musica per raccontare la storia di un uomo solo, duro, spigoloso, divenuto un simbolo per l'intera umanità. Dall'elaborazione di un lutto si finisce a inseguire un sogno unico nel suo genere, per cui vale la pena anche morire, in un'opera dal respiro universale destinata a non invecchiare con il tempo. Cuore e tecnica si fondono così in maniera magnifica, attraverso un linguaggio comune che gode di diversi gradi di comprensione e rende Il Primo Uomo un film adatto a qualsiasi tipo di spettatore - celando nelle pieghe della scrittura le emozioni migliori.

8

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