Il Primo Re: la recensione del film di Matteo Rovere

Il film con protagonisti Alessandro Borghi e Alessio Lapide racconta la storia della nascita di Roma da un punto di vista molto particolare.

recensione Il Primo Re: la recensione del film di Matteo Rovere
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L'aspetto più interessante de Il Primo Re di Matteo Rovere è come il regista - e l'intera produzione - sia andato a ritagliarsi uno spazio geografico/cinematografico se non inedito quanto meno raro, in grado di esulare tanto dal filone preistorico quanto da quello del peplum anni '60 - '70. Aggiungendo un po' all'uno e sottraendo molto all'altro, il film con degli ottimi Alessandro Borghi e Alessio Lapice nei panni dei leggendari fratelli Remo e Romolo si erge esattamente a metà fra i due periodi della storia dell'Uomo, ben prima di Roma ma anche molto dopo l'Età della Pietra, evidenziando tutto il potenziale artistico, fantasy e mitologico che si nasconde nei territori nostrani, ricchi tanto di storia quanto di storie.
La realizzazione dell'idea però non lascia un segno forte, dal punto di vista critico almeno: lo sguardo di Rovere tenta di raggiungere altezze ispirate dal Terrence Malick di The New World all'Alejandro González Iñárritu di The Revenant, passando per il Nicolas Winding Refn di Valhalla Rising, il Mel Gibson dell'indimenticabile, ermetico e poderoso Apocalypto, senza però mostrare mai i giusti artigli.

I Primi Re

Romolo (Alessio Lapice) e Remo (Alessandro Borghi) sono due fratelli gemelli che vivono in pace pascolando il proprio gregge di pecore. A causa di un'incredibile inondazione del fiume Tevere finiscono alla mercé dei crudeli guerrieri del popolo di Alba Longa.
Grazie alla loro forza e soprattutto alla loro astuzia, però, i due riescono a fuggire dalla prigionia e durante l'evasione riescono a dare la libertà anche alle altre persone tenute in ostaggio dagli assalitori: fra loro anche una vestale (Tania Garribba) e il Sacro Fuoco che custodisce.
Da quel momento in avanti, con Romolo gravemente ferito, Remo dovrà lottare per la sopravvivenza, attraverso oscure foreste, superando numerose insidie e difendendosi da feroci nemici. Ma soprattutto dovrà fronteggiare un Destino Divino che forse lo condurrà dinanzi a scelte difficili, apparentemente impossibili, che scuoteranno le fondamenta del concetto di libero arbitrio: forse è dal sangue che verrà versato da uno dei due, infatti, che potrebbe nascere una nuova civiltà, sulle cui basi sorgerà il più grande impero che la Storia dell'uomo abbia mai conosciuto.
È proprio questo aspetto - la componente tragica/shakespeariana, o meglio dire pre-shakespeariana - ad affliggere una sceneggiatura che si adagia sugli allori. Gli oltre 120 minuti di narrazione si sfaldano a tempi alterni, e i vari aspetti tecnici che li compongono non restituiscono un'unità filmica compiuta e perfetta come invece sulla carta avrebbero dovuto fare.

Si ha l'impressione, durante la visione, di trovarsi al cospetto di un puzzle le cui tessere, tutte perfette e incastonate a dovere l'una nell'altra, non siano in grado di restituire un'immagine soddisfacente.
Questo risalta proprio nell'elemento che invece avrebbe dovuto tenere insieme ogni singola parte dell'encomiabile impianto operistico, vale a dire il rapporto fra i due protagonisti: il legame che li unisce, teoricamente il cuore pulsante dell'opera, non appassiona e soprattutto non divide il pubblico, non spinge a schierarsi né a tenere gli occhi fissi sullo schermo per seguirne l'esito, non traina né veicola le tante sequenze - a volte spettacolari, altre volte coreografate non proprio al meglio - che la narrazione fa accadere davanti a chi guarda.

Nel fango e nel sangue

Il "protezionismo" che colora l'aura de Il Primo Re è sintomatico di quanto la nostra industria abbia bisogno di una svolta decisiva, ma non sappiamo se sia questo film a poterla rappresentare. Non c'è un'idea precisa di "cinema italiano" ne Il Primo Re, quanto semmai tante idee di cinema diversi che vengono riarrangiate in italiano (o protolatino che dir si voglia).
Non basta una brutalità fatta di fango e sangue per riuscire a trasmettere la sensazione della violenza che il nostro occhio sta osservando, non basta farci sentire lo schiocco delle ossa che si rompono per spingerci a provare, sotto la nostra pelle, quella medesima sensazione, non basta promettere uno scontro - ideologico o fisico che sia - per farci percepire le emozioni dei personaggi e le nozioni di spiritualità e laicismo che separano i loro punti di vista, così come non basta in alcun modo vestirsi di epicità per pretendere di arrivare ai territori dell'epica. È altresì necessario un tipo di carisma, sia narrativo che soprattutto estetico, che Il Primo Re non raggiunge del tutto.
Quando ci riesce, piuttosto che con le anacronistiche riprese aeree catturate dagli occhi dei droni, è quasi sempre merito dei due protagonisti, che incarnano alla perfezione l'apprezzabile passione che sorregge il progetto: quella sì che viene fuori, quella sì che si sente, che può fornire al cinema nostrano il propellente necessario per (continuare a) risorgere.

Il Primo Re Il Primo Re prova a stabilire un punto di (ri)partenza dell'industria cinematografica italiana, fondandosi però su un impianto visivo, iconografico e filmico nient'affatto inedito e ampiamente conosciuto. Sequenze d'azione non sempre riuscite cadenzano una struttura narrativa poco convincente, che fa poco per riuscire a fare breccia nella mente, nello sguardo e nel cuore di chi guarda. È però il modo in cui il film guarda noi - soprattutto attraverso gli occhi di Alessandro Borghi e Alessio Lapice - a convincerci di quanta furente passione ci sia a sorreggere il progetto, che se non rappresenta l'inizio di qualcosa, perlomeno è una scintilla nel buio.

6

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