Il piccolo yeti, la recensione del nuovo film Dreamworks

Una ragazzina cinese trova un cucciolo di yeti e si imbarca in un'incredibile avventura per ricondurlo a casa tra i monti dell'Himalaya.

recensione Il piccolo yeti, la recensione del nuovo film Dreamworks
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Yu è una ragazzina che vive nella frenetica Shanghai, barcamenandosi tra diversi lavoretti part-time al fine di guadagnare il gruzzolo necessario a compiere un viaggio itinerante per la Cina: avrebbe dovuto farlo con il padre, ma questi ormai non è più in vita. Con una situazione familiare complicata e come unici amici due coetanei vicini d'appartamento, la ragazzina è solita trascorrere le notti sul tetto dell'edificio dove passa le ore suonando il suo amato violino. Ed è proprio in una di queste occasioni che si imbatte in un cucciolo di Yeti, in fuga da un ricco e anziano uomo d'affari che vorrebbe crescerlo in cattività e che gli ha messo alle calcagna un team armato fino ai denti.

In Il piccolo yeti Yu decide di nascondere il suo nuovo amico, ribattezzato Everest, e poi di accompagnarlo a casa sui monti dell'Himalaya. Sarà solo l'inizio di un'incredibile avventura alla quale si aggiungeranno anche i due dirimpettai, durante la quale la protagonista scoprirà di più su se stessa per venire a patti con i propri demoni, in un viaggio all'insegna dell'amicizia e del rispetto per la natura.

Abominable

Era in sviluppo da quasi dieci anni, da quel 2010 in cui si portava ancora appresso il titolo provvisorio di Everest, l'ultimo film d'animazione prodotto dalla Dreamworks insieme alla sua filiale cinese Pearl Studio. Presentato un mese fa al Festival del Cinema di Toronto, Il piccolo yeti ha già sbancato i botteghini d'Oltreoceano ottenendo il primo posto in classifica nel weekend d'esordio con oltre venti milioni di dollari, un successo che probabilmente durerà ancora a lungo e che potrebbe ripetersi anche nel nostro Paese.
Questo perché all'interno dei novanta minuti di visione sono presenti tutti gli ingredienti adatti ad attirare un pubblico di grandi e piccini, confezionati al solito con una cura visiva maniacale che regala dosi di puro spettacolo estetico.

Certo chi è alla ricerca dell'originalità potrebbe parzialmente storcere il naso in quanto la sceneggiatura, curata dalla stessa regista Jill Culton (autrice in passato dello script di Monster & Co. e, dietro la macchina da presa, di due pellicole sui simpatici Boog & Elliott), ci mette davanti a un classico percorso di formazione, con la giovane protagonista che trova nuovi stimoli e riesce a sconfiggere i propri demoni interiori dopo il casuale incontro con il cucciolo di yeti, solo e sperduto nella grande metropoli e alla ricerca di un modo per far ritorno a casa.

Apparenza e sostanza

Il piccolo yeti affronta un discorso ambientalista nel corso dei sempre più rocamboleschi eventi, con un monito contro il crescere le creature in cattività, tenendole come oggetti da esposizione negli zoo, e una profonda attenzione alle tematiche naturalistiche, con i poteri della bizzarra creatura che interagiscono proprio con elementi della flora circostante non appena giunti nelle terre selvagge dell'Himalaya: dalla capacità di ingrandire a dismisura i frutti fino all'utilizzo di fogliame come mezzo di trasporto volante, il leggendario animale vive in una totale simbiosi con l'ambiente circostante. Questo permette alle immagini di esaltarsi in sequenze di folgorante bellezza, tra aurore boreali e fioriture improvvise nei pressi di antichissime statue giganti del Buddha, appagando in più occasioni lo sguardo dello spettatore e citando, volutamente o meno, scene clou di recenti cult come Interstellar (2014).

Alcuni rimandi alla cultura cinese non bastano a differenziare eccessivamente l'operazione da tanti altri titoli a tema e, tra tradimenti e ravvedimenti, platoniche love-story e l'esaltazione dell'amicizia, il racconto scorre placido su svolte prevedibili e prive di reali colpi di scena, con l'atteso e previsto lieto fine ovviamente dietro l'angolo. L'unico vero limite di un film altrimenti piacevole che, tra buoni sentimenti e facili emozioni, svolge il suo compito di puro intrattenimento per tutta la famiglia con dovizia di sorta.

Il piccolo yeti Una ragazzina alla ricerca della propria pace interiore e un cucciolo di yeti desideroso di fare ritorno a casa, sulle vette innevate dell'Himalaya, sono al centro dell'ultimo film d'animazione Dreamworks, pronto a sbancare i botteghini di tutto il mondo. Il piccolo yeti si affida a una formula classica nelle linee guida del racconto, con il coming-of age della giovane protagonista (mai riavutasi dalla morte del padre) a cui si accompagna un nitido messaggio ecologista sul rispetto della natura. I novanta minuti di visione risultano così tanto gradevoli quanto prevedibili, illuminati da spettacolari sequenze in cui il contesto ambientale e i poteri della buffa creatura giocano un ruolo determinante ai fini del puro spettacolo estetico, esplodente in scene di pura e armoniosa bellezza che riescono a conquistare il cuore e lo sguardo con semplicità. All'operazione manca giusto quell'ulteriore scintilla in grado di differenziarlo da altri titoli a tema, con l'ambientazione cinese e i rimandi alla cultura buddhista troppo timidi per lasciare effettivamente il segno, ma il grande pubblico (soprattutto di bambini) apprezzerà ad ogni modo l'edificante insieme.

6.5

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